Visualizzazione post con etichetta Varie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Varie. Mostra tutti i post
0 com

Un altro punto di vista

Oggi voglio segnalarvi un articolo molto interessante apparso una decina di giorni fa su Internazionale.
Vestendo solo per un attimo i panni del professionista, vi ricordo che con i tempi che corrono reperire i 6 miliardi di euro di cui si parla nell'articolo avrebbe un costo molto elevato per qualsiasi nazione. Le aste dei titoli di Stato della settimana scorsa ci dicono che questo costo per l'Italia si attesterebbe tra l'1,60% del capitale, per la scadenza a 6 mesi del finanziamento, e il 5,80% per quella a 10 anni.
Sono paccate di milioni (Elsa Fornero cit.), no banane.
 
0 com

battaglie 2puntozero

La vicenda giudiziaria Apple-Samsung ha finito per suscitare il mio interesse più di quanto potessi pensare. E questo è successo, come spesso accade, quando ho smesso di guardare ai dettagli (non sapete quanto si possa diventare curiosi passando Agosto in ufficio) tecnici a supporto dell'una o dell'altra tesi e ho fatto un passo indietro.
Anche se le due società sono leader mondiali nella tecnologia consumer, gli oggetti del contendere sono sempre gli stessi: brevetti, licenze e utilizzazione delle opere d'ingegno.

Ma a ben vedere il problema è sicuramente di ordine etico.
Insomma: possibile che 'sti stronzi possano brevettare tutto?
Vale la pena approfondire un po' perchè per "tutto" qua si intende "davvero tutto l'esistente": dalle sementi della Monsanto e simili alla forma di iPhone e iPad (un rettangolo smussato, eh capirai...), passando per l'accostamento cromatico rosso-argento-nero della Coca-Cola.

Mentre nelle aule dei tribunale americani e sud-coreani legioni di avvocati di Apple e Samsung pretendono di difendere l'innovazione, essa viene in realtà svilita e messa in grave pericolo. Prima di schierarci per l'una o per l'altra parte, a seconda di quale delle due aziende griffa il telefonino che portiamo in tasca, dovremmo chiederci se l'innovazione, per costituirsi nel suo significato autentico, debba avere una natura partecipativa, debba cioè essere esperita un passo dopo l'altro da un'intera comunità, oppure magica, dono oscuro di una manciata di capitani d'industria, sedicenti geni visionari, che blindano le loro idee all'interno di processi economici dominati da concetti avvenieristici quali economie di scala e remunerazione degli azionisti.

Vorrei che i nostri legislatori cominciassero a prendere confidenza con l'idea che c'è un limite oltre il quale non è eticamente accettabile brevettare l'innovazione, se è ancora vero che essa ha come fine ultimo il miglioramento della qualità della vita di tutti, anche dei soggetti che non hanno la possibilità di accedere al tempio del consumo.
Vorrei che si cominciasse ad analizzare il concetto di licenza o diritto d'autore con strumenti nuovi, quali quello di Bene Comune o di Copyleft; vorrei anzi che a questi ultimi venisse finalmente riconosciuto lo status di strumeto di analisi e che si smettesse di considerarli un vezzo per trentenni controinformati e disoccupati.


Vorrei che focalizzassimo di più l'attenzione sulla differenza fra un processo e il suo risultato. Il primo è dinamico e immateriale, esiste solo quando viene partecipato. Ai soli partecipanti appartiene, esclusivamente per loro genera conoscenza. Di conseguenza, se crediamo che essa debba essere condivisa, non possiamo che auspicarci la più larga partecipazione possibile ad ogni processo innovativo. Il risultato, invece, nasce quando la conoscenza si fissa nella materia e diventa prodotto. Che si venda, questo prodotto, che generi profitto, molto, ma non intacchiamo i processi, non permettiamo che smettano di comunicare e di influenzarsi tra loro.
Capiamo questo punto, altrimenti finisce male.
Finisce male e, più prosaicamente, a furia di brevettare forme geometriche e colori, il vostro prossimo tablet potrebbe essere così: 



0 com

Viaggio in musica /2

La seconda puntata di questa giovane rubrica vi viene proposta in differita di qualche giorno, non fateci caso.

