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ridere e rideremo


Di democrazia ne parla Beppe Grillo, uno che il simbolo del proprio movimento lo possiede, uno che, al minimo segno di apostasia di pensiero, ti scaglia contro la sua legione di avvocati; di merito e trasparenza parlava invece Oscar Giannino, millantando al contempo lauree mirabolanti e master americani (che fanno sempre tanto chic e in questo caso neanche impegnano); di cambiamento se ne sentiva un disperato bisogno e infatti Bersani è stato scelto dagli elettori a questo scopo e non parliamo di Maroni, neo presidente della Lombardia.
Senza aggiungere che il partito terzo calssificato alle ultime elezioni ha passato gli ultimi due mesi dell'anno scorso a indire ed annullare le proprie primarie, evidenziando il polso del suo segretario-non presidente-non candidato premier, potremmo già dire che la possibilità di essere dei pagliacci la dovremmo per lo meno prendere in considerazione.

Perchè se si sceglie di essere tali, dei pagliacci intendo, occorre almeno far ridere.

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il dogma dell'inopinabilità

Vado dritto al sodo, perchè negli ultimi mesi è entrato in circolazione un virus pericolosissimo che ha trasformato tutti in professori di finanza prima e in maestri di retorica poi, e non mi pare il caso di alzare la posta giocando al tavolo della demenza.
Il punto è che sappiamo tutti che l'articolo 18, ormai, rappresenta poco più di una gracile inferriata intorno ad un palazzo che sta diventando maceria eroso dal cancro dell'autoconsunzione.
Perchè, allora, battere sempre sullo stesso chiodo?

L'articolo 18 rappresenta la summa di tutte le conquiste derivate da decenni di conflitti sociali, la fine di un percorso che portava in dote la promessa di un mondo meno sperequato, e la sua quotidiana vessazione rientra tragicamente nella linea politica di un governo che si dice tecnico ma che da settimane dimostra sempre più insofferenza, se non odio profondo, verso tutto quello che è al di fuori della propria ortodossia ultraliberista.
Non sarebbe comprensibile, altrimenti, il rifiuto categorico di inserire nella previsione legislativa la possibilità del reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato, diniego che sottotintende la sua colpevolezza a prescindere. Come se un ladro colto sul fatto non fosse costretto a restitutire la proprietà di quanto sgraffignato ma solo una frazione del suo valore in denaro. E' di questo che vogliono spogliare ogni lavoratore, della proprietà (e paternità) dei propri diritti.

E' per questo che non è importante se l'articolo 18 sia o meno determinante per il funzionamento del mercato del lavoro, se le energie rinnovabili siano davvero la salvezza o solo una divagazione lungo il cammino che porta al baratro; è fondamentale che essi vadano cancellati comunque e per primi, perchè sono, rispettivamente, il simbolo di un passato che è stato e di un futuro che potrà essere, entrambi diversi da quelli che i vecchi padroni del mondo potevano capire o sono diposti a prendere in considerazione. Perchè una rivoluzione ideologica si fa così: cancellando ogni vago ricordo di quello che c'era prima e facendo credere che resisterle sarebbe solo ipocrisia, pura ideologia appunto.

Una guerra di religione è vinta solo quando i nuovi dogmi, i nuovi riti e le nuove icone hanno sostituito i loro vecchi corrispettivi nella testa di tutti. Attribuendo capacità senzienti ai mercati finanziari si è voluto dar loro diritti e tutele mai viste prime (attenzione: con lo stesso modus operandi si era agito anche per inquadrare giuridicamente il diritto alla vita degli animali) per creare il dogma del mercato omniscente. Il rito, invece, si consuma nella ripetizione fiera dell'inopinabilità delle scelte fatte in suo nome, deilla sosetenibilità dei modelli pensati a sua éikòna.
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#notav


Nel suo breve ma intenso Consigli ad un giovane ribelle, caldamente consigliato a tutti coloro che non lo avessero già letto, Christopher Hitchens ricorda un passaggio importante de L'essere e il nulla di Sartre, nel quale il filosofo francese delinea una netta separazione fra la figura del ribelle e quella del rivoluzionario.
Descrive gli appartenenti alla prima categoria come attenti e segreti protettori dello status quo, essendo proprio tale permanenza a garantire loro la possibilità di ribellarsi. Nella seconda tipologia, invece, troviamo chi veramente vuole cambiare, se non addirittura sovvertire, le condizioni esistenti.
E' un'impresa titanica cambiare le regole di un gioco che premia chi storicamente deve essere premiato, e per farlo occorre arrivare al confronto, che può facilmente diventare scontro quando le questioni toccate sono così delicate, scansando le più o meno galanti offerte al "darsi una calmata".