Girless & The Orphan - Same name for different girl



Qualche mese fa decisi di passare un Sabato sera in compagnia dei Fine Before You Came. Iniziava l'estate e la pratica del viaggio si poteva sbrigare in un'oretta di macchina. C'erano diversi gruppi in scaletta, nessuno dei quali mi diceva niente, e in quella scaletta c'erano pure loro, i Girless & The Orphan.
Più precisamente: Girless è un ragazzo che gira l'Italia con la chitarra  in mano, The Orphan pure, la chitarra la suonano insieme e sono pure molto amici dei succitati FBYC.
Il live è stato davvero piacevole così come lo è stato vederli agitarsi sul palco insieme ai favolosi headliner, di conseguenza, appena tornato a casa, non ho potuto far altro che andare ad approfondire i loro lavori sul sito della casa discografica raccomandatoci dai diretti interessati, muniti di grinta da vendere ma non di banchetti.
qui potete trovare la sezione dedicata al free download.
Ho scelto il loro primo ep perchè una bella storia merita sempre di essere conosciuta fin dal suo inizio, e anche perchè è quello fra i tre con la resa dal vivo più fedeli.
Due chitarre acustiche allo sbaraglio che si destreggiano con disarmante naturalezza fra furibondi folk irlandesi, ambientazioni intimiste e ballatone melodiche. Ne sentiremo parlare presto, magari in occasione del loro primo album






Neutral Milk Hotel - In The Aeroplane over the sea

Se tutti gli album che dovevano fare la storia l'avessero fatta davvero, la storia sarebbe migliore.
Lezioni di musica senza troppi fronzoli.
0 com

trashissimamente tuo

La globalizzazione, proprio lei, la volevano tanto ed eccola qua.
L'articolo del Sole 24 Ore  ci propone una metafora azzecatissima, mi verrebbe da dire sublime data la materia che tratta, di questo tempo così opprimente: tutto quello che abbiamo così avidamente consumato, persi nel sogno erotico della possessione sfrenata, ci sta ora seppellendo. Da Roma a Napoli, da Napoli a Salonicco, la nostra libertà di scelta si è trasformata nella nostra bara.
La monnezza sta circondando le nostre città, battendo le nostre strade con fare battagliero e minaccioso, puntandole dritte al loro cuore, unica parte dell'organismo urbano per ora salva dall'insidia a causa del fatto che, grazie a dio, (anche) di turismo ci campiamo.

Metafora nella metafora? Affondo il colpo? E affondiamo!

La città che se la sta passando peggio nel nostro paese, togliendo con un lercio colpo di reni il dominio della fetida graduatoria alla sempiterna Napoli, è Roma, la nostra capitale, l'epicentro della nostra civiltà.
Nel 2012 nella capitale d'Italia non viene fatta la raccolta differenziata.
Puntualizziamo: non è che ci siano problemi di organizzazione della raccolta, di personale insufficiente, di scarsa efficienza degli impianti, no; la raccolta differenziata non esiste, così come non esiste nella testa della maggior parte dei romani un qualche concetto di rispetto e tutela dell'ambiente, cosa che presumo dal fatto di non aver mai visto romani riempire le proprie piazze chiedendo che venga introdotta.
Diciamocelo, non sta un gran bene Roma. Questo non è positivo, non ne sono felice, perchè è pur sempre la città eterna, però basta una nevicata...sì, ok, non prevista, ma pur sempre una spolverata o poco più...e non parliamo della pioggia...vabbè, abbondante, e chi lo nega, più o meno quella che ogni agricoltore abbia mai implorato qualche volta nella sua vita.

Se è vero che Roma e i romani sanno che la storia non dimentica, hanno dimenticato che essa non è clemente verso la supponenza.
E pensare che basterebbe così poco, appena un accenno di coscienza ecologista. Su, coraggio, non siamo negli anni Settanta: i tempi sono maturi per certe cose!
Sesso extra-coniugale, olè! Sesso anale, olè! Marijuana Hashish LSD Amfetamine eroina cocaina, olè! Presidente donna, olè! Vedete? Possiamo parlarne ora! Porca mado...no, di questo ancora no effettivamente, ma del resto sì; del resto possiamo parlare.
Coscienza ambientale può voler anche dire scegliere una semplicissima maglietta a dieci euro prodotta a Ponte Pì (per dire) al posto del suo equivalente cinese da cinque e mezzo.
Confindustria e i suoi figliocci ci hanno fracassato i coglioni con la qualità e l'eccellenza ma la verità è che non tutti vogliamo o possiamo permetterci solo ed esclusivamente il meglio, questo non significa però che anche nella mediocrità del consumo non possiamo scegliere.
E non solo quando si tratta di guardare la televisione.
0 com

Viaggio in musica

L'autoradio con il lettore mp3 è stata una bella svolta per me. Così, complice una piccola chiavetta usb da 8 giga, satura delle più disparate discografie, ho deciso che ogni tanto vi parlerò delle sorprese che saprà tirare fuori dai suoi anfratti digitali durante qualcuno dei miei lunghi viaggi.
Spero che i contenuti possano risultare interessanti quanto basta per sopperire alla scarsa originalità - mi tocca ammettere - dell'idea.

Il Buio - Il Buio

In quella stretta intercapedine situata fra hard-rock, hardcore e l'emo primordiale degli indimenticabili At the Drive-In, questi ragazzi di Thiene hanno infilato due anni or sono un album sorprendente per impatto sonoro e ispirazione, confermando ancora una volta il buono stato del fermento musicale in Veneto.
Nonostante le poche tracce contenute nel lp, non si fa fatica a riconoscere che la band è tosta, già matura per conquistare il bel paese armata di furgone e strumenti e, soprattutto, consapevole dei propri, notevoli mezzi.
Un disco che potete regalarvi con soli 3,99 euro scaricandolo dal loro sito, e scusate se è poco.




Pj Harvey - Rid Of Me

Nel 1993, mentre dal paese a stelle e strisce soffiavano rabbiosi venti di grunge e il metal aveva appena finito di scoprirsi più bello nel trash, un'esile fanciulla pubblicava in Europa un disco incredibile che rivendicava il buon nome del vecchio rock. L'affascinante tripletta inziale formata dalla title-track, Missed (uno dei più bei pezzi scritti in quegli anni fecondi, a mio avviso) e Legs sarebbe bastata da sola per conquistare qualsiasi ragazzotto americano da Boston alla California passando per Seattle, se solo si fosse degnato di buttare un orecchio anche oltreoceano.
Personalmente trovo molto triste il continuo chiacchiericcio sugli idoli di oggi che non sono più quelli di una volta (leggi Oasis e Guns N' Roses) quando un album così se lo sarebbero potuto solamente sognare anche loro, dal basso della loro supponenza.
0 com

#notav


Nel suo breve ma intenso Consigli ad un giovane ribelle, caldamente consigliato a tutti coloro che non lo avessero già letto, Christopher Hitchens ricorda un passaggio importante de L'essere e il nulla di Sartre, nel quale il filosofo francese delinea una netta separazione fra la figura del ribelle e quella del rivoluzionario.
Descrive gli appartenenti alla prima categoria come attenti e segreti protettori dello status quo, essendo proprio tale permanenza a garantire loro la possibilità di ribellarsi. Nella seconda tipologia, invece, troviamo chi veramente vuole cambiare, se non addirittura sovvertire, le condizioni esistenti.
E' un'impresa titanica cambiare le regole di un gioco che premia chi storicamente deve essere premiato, e per farlo occorre arrivare al confronto, che può facilmente diventare scontro quando le questioni toccate sono così delicate, scansando le più o meno galanti offerte al "darsi una calmata".