Sono fieramente un NoTav perchè nella Val Di Susa io vedo molti rivoluzionari e davvero pochi ribelli. Vedo gente che vorrebbe vivere in pace, che vorrebbe una quotidianità lontana dalle luci della ribalta e fatta di normalità. Chi crede che la valle sia ormai diventata terra di conquista per filibustieri e terroristi di primo pelo si sbaglia di grosso, perchè in prima linea ci sono agricoltori, lavoratori, cittadini e sindaci. Ci sono donne e uomini che portano serenamente in campo la loro terza età senza curarsi di chi li vorrebbe a borbottare davanti la televisione, ci sono trentenni cretinetti che di mestiere arano la terra alla faccia del posto fisso in banca o nella grande azienda e della sua sicurezza economica.
C'è un universo talmente ampio di "cose che non tornano" rispetto a eventi più noti, il 15 Ottobre per dirne uno, che considerare tutti black block diventa una difesa rassicurante per le nostre convizioni e una pista facile da seguire per chi deve scrivere articoli dietro articoli senza preoccuparsi di capire quello che racconta.

In Val di Susa si sta combattendo contro la tentazione da sempre insita nell'uomo di lasciare una propria firma nel futuro. Nella contestazione che è diventata il simbolo della lotta a tutte le grandi opere millantate da decenni di politica burina e populista, si sta mettendo in discussione l'idea - di stampo fortemente cattolico - che il futuro saprà, per capacità imperscrutabili a noi che viviamo il presente, rimettere a posto tutto e redimere i nostri peccati con il ricordo e la riconoscenza.
Non importa se la Tav ci imporrà un dispendio di risorse economiche che non ci possiamo permettere, non importa se non avremo di cosa riempire i container da spedire in Francia a 300 all'ora, non importa se dovremo scavare montagne senza sapere dove stipare quello che ne tireremo fuori e neanche se dovremo farlo con cantieri dove muoiono centinaia di persone ogni anno, tanto si curano della sicurezza dei laviratori, no.
Tutto questo non importa, perchè la Tav sarà un altro simbolo della potenza della nostra civiltà, l'ennesimo lusso futurista destinato a diventare un monumento all'incompiuto, ettari di boschi sacrificati sull'altare delle lamiere per dar corpo al sogno dell'Europa unita, potente e indissolubile che nel 2012 decide scientemente di lasciar morire di fame un intero popolo qualche parallelo più a sud.

A chi accusa i NoTav di essere retrogradi, passatisti e contrari al progresso, poi, non si manchi mai di ricordare che la nozione di sviluppo come sommatoria delle tonnellate di cemento elevata ai chilometri quadrati di asfalto non sta più in piedi, ed è attuale come il vecchietto avvinazzato del bar che tra un mano di briscola e l'altra non perde occasione di rimarcare che ai suoi tempi mica ti rompevano i coglioni se davi due schiaffi a quella troia di tua moglie.

Essere un NoTav non vuol dire essere un ambientalista, un anticapitalista o un ribelle ma tutte queste cose insieme e anche di più. Vuol dire affermare la necessità di ripensare interamente il nostro modello di sviluppo.
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quello che abbiamo scordato


Potrà anche non interessarvi, posso capirvi, ma la scelta di tenermi fuori dalla disputa morale su liberalizzazioni ed evasione fiscale che imperversa in queste settimane è stata per me profondamente ponderata. Sebbene io non abbia creduto neanche per un secondo nelle porprietà taumaturgiche del libero mercato - e, in effetti, sarebbe anche ora di bollare definitivamente come anacronistico il concetto della Invisible Hand che Adam Smith descrisse ormai 236 anni fa, in altri tempi e in altri contesti, e lasciarcelo finalmente alle spalle - e coltivi un'avversione viscerale verso lo stato liberista, credo fermamente che la critica su questi argomenti abbia bisogno di staccarsi un attimo dalla realtà fattuale per diventare più sistemica e profonda.

Il vizio del capitalismo è infatti ontologico: non si può basare un sistema sull'assioma della massimizzazione del profitto e poi negare a tutti i soggetti che quel sistema lo subiscono di goderne appieno. Non si può pretendere che questo assioma venga addirittura considerato come parametro di professionalità, impegno ed efficienza per alcuni soggetti (penso alle SpA, ma non sono le uniche) e sia, contemporaneamente, indice di corruzione morale per tutti gli altri. Dobbiamo accettare che, viste in questa prospettiva, le resistenze lobbistiche e i tentativi di escapologia fiscale sono strategie previste dalle regole del gioco.

Voglio aggiungere poi che le critiche mosse da chi si dimostra ostile, per forza o per amore, alle questioni di cui sopra nascono pur sempre, nella larghissima maggioranza, da rivendicazioni di tipo economico, che ai miei occhi rimangono sempre e comunque esecrabili perchè partono da una visione individuale e pragmatica che non permetterà mai di sviscerare a fondo l'argomento, di confrontarsi su di esso con la serenità e l'onestà intellettuale (ammesso che questo termine significhi ancora qualcosa) che ogni scambio di opinioni meriterebbe.

Quello che abbiamo scordato, in ultima analisi, è la capacità di osservare i fenomeni in prospettiva. Abbiamo scordato come si guarda la Luna, barattando questa capacità con un modesto mucchietto di inutili nozioni che ci lasciano il contentino di disquisire giornate intere su come e quanto sia incarnita l'unghia del dito.