Sono fieramente un NoTav perchè nella Val Di Susa io vedo molti rivoluzionari e davvero pochi ribelli. Vedo gente che vorrebbe vivere in pace, che vorrebbe una quotidianità lontana dalle luci della ribalta e fatta di normalità. Chi crede che la valle sia ormai diventata terra di conquista per filibustieri e terroristi di primo pelo si sbaglia di grosso, perchè in prima linea ci sono agricoltori, lavoratori, cittadini e sindaci. Ci sono donne e uomini che portano serenamente in campo la loro terza età senza curarsi di chi li vorrebbe a borbottare davanti la televisione, ci sono trentenni cretinetti che di mestiere arano la terra alla faccia del posto fisso in banca o nella grande azienda e della sua sicurezza economica.
C'è un universo talmente ampio di "cose che non tornano" rispetto a eventi più noti, il 15 Ottobre per dirne uno, che considerare tutti black block diventa una difesa rassicurante per le nostre convizioni e una pista facile da seguire per chi deve scrivere articoli dietro articoli senza preoccuparsi di capire quello che racconta.

In Val di Susa si sta combattendo contro la tentazione da sempre insita nell'uomo di lasciare una propria firma nel futuro. Nella contestazione che è diventata il simbolo della lotta a tutte le grandi opere millantate da decenni di politica burina e populista, si sta mettendo in discussione l'idea - di stampo fortemente cattolico - che il futuro saprà, per capacità imperscrutabili a noi che viviamo il presente, rimettere a posto tutto e redimere i nostri peccati con il ricordo e la riconoscenza.
Non importa se la Tav ci imporrà un dispendio di risorse economiche che non ci possiamo permettere, non importa se non avremo di cosa riempire i container da spedire in Francia a 300 all'ora, non importa se dovremo scavare montagne senza sapere dove stipare quello che ne tireremo fuori e neanche se dovremo farlo con cantieri dove muoiono centinaia di persone ogni anno, tanto si curano della sicurezza dei laviratori, no.
Tutto questo non importa, perchè la Tav sarà un altro simbolo della potenza della nostra civiltà, l'ennesimo lusso futurista destinato a diventare un monumento all'incompiuto, ettari di boschi sacrificati sull'altare delle lamiere per dar corpo al sogno dell'Europa unita, potente e indissolubile che nel 2012 decide scientemente di lasciar morire di fame un intero popolo qualche parallelo più a sud.

A chi accusa i NoTav di essere retrogradi, passatisti e contrari al progresso, poi, non si manchi mai di ricordare che la nozione di sviluppo come sommatoria delle tonnellate di cemento elevata ai chilometri quadrati di asfalto non sta più in piedi, ed è attuale come il vecchietto avvinazzato del bar che tra un mano di briscola e l'altra non perde occasione di rimarcare che ai suoi tempi mica ti rompevano i coglioni se davi due schiaffi a quella troia di tua moglie.

Essere un NoTav non vuol dire essere un ambientalista, un anticapitalista o un ribelle ma tutte queste cose insieme e anche di più. Vuol dire affermare la necessità di ripensare interamente il nostro modello di sviluppo.
0 com

quello che abbiamo scordato


Potrà anche non interessarvi, posso capirvi, ma la scelta di tenermi fuori dalla disputa morale su liberalizzazioni ed evasione fiscale che imperversa in queste settimane è stata per me profondamente ponderata. Sebbene io non abbia creduto neanche per un secondo nelle porprietà taumaturgiche del libero mercato - e, in effetti, sarebbe anche ora di bollare definitivamente come anacronistico il concetto della Invisible Hand che Adam Smith descrisse ormai 236 anni fa, in altri tempi e in altri contesti, e lasciarcelo finalmente alle spalle - e coltivi un'avversione viscerale verso lo stato liberista, credo fermamente che la critica su questi argomenti abbia bisogno di staccarsi un attimo dalla realtà fattuale per diventare più sistemica e profonda.

Il vizio del capitalismo è infatti ontologico: non si può basare un sistema sull'assioma della massimizzazione del profitto e poi negare a tutti i soggetti che quel sistema lo subiscono di goderne appieno. Non si può pretendere che questo assioma venga addirittura considerato come parametro di professionalità, impegno ed efficienza per alcuni soggetti (penso alle SpA, ma non sono le uniche) e sia, contemporaneamente, indice di corruzione morale per tutti gli altri. Dobbiamo accettare che, viste in questa prospettiva, le resistenze lobbistiche e i tentativi di escapologia fiscale sono strategie previste dalle regole del gioco.

Voglio aggiungere poi che le critiche mosse da chi si dimostra ostile, per forza o per amore, alle questioni di cui sopra nascono pur sempre, nella larghissima maggioranza, da rivendicazioni di tipo economico, che ai miei occhi rimangono sempre e comunque esecrabili perchè partono da una visione individuale e pragmatica che non permetterà mai di sviscerare a fondo l'argomento, di confrontarsi su di esso con la serenità e l'onestà intellettuale (ammesso che questo termine significhi ancora qualcosa) che ogni scambio di opinioni meriterebbe.

Quello che abbiamo scordato, in ultima analisi, è la capacità di osservare i fenomeni in prospettiva. Abbiamo scordato come si guarda la Luna, barattando questa capacità con un modesto mucchietto di inutili nozioni che ci lasciano il contentino di disquisire giornate intere su come e quanto sia incarnita l'unghia del dito.

Io continuo a pensare che ogni problema sia figlio della tanto onorata madre Competizione, e che potremo salvarci solo abbandonandola in un angolo di un vicolo buio per incamminarci nella strada della Cooperazione. Pena la morte della civiltà per come la pensiamo da secoli.
Basta fare i ricercati, è ora di cominciare a parlare chiaro.
0 com

libero software in pessimo Stato

Leggo con apprensione un commento di Elio Gullo, direttore dei sistemi informativi di Enpals-Inps, sulla questione dell'utilizzo del software libero nella Pubblica Amministrazione, uno di quei tanti temi talmente semplici da capire nella loro ragionevolezza da non essere mai presi seriamente in considerazione.
Il direttore dice:

"Come direttore dei sistemi informativi, se qualcosa va storto devo potermi confrontare con un mio pari grado dal lato fornitore che risolva il problema e risponda eventualmente dei danni. Se il mio fornitore sono 10.000 sviluppatori sparsi per il mondo, con chi dovrei parlare? Pagare le licenze, insomma, significa comprare anche garanzie"

Sono veramente spaventato dal fatto che un direttore di una divisione informatica di una delle più grandi aziende del nostro paese possa avere una concezione di rapporti produttivi ancora così retrograda, capace unicamente di perpetrarei modelli passati (già dimostratisi ampiamente fallimentari, tra le altre cose). Non c'è bisogno di ricordare che la battaglia sul software libero va ben al di là della mera contabiizzazione dei costi statali o dell'efficienza tecnica, andandosi ad inserirsi in un impianto teorico molto più ampio in cui sono comprese tutte le battaglie di resistenza e civiltà che vengono proposte negli ultimi anni, a cominciare da quella sui beni comuni; ma vale la pena ricordare al megadirettore in questione che con il software libero - pensate un po!- non ci sarà più bisogno di un fornitore. Che magari, caro megadirettore, la scusa buona per rompere la struttura classica (e anche un po' classista) della filiera produttiva, che per noi semplici cittadini è tutto fuorchè un dogma, potrebbe venire proprio dalle macchine! Quale sorprendente vendetta della storia sarebbe questa, caro il mio megadirettore!