Io continuo a pensare che ogni problema sia figlio della tanto onorata madre Competizione, e che potremo salvarci solo abbandonandola in un angolo di un vicolo buio per incamminarci nella strada della Cooperazione. Pena la morte della civiltà per come la pensiamo da secoli.
Basta fare i ricercati, è ora di cominciare a parlare chiaro.
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libero software in pessimo Stato

Leggo con apprensione un commento di Elio Gullo, direttore dei sistemi informativi di Enpals-Inps, sulla questione dell'utilizzo del software libero nella Pubblica Amministrazione, uno di quei tanti temi talmente semplici da capire nella loro ragionevolezza da non essere mai presi seriamente in considerazione.
Il direttore dice:

"Come direttore dei sistemi informativi, se qualcosa va storto devo potermi confrontare con un mio pari grado dal lato fornitore che risolva il problema e risponda eventualmente dei danni. Se il mio fornitore sono 10.000 sviluppatori sparsi per il mondo, con chi dovrei parlare? Pagare le licenze, insomma, significa comprare anche garanzie"

Sono veramente spaventato dal fatto che un direttore di una divisione informatica di una delle più grandi aziende del nostro paese possa avere una concezione di rapporti produttivi ancora così retrograda, capace unicamente di perpetrarei modelli passati (già dimostratisi ampiamente fallimentari, tra le altre cose). Non c'è bisogno di ricordare che la battaglia sul software libero va ben al di là della mera contabiizzazione dei costi statali o dell'efficienza tecnica, andandosi ad inserirsi in un impianto teorico molto più ampio in cui sono comprese tutte le battaglie di resistenza e civiltà che vengono proposte negli ultimi anni, a cominciare da quella sui beni comuni; ma vale la pena ricordare al megadirettore in questione che con il software libero - pensate un po!- non ci sarà più bisogno di un fornitore. Che magari, caro megadirettore, la scusa buona per rompere la struttura classica (e anche un po' classista) della filiera produttiva, che per noi semplici cittadini è tutto fuorchè un dogma, potrebbe venire proprio dalle macchine! Quale sorprendente vendetta della storia sarebbe questa, caro il mio megadirettore!

Fonte: L'Espresso.
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un giorno di ordinaria follia (televisiva)



Massimo Cacciari
compare all'improvviso a Transatlantico, in onda su RaiNews nel tardo pomeriggio, e con sole due parole riesce a troncare sul nascere qualsiasi tentativo (e desiderio) di ascoltarlo. Dice, infatti:

Asse francocarolingio

Diciamo che se sei un frequentatore, anche solo passivo, del canale all news della Rai, e cerchi quindi aria nuova nell'informazione e nel modo di dibattere e confrontare opinioni, quando senti parole così semplicemente scappi.
Non appena quella sensazione di stantìo, quella puzza di soffitta abbandonata, mobili consumati e polvere, ti arriva alle sinapsi, tu scappi.

Circa un paio d'ore dopo, in casa Dietlinde c'è Vittorio Feltri, inaspettatamente quieto e ragionevole. Non urla e sbraita come al solito, piuttosto carica l'enfasi sugli snodi delle argomentazioni, accelera sulle ovvietà, sorvola sulla retorica....insomma, è strano. E' strano, sì, ma diventa incredibile quando afferma vigoroso:

L'Europa ci è stata imposta dall'alto, senza che il popolo potesse decidere tempi e modi dell'entrata tramite consultazioni o referenda. L'Euro è un'entità e una moenta astratta alla storia e alla cultura di ognuno dei 27 popoli dell'Unione*.


Cosa cazzo sta succedendo?
Davvero non riesco a capirlo

*le citazioni potrebbero non essere state letteralmente trascritte
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la vita agra, ovvero la grammatica della resistenza


C'è stato un periodo, nella musica indipendente italiana, in cui o eri Le Luci Della Centrale Elettrica o non eri nessuno.
Più o meno quattro anni fa, infatti, il progetto musicale di Vasco Brondi e Giorgio Canali cominciò a farsi conoscere con l'omonima demo, scarna seppur già interessantissima. Quella che era appena più che una lista di punti programmatici stilistici sarebbe poi diventata "Canzoni Da Spiaggia Deturpata", l'album più importante e rappresentativo, a mio parere, di tutti gli anni zero.
Da quel momento in poi nessun indierocker integralista fu più disposto a permettere a qualche nuovo gruppo o cantautore di scalfire il suo prezioso mondo solipsista, faticosamente coltivato proprio a partire dalle collisioni semantiche dell'Antivasco nazionale.
Negli anni 2008 e 2009, Brunori Sas a parte, videro la luce molti dischi decisamente importanti, ma nessuno che portasse una firma incensurata.
Poi qualcosa cominciò a cambiare: l'acustica a chilometri zero di "Meteo" dei Ratafiamm, il piacevolissimo "Rivoluzioni a pochissimi passi dal centro" dei Verlaine, l'incredibile "La Macarena su Roma" di Iosonouncane e, infine, le imprevedibili sonorità eighties de I Cani portarono finalmente aria nuova nel panorama nostrano. Tutti questi esordi dalla marcata personalità si imposero, rompendo definitivamente l'obbligo di essere naif per risultare convincenti, proprio quando sembrava che toccasse ancora una volta a Vasco Brondi togliere tutti dall'impasse creativo.