Fonte: L'Espresso.
0 com

Il Mondo Nuovo


Nonostante questo progetto abbia appena quattro/cinque anni di vita, Il Teatro degli Orrori non è certamente un gruppetto liceale formato da ragazzini esaltati, e di conseguenza i componenti si sono resi subito conto che intitolare questo nuovo album "Storia di un immigrato" sarebbe stato un grosso errore. Avrebbe portato tutta una serie di paragoni fuori luogo con l'immenso Fabrizio de Andrè sviando l'attenzione dei contenuti proposti. Perchè siamo fatti così, noi pseudointellettuali che scriviamo (anche solo saltuariamente) di musica: sempre all'affannosa ricerca di citazioni e rimandi storici per tentare di nascondere la scarsa capacità di lettura e analisi dei contenuti.
Lo stesso antico vizio che esprimeva Jorge da Burgos ne Il Nome della Rosa quando affermava: "non c'è progresso nella storia della conoscenza, ma una mera, costante e sublime ricapitolazione".
Ecco, i Nostri erano coscienti di questo rischio ma hanno comunque deciso di chiamare il loro album Il Mondo Nuovo.
Certo, Aldous Huxley è un paragone molto meno ingombrante di Faber per ambito artistico e lontananza geografica, fatto sta che in questa settimana si sia parlato molto più di Brave New World che del disco in sè, come se di ciccia sul fuoco non ce ne fosse.
E invece ce n’è e anche parecchia. Il Mondo Nuovo è un concept album sul tema dell’immigrazione raccontato attraverso le storie e i nomi di alcuni immigrati. Coerentemente con questa impostazione scompaiono dall’album le sfuriate rock dei due magnifici predecessori, si alleggeriscono le chitarre e rallenta la sezione ritmica. Non si vive più di singoli momenti esplosivi o intimistici ma di un unico movimento, che perde di senso se sezionato, dove la musica diventa il palcoscenico dal quale Capovilla recita i suoi ricchissimi e sempre pregevoli testi.
Le melodie dilatate hanno poco a che fare con quelle più tirate e incisive cui ci aveva abituato la band veneta, ma questo non impedisce loro di regalarci dei momenti di intensità difficile da trovare in giro (NIcolaj su tutte; Ion, canzone per la quale è stata chiesta l'autorizzazione alla pubblicazione alla moglie dell’omonimo operaio; Vivere e morire a Treviso, almeno per me molto rappresentativa) e qualche episodio dall’incedere più sostenuto (Martino e il singolo Io Cerco Te).

Il Mondo Nuovo è un album complesso, che richiede tempi di digestione ancora più lunghi di Dell’Impero delle Tenebre, e molto coraggioso, perchè ci sfida ad ascoltare e riflettere senza fretta a proposito di un tema delicato che viene trattato sempre con troppa fretta dalla politica (nord)italica, preoccupata più di non scontentare le spinte emozionali (schèi) del popolino che di formare una coscienza civile al riguardo.
I pregi, però, finiscono qua. Questo album ha il grosso difetto di essere dominato e deformato nella sua struttura da un Capovilla eccessivo che dà l'impressione di non riuscire mai a farsi da parte, neanche per dare il tempo alle melodie di uscire dal bozzo e compiersi fino in fondo.
A mio avviso un mezzo passo falso.


0 com

un doveroso e commosso addio

Massimo Paoli è un nome che a molti di voi non dirà niente ma che a me riporta alla mente bei momenti, forse le uniche soddisfazioni accademiche di una carriera durata poco più di 6 anni.

Il Prof. Paoli insegnava una materia "caratterizzante" e una "opzionale" (si dice così, pensate un po'!) del corso di studi triennale di Economia Aziendale all'Università degli Studi di Perugia, e dell'insegnate che è stato ricorderò sempre l'amore per le proprie materie e l'approccio completamente diverso dagli altri professori che aveva con noi ragazzini che ci atteggiavamo a grandi tecnici con ancora addosso la puzza dei licei di provincia.

Ricordo anche l'odio che provava verso di lui la maggior parte degli studenti e dei suoi colleghi.
Gli studenti lo odiavano perchè le sue erano lezioni poco monetizzabili: non uscivi con degli appunti che ti addestrassero a risolvere irreale esercizietti sulla massimizzazione del profitto, non ti svelava formule magiche per ingenue equazioni micro/macroeconomiche; aspetti poco accattivanti per contabili già promessi alla concessionaria dei genitori e tristemente appassionati già a 20 anni di berline di lusso.
Tra i suoi colleghi alcuni lo odiavano ritenendolo un cialtrone, uno che parlava di tutto perchè non avrebbe saputo parlare di niente, e altri, ben più ipocriti, ridevano teneri quando sentivano il suo nome come si ride del matto del villaggio: un personaggio che fa colore ma che non occorre prendere troppo sul serio.