Questo sunto vorticoso, straripante di nomi, solo per farvi capire quanto sono contento oggi di parlare de "La Vita Agra", primo frutto del progetto solista di kappa, in arte unòrsominòre. (si scrive proprio così, come tiene lo stesso kappa a precisare: con gli accenti e il punto alla fine).
Non che questo di cui mi appresto a parlare sia l'esordio del musicista veronese, ma il fatto che abbia stazionato sempre in ambienti pressochè periferici del panorama nazionale tiene valido il discorso.

Sono parole stanche, quelle che vengono pronunciate ne "La Vita Agra", tanto nei momenti concitati quanto in quelli più riflessivi; stanche di sopportare perifrasi circostanziali che servono solo a non arrivare mai al punto, che segnano un'incolmabile distanza dall'ironia facilona da format televisivo, quella che più che far bene al cuore ti fa morire scemo.
Ma questo è anche un disco musicalmente molto ben curato, dove armonie tendenzialmente lineari vengono farcite da fughe di chitarra in sottofondo e dissonanze sparse un po' ovunque, elementi che vanno a minare la serenità dell'atmosfera.
E se spesso musica e parole sembrano messe insieme per dispetto (Il Mattino del 26 Luglio, per dirne una), il disco sa concedersi anche ad orecchie meno volenterose con improvvise aperture melodiche (Storia dell' Uomo Che Volò Nello Spazio del Suo Appartamento, Celluloide, La Vita Agra II).

Insomma, questo è un disco meraviglioso, un ascolto necessario per riportare l'attenzione del dialogo civile, ormai perso a rincorrersi in inferni artificiali infestati dagli spread e dai default, indietro a temi più naturali e propri della società umana.
Se, poi, vi è mai capitato di incappare, per caso o per passione, nelle opere di Luciano Bianciardi, bè...ma siete ancora qua?
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nati per subire

Se si iniziasse ad ascoltare il settimo album degli Zen Circus con Atto Secondo, si potrebbe pensare che il gruppo non avesse ancora esaurito il discorso intavoltato con l'ultimo, splendido, "Andate Tutti Affanculo".
Invece Il disco comincia con Nel Paese che Sembra Una Scarpa e si capisce subito che i sorrisi, questa volta, saranno rari e meno tirati, anche se l'autocitazione di Appino lascia ancora qualche flebile speranza per il prosieguo dell'ascolto.
Il Circo Zen ferma il carrozzone, dunque, e la scelta è sinceramente difficile da accettare. Intendiamoci, "Nati Per Subire" è un disco bellissimo. Un giro sul piatto se lo merita ad occhi chiusi: i testi sono lucidissimi, la produzione non è mai stata così cesellata e ricca di dettagli...però, e si tratta di un enorme però, la parentela con i lavori precedenti si è persa in spartiti troppo ragionati (che fine ha fatto la batteria fracassona di Karim Qqru?).
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Campi di concentrazione

Camminare per stradine e vicoli della tua città, per quanto centrali o residenziali siano i quartieri cui essi appartengono, significa in primis essere testimoni oculari del processo con cui il fenomeno del consumo sta rimodellando le nostre città.
Le vetrine vuote dei negozi, le saracinesche chiuse ad oltranza e l'estinzione del concetto stesso di bottega e drogheria non ci raccontano solo di una crisi che si è già tuffata nella sua fase recessiva dopo anni di dolorosa stagnazione, ma anche del processo di concentrazione che l'industrializzazione sta ponendo in essere per sopravvivere a sè stessa.

Per carità, è noto come tale fase sia conosciuta da tanto tempo nella dottrina economica, così tanto da essere già stata ampiamente codificata in ogni suo aspetto. I libri, però, si limitano a parlare di tecnicismi: fusione di soggetti industriali, accorciamento della filiera produttiva, internalizzazione della produzione dei servizi accessori; di meri espedienti volti a creare meno entità più solide patrimonialmente, commercialmente e finanziariamente, in modo da poter resistere alle oscillazioni dei mercati e delle domande di acquisto.
Oggi, invece, questo processo si è spostato nelle nostre vite e non riguarda più solo nomi che finiscono per spa o srl, va invece ad estendersi anche a fruttivendoli, macellai e fotografi, tutti insieme accanitamente.

Passeggiare per la propria città, se si ha un po' di memoria (la stessa che chi i centri commerciali li riempe vorrebbe che perdessimo, così da diventare i consumatori ancora più voraci) vuol dire registrare un fenomeno di accorpamento in edifici enormi, grigi e periferici del commercio antico della porta accanto, un decentramento distributivo che sa di degrado e abbandono urbano e che rappresenta tanto una tappa obbligata dell'evoluzione economica quanto il fenomeno naturalmente opposto all'integrazione sociale.

I campi di concentrazione oggi nascono come funghi perchè devono raccogliere tutti i negozietti che in città non troveremo mai più, per sottrarli alla dimensione personale che localizza e limita il consumo, trasformandoli piuttosto in enormi e ordinati palcoscenici di celebrazione del progresso.
Tutte le merci sono uguali e tutte ugualmente accessibili perchè ogni consumatore è invitato a questa festa bulimica, ogni compratore può tornare utile.
Dall'elettronica all'abbigliamento, dall'ortofrutticolo alla pizzeria, ogni esercizio commerciale posizionato com'era in mezzo a tabaccai, scuole ed edicole non risultava abbastanza credibile in termini di esclusività. La ricollocazione dà la possibilità al marketing di giocare sulla leva della validazione sociale dei prodotti: non bastano più i soldi per potersi permettere certi articoli, devi anche trovare tempo, parcheggio, assistenza e offerte.

Gli squali dei campi di concentrazione oggi stanno imparando dalla religione. Hanno capito che parlare di status symbol è classista e quindi dannoso per le vendite. Il nuovo orizzonte si chiama culto, aderire si chiama comprare, possedere si chiama appartenere e la libertà, invece, si chiama ancora scegliere, nel senso che entrambe non significano più un cazzo


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il veto

Per come la vedo io non c'è nessuna ragione al mondo per cui uno Stato, per costituirsi, debba chiedere il permesso ad un altro Stato.
E questa affermazione non nasce da un rigurgito di fierezza nazionalista, ma dalla profonda convinzione che l'autodeterminazione sia un diritto inalienabile di ogni comunità.
Tuttavia, se non si accetta questa visione, e si è convinti, di conseguenza, che gli States possano praticare aborto ed eutanasia nei confronti di qualsiasi nazione del mondo, si dovrà convenire con me che Umberto Bossi, prima di aprire bocca ed emanare sfinito proclamazioni di indipendenza, dovrebbe chiedere a Barack Obama cosa ne pensa della Padania.
O, in alternativa, ricordare al suo (risicato) esercito di Sancho Panza in groppa al trattore che sono le ferite profonde a spingerti a combattere: non bastano certo i piagnistei per le tasse troppo alte, si deve avere dimestichezza con fosforo bianco, fuoco a vista su donne e bambini, carri armati che ti sfondano casa e bagni di sangue.


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rojo


"Rojo" è il sesto album di Giorgio Canali & Rossofuoco, ventiduesimo (potrei sbagliare) dell'intera carriera del cantante e chitarrista di Predappio.
Ancora una volta quello che colpisce è la capacità di Canali di custodire e preservare la sua musica dal vorticoso processo di drenaggio emotivo e sterilizzazione dei contenuti che la circonda.
Il suo dono è uno stile eclettico in cui distorsioni, armoniche, fulgida rabbia militante, citazioni, narrativa cantautorale e passione danzano insieme al limite dell'incesto. Giorgio è un maestro, uno che un passo falso ogni tanto lo potrebbe pure fare, ma non lo fa mai.
Tutti lo dovrebbero ascoltare.

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Il marcio in Danimarca?

Solo ieri pomeriggio sono venuto a conoscenza della vittoria della donna immortalata qua vicino alle elezioni politiche della Danimarca.
La nuova premier si chiama Helle Thorning-Schmidt, ha 45 anni e guiderà la neoeletta coalizione di centro-sinistra dopo 10 anni di ininterrotto governo della fazione opposta.

La Danimarca è una delle economie avanzate con il debito pubblico più basso, e per quanto la definizione stessa di "economia avanzata" sia piuttosto fumosa, vado sul sicuro se dico che ricomprende almeno una ventina di nazioni: gli stati membri dell'Unione Europea, gli USA e il Giappone. Poi, se volete, c'è sempre il gruppetto del BRICS da aggiungere e togliere a piacimento.
La sua economia è improntata ad uno stato sociale molto solido, di conseguenza la pressione fiscale è tra le più alte al mondo ma lo è anche il benessere grazie al meccanismo della redistribuzione degli ingenti capitali che lo stato incassa dai cittadini.

A questo punto, vi chiederete, se un governo di destra ha ottenuto questi buoni risultati, come mai i danesi hanno optatao per una svolta? Le motivazioni politiche, se vi interessa, le trovate a questo link, ma voglio concludere il mio ragionamento ad un livello un po' più elementare.

Proverò a formulare, infatti, un pensierino tanto semplice e qualunquista quanto calzante. Una sciocchezza così banale da non essere nè di desta nè di sinistra (perchè l'estremismo è sempre sbagliato...non è più come una volta...quando c'era lui etc etc):

Se a decidere le sorti di una nazione è un governo formato da persone che hanno ancora una trentina d'anni almeno da viverci dentro, non sarà che in qualche modo, forse, anche solo involontariamente o per egoismo, questo fattore aiuti a migliorare la qualità delle decisioni stesse?





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Il Tea Party ovvero il sogno americano


Ora che finalmente sembra finita la penosa pantomima americana sul suo possibile default (dài, ma vi sembrava il caso?) ho avuto la possibilità di chiarire bene alcuni punti che non mi tornavano.
Punto primo: cosa cazzo è il Tea Party
Punto secondo: qual è lo scopo ultimo di tutta questa patetica messa in scena

Per farlo ho ricominciato dalle basi.

Una nazione che deve ridurre il proprio deficit ha davanti a sè due strade da percorrere: aumentare le tasse o tagliare la spesa pubblica.
Aumentare le tasse vuol dire mettere direttamente le mani in tasca ai ricchi, ai molto ricchi per l'esattezza, mentre tagliare la spesa pubblica significa prelevare indirettamente reddito al ceto medio-basso e basso.
Uno stato liberista è quello che ha una tassazione leggera e investe poco in settori di pubblica utilità quali sanità, istruzione e non prevede forme troppo elaborate di ammortizzatori sociali; è una struttura minimale e poco invadente sulla borghesia, piuttosto evanescente per i più poveri.
Uno stato sociale, d'altro canto, è quello con una pesante tassazione di tutti i ceti più alti ma che sostiene una ingente spesa pubblica ripartita il più equamente possibile fra i settori d'intervento di cui sopra.
Gli stati democratici moderni funzionano tenendosi in precario equilibrio fra questi due casi limite. Puntano sul fatto che per aumentare troppo le tasse i ricchi dovrebbero convincere il 90% dei non ricchi a votarsi contro e che la spesa pubblica possa essere diretta, in qualche modo, anche a sostegno dell'economia privata.
Sto semplificando, ovviamente, ma si tratta pur sempre di macroeconomia spicciola.

In America sta succedendo proprio questo: i molto molto ricchi hanno convinto il 99,9% della popolazione - e dei democratici - a votarsi contro pur di non aumentare le tasse.
Come hanno fatto?
Vi ricordate del punto primo?

Il Tea Party è un movimento politico di ispirazione popolare e conservatrice che prende il nome dal Boston Tea Party, e cioè il momento storico in cui le colonie americane cominciarono a lottare per l'indipendenza economica dal Regno Unito partendo proprio dalla lotta alla tassazione sulla vendita del tè.
Il Tea Party nasce nel 2009 ed è un movimento meno complesso di quello che ci vogliono far credere.
Sono repubblicani e protestano, sempre.
Scendono in piazza e in strada sfilando in cortei, sfoggiando slogan e cartellonisitica standard da manifestazione per chiedere, fondamentalmente, meno tasse e il diritto di vivere in libero mercato.

Un sondaggio dell'Università di Washington del 2010 ha dato una connotazione abbastanza precisa dei componenti di questo movimento:
il 73% non approva la politica del dialogo voluta da Obama con i paesi musulmani
l'82% pensa che gay e lesbiche non dovrebbero avere il diritto civile a convolare a nozze, il 52% (sempre dell'intero campione), inoltre, afferma pure che questi ultimi hanno troppo potere politico
il 74% crede che sì, è importante che i neri e le minoranze abbiano gli stessi diritti dei bianchi cristiani ma no, non è compito del governo garantire questi diritti.

Insomma, sono repubblicani. Dalla testa ai piedi. E neanche troppo moderati.

Sono repubblicani, sono liberali e liberisti, cristiani e scommetteri cattolici per la quasi totalità. E protestano, pure. Quindi sono anche sobillatori.
Sono un sacco di cose, certo, ma di sicuro non sono ricchi.
Oh, se fossero tutti ricchi come farebbe l'America a rischiare il default? Non ci saranno mica tutti questi negri, no?

Pochi fra loro sono ricchi, quasi nessuno è molto ricco, ma pensano e si comportano come se lo fossero, ed è per questo motivo che le grandi corporazioni americane, guidate dai molto ricchissimi, hanno usato il proprio potere su media e opinione pubblica per dar loro risonanza ottenendo quello che volevano: una riforma dura, durissima, che non andasse però a colpire i loro patrimoni.
Tutto qua. Delusi?

Ma in fondo non era questo il sogno americano: un giorno sei un tranquillo ragazzone che fa il bagnino a Dixon, nell'Illinois, e qualche anno dopo diventi il presidente degli States?
N'è forse vero, vecchio Reagan?
Vedete che c'è una speranza per tutti!
E del neonato Tea Party Italia, che dite, ne vogliamo parlare?
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Di David Lynch, grosso paraculo

David Keith Lynch è uno che fa film perchè si parli dei suoi film che la gente va a vedere perchè li ha diretti lui. Questa tautologia, come tutte le tautologie (e come i suoi film), non ha valore informativo, ok, ma serve per capire che ci vuole fede per credere in David Lynch.
Io, personalmente, non ne ho molta.
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Sostanza, poesia e memoria. Tre sottotitoli per quattro scelte.


Ce n'è di sostanza in questo referendum.
Innanzitutto trattava di temi con dirette ripercussioni sulla nostra vita quotidiana, senza troppe implicazioni partitiche (tranne, forse, il quesito sul legittimo impedimento) o letture politiche da tenere in considerazione. Certo i dibattiti sono stati lunghi, le campagne numerose e gli appelli accorati, ma ciò non toglie che il voto è stato viscerale più che ragionato.
Inoltre, se è vero che la Seconda Repubblica ha coinciso fino ad oggi quasi perfettamente con il periodo berlusconiano, si potrebbe anche pensare che la tornata elettorale appena conclusa sia un messaggio chiaro per decretarne la fine, anche di più delle ultime comunali e provinciali.

Intatta è la poesia anarchica. Il sogno eretico di essere un ribelle senza compromessi: bello e impossibile. Un sogno quotidianamente minacciato dalla mia estrazione borghese, dal mio lavoro e dal mio salario, entrambi borghesissimi; una poesia imprigionata da una prosa troppo scadente.
Ho imbracciato il fucile questa volta, sì, ma il generale invitava a disertare la battaglia. E va aggiunto poi che il voto referendario implica interferenza e non certo delega.

La memoria, infine, va preservata. Così come questo certificato elettorale mi è stato recapitato tre giorni fa, vorrei che un altro ancora, da usare per le prossime volte, mi venisse consegnato fra tre giorni.
Vorrei lasciare questo così, con un colpo e un centro.
Lo incornicierei e appenderei al centro di una parete bianca, orribile da vedere ma bellissimo da guardare, anche se comincerebbe a trasmettermi malinconia fra qualche anno.
Lo terrei là come il ricordo di quell'unica volta in cui non sono stato sconfitto (tanti timbri e mai una gioia sul vecchio), una vittoria senza Pirro. Un feticcio, un talismano contro il mio cinismo da campagna elettorale, la prima di una lunga serie di soddisfazioni che non potrà mai esserci.
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Il crepuscolo degli dèi


Un'altra colonna del Consiglio dei Ministri cade rovinosamente in pezzi.
Dopo Sandro Bondi, autore di intima delicatezza nonchè ministro ineccepibile, anche Carlo Giovanardi decide di lasciare il suo incarico da sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche contro le droghe (ci entra tutto nella Carta d'Identita?), data la sopraggiunta impossibilità di espletare le sue funzioni - spiega lui stesso -a causa dei tremontiani tagli alle risorse destinate al Dipartimento alla Famiglia.

Le ombre proveranno certo ad offuscarci la sua memoria, ma noi (io, almeno) lo vogliamo ricordare maestro di bon ton ed equilibrio, seppure le sue dichiarazioni deliranti potrebbero fuorviare. Un osservatore posato dei cambiamenti della società italiana che riusciva a sintetizzare, rendendoli comprensibili anche al più chiuso dei bifolchi, con semplici ma chiarissimi schiamazzi, oscurati solo dalla cavernosità del suo accento, tanto particolare quanto sconosciuto alla storia.
Per la lealtà che ha dimostrato verso la patria nel compiere questo gesto di resa, lo ringrazia in particolare Stefano Cucchi, al quale il nostro non ha lasciato neanche la pietà del silenzio.

Non so se capirà, il buon Carlo, ma in caso gli faremo un disegno.
Adesso vattene finalmente affanculo
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Sergio indahouse

Voglio chiarire subito che io non ce l'ho con Sergio Marchionne, sebbene questo possa sembrare ad un lettore piuttosto distratto, ma è lui ad avercela con me.
Mi provoca, mi stuzzica, scompare per un po' (o forse sono io che ho spento la televisione da un po') e poi mi si ripresenta all'improvviso. A Montecitorio. In giacca e cravatta.
Un gesto ardito, non c'è che dire.
Non mi piaci, Sergio, non mi piaci affatto e continuerai a non piacermi.
Sei offensivo ed irrispettoso...perchè?
Dunque: non è un crimine che un'azienda in crisi chieda ai proprio dipendenti di stringere la cinghia (ah, le metafore!) e di rinunciare a qualche diritto dato per assodato, se questo servisse a salvarla, a mantenerla in vita permettendo così agli stessi di continuare a lavorare. Diventa, invece, un'offesa quando questa richiesta viene fatta da una multinazionale che prevede di chiudere il bilancio con più di 400 milioni di euro di utile.
I sacrifici dei lavoratori serviranno ad aumentare i dividendi degli azionisti e degli investitori, ed andate in pace amen.
Poco importa se dall'Italia, dalla quale non arriva neanche un euro dei 400 milioni (e sticazzi?), sono piovuti corposi aiuti statali per interi decenni, vero? Di chi erano, quei soldi?

Chissà cosa penserebbe di lui la lega nord se riuscisse ad osservare la situazione da questo punto di vista. Perchè, in ultima analisi, la leganord sarà pure il partito che ha riportato indietro concetti altissimi e, come tali, scevri da ogni ragionamento meramente economico - biopolitica e socialismo cooperativo in primis - fino agli oscurantisti tempi del feudalesimo, ma è vero pure che su di essi poggia e che da essi si è alzata in piedi la prima volta.
Già, la lega nord, il partito del fare: cazzate, boiate, schifezze, lettera e testamento; ma sto divagando.
Il buon Sergio (l'Alfa e l'Omega) ha dimostrato anche a Montecitorio di essere un uomo di mondo insospettabilmente avvezzo agli usi e costumi dominanti, consapevole che, come ci ha ricordato Ascanio Celestini, la divisa non si processa.
Fino al 6 Aprile, almeno, poi si vedrà.
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Il mondo che vorrei

Sandro Bondi, per amici e parenti Sandrobondi, nasce a Fivizzano, provincia di Massa-Carrara, e comincia la sua carriera politica nelle file del Pci. Certo una scelta netta la sua, ma comprensibile se si considera il contesto culturale della rossa toscana dei primi anni ottanta. Un giorno, mentre si stava recando al lavoro, gli cadde una tegola in testa, e da quel momento cominciò a non imbroccarne più una. Dal maggio 2008 il buon Sandro di mestiere fa il MInistro dei Beni e delle Attività Culturali, e di questa cosa si bèa. Visto che ora amministra tutto lo scibile umano, ha saggiamente deciso di smettere i panni da pazzo invasato del mago Otelma, coi quali era solito allietarci le domeniche pomeriggio, per indossarne di ancora meno seri. Ha pure scritto tante poesie, Sandro, e le ha raccolte in un libro, anche se il dramma vero è che le ha poi pubblicate. Il libro si chiama Perdonare Dio e io ancora non me ne capacito. Nonostante il titolo affatto pretenzioso, la raccolta è bella. Talmente bella che lo sarebbe stata di più solo se non fosse mai stata scritta, ma ormai c'è e e ve la dovete tenere. Vi rimane la possibilità di non comprarla ovviamente, a meno che non siate suoi parenti. Nel mondo che vorrei Sandro Bondi non sarebbe un uomo, bensì una maschera di carnevale: Il Cicisbeo o Cavalier Servente, "con quello sguardo un po' così, quell'espressione un po' così".
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Cronistoria di un uomo minchia


Sergio Marchionne (qui fedelmente ritratto in quanto situata in mezzo ai coglioni) nasce a Chieti nel 1952, ma si sposta in Istria perchè gli abruzzi gli vanno subito stretti. Poi, ancora bambino, lascia l'Italia per trasferirsi con la famiglia in Canada.
In quella casetta piccolina in Canadà, con tante roselline e tanti fiori di lillà, il ragazzo-Sergio dimostra ad ogni anno che passa di essere un buon cervello, infilando uno dietro l'altro titoli di grande prestigio: laurea in legge, un MBA (Master in Business Administration) e una laurea in filosofia, che giurerà poi, in una breve intervista al giornale locale Canad-air, di aver buttato nel cesso e di aver tirato la catena forte forte.

Dopo gli studi, l'ometto-Sergio dimostra anche intraprendenza, e forte dei roboanti titoli conseguiti entra di petto nel mondo economico andano ad occupare posti di responsabilità prima e di dirigenza poi, in grandi aziende con marchi conosciuti in tutto il mondo. Tale processo culminerà con la nomina di amministratore delegato del gruppo SGS, multinazionale svizzera con sede a Zurigo, che lo consacra definitivamente nel Gotha del management mondiale, e lo riavvicina a casa.

Dagli studi canadesi ha imparato a non portare la cravatta, dalla sua vita lavorativa ha tratto l'esperienza, e conscio di questa sua completezza l'uomo-Sergio viene nomnato nel 2004 a.d. del gruppo Fiat.
L'anno successivo assume anche la guida di Fiat Auto.
Qualche mese più tardi viene investito del titolo di Signore Onnipotente Degli Autoveicoli Tutti, ma non vuole che si sappia troppo in giro.
Dopo i vari tentativi di indebitare ulteriormente l'impresa privata più indebitata d'Italia, con l'acquisto a rate del gruppo Chrysler e la tentata ma non riuscita scalata alla Opel, Marchionne decide di fermare la sua strage per un attimo. Poi ci ripensa, si guarda dentro, e ordina ai suoi scagnozzi di chiudere Termini Imerese licenziando i 2000 operai ce ci lavora(va)no, e di ridimensionare altri stabilimenti storici del gruppo nel sud del nostro paese.

Dal 2008 il suo hobby preferito è lanciare ultimatum al governo italiano, rivendicando un risanamento dei conti dell'impresa automobilistica e un rilancio della cultura italiana nel mondo, operazione quest'ultima alla quale ha contribuito in modo decisivo il sobrio e posato Lapo Elkann, rampollo della famiglia Agnelli per una serie di sciagurate coincidenze .

Una carriere velocissima la sua, talmente frenetica da non lasciargli mai un momento libero o di spensieratezza, neanche per andare qualche giorno ad Amsterdam a contare tutte le auto che non ci servono ma che ci hanno conivinti a comprare, o per passare qualche ora davanti la cartina geografica italiana a capire perchè si sia voluto sviluppare il commercio stradale in un paese fatto a grissino e circondato dal mare.
E' così impegnato, Sergio, a dirigere i colossi economici che amministra da dimenticarsi di contare tutte le vite perse sulle strade, che sono il vero prezzo che questa Italia paga ogni giorno al mercato delle autovetture e in particolare alla Fiat.
Bravo Sergio, ghimmifaiv.
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In direzione ostinata e contraria

Il parroco delle Piagge a Firenze ha dichiarato marito e moglie Sandra Alvino, nata uomo e donna da 30 anni, e Fortunato Talotta, già sposati da 25 anni con rito civile nonostante il veto di due anni fa del cardinale Ennio Antonelli.
Il parroco ha voluto concludere la cerimonia con la canzone di Fabrizio De Andrè Smisurata preghiera, poesia elegante e fortissima che trasuda disobbedienza da ogni verso.
Il parroco e i coniugi sanno già che l'atto verrà annullato in breve tempo, ma non per questo hanno deciso di mollare. 200 persone hanno assistito alla celebrazione.
Evviva i bastardi dunque, mi viene da dire sulla scia del nuovissimo e fiammante Tarantino, siano essi preti, reietti o disobbedientu, perché di gente che non riesce ad ignorare la propria coscienza ne abbiamo bisogno oggi più che mai.
"Come una svista
Come un'anomalia
Come una distrazione
Come un dovere".


Fonte: City, Lunedì 26 Ottobre