Legato al Prof. Paoli ci sono anche le immagini della mia combriccola perugina, le nostre risate durante le sue infervorate arringhe, le imprecazioni durante i nostri tentativi di seguirlo nei tortuosi meandri dell'epistemologia, gli sguardi tronfi che ci scambiavamo quando vedevamo la classe svuotarsi e solo noi rimanere, come a sancire una superiorità intellettuale che in quei momenti ci sembrava valere ben più di qualche 30.

In un periodo dominato da grandi professori e fondamentali economici impazziti, l'Università italiana perde un Maestro che ha sempre avuto la forza di denunciare il limite principale della tecnica, e cioè l'atto fideistico alla base del modello di analisi che permette sì di validarne i risultati ma che, al tempo stesso, ne preclude ogni oggettività.
0 com

nuovi capitoli

Mi dispiace venire a sapere solo questa sera dal solito, affidabile blob, come alla manifestazione del Pd del 6 Novembre a Roma sia successo qualcosa di interessante:

le tre ragazze nella foto appartengono al collettivo femminista ucraino Femen che da tempo si batte per i diritti delle donne.

Dopo aver organizzato proteste in tutta l'Europa a suon di spogliarelli, le sexy-attiviste (definizione piuttosto infelice, soprattutto in questo caso, se mi è concesso) sono finalmente arrivate in uno dei paesi più retrogradamente ricchi del mondo.
La loro azione mi è apparsa così lontana dall'estetica ecclesiasta che da sempre caratterrizza il pd che ho subito capito si trattasse di un corpo estraneo all'organizzazione del partito.
L'estetica, certo, ma anche la dialettica non manca certo di spiccare in un contesto del genere:

E' superfluo dire che le attiviste sono state subito attaccate dai democraticissimi manifestanti che le hanno ritenute oscene e volgari, facendo finta che i sorrisi piacioni di Renzi e Veltroni lo siano meno, ma quello di cui più sono felice è la possibilità di poter aggiungere da oggi, con decorrenza 6 Novembre, un nuovo e inaspettato (in Italia, almeno) capitolo alla mia personalissima raccolta di materiali resistenti.





0 com

L'era del cinghiale goffo


Oggi rimango sospeso sul seguente quesito: è più ridicolo aver creato un sistema in cui far incazzare lo Spread sul Bund davvero non ti conviene, oppure aver paura che il mondo si estingua per palindromìa?






0 com

Campi di concentrazione

Camminare per stradine e vicoli della tua città, per quanto centrali o residenziali siano i quartieri cui essi appartengono, significa in primis essere testimoni oculari del processo con cui il fenomeno del consumo sta rimodellando le nostre città.
Le vetrine vuote dei negozi, le saracinesche chiuse ad oltranza e l'estinzione del concetto stesso di bottega e drogheria non ci raccontano solo di una crisi che si è già tuffata nella sua fase recessiva dopo anni di dolorosa stagnazione, ma anche del processo di concentrazione che l'industrializzazione sta ponendo in essere per sopravvivere a sè stessa.

Per carità, è noto come tale fase sia conosciuta da tanto tempo nella dottrina economica, così tanto da essere già stata ampiamente codificata in ogni suo aspetto. I libri, però, si limitano a parlare di tecnicismi: fusione di soggetti industriali, accorciamento della filiera produttiva, internalizzazione della produzione dei servizi accessori; di meri espedienti volti a creare meno entità più solide patrimonialmente, commercialmente e finanziariamente, in modo da poter resistere alle oscillazioni dei mercati e delle domande di acquisto.
Oggi, invece, questo processo si è spostato nelle nostre vite e non riguarda più solo nomi che finiscono per spa o srl, va invece ad estendersi anche a fruttivendoli, macellai e fotografi, tutti insieme accanitamente.

Passeggiare per la propria città, se si ha un po' di memoria (la stessa che chi i centri commerciali li riempe vorrebbe che perdessimo, così da diventare i consumatori ancora più voraci) vuol dire registrare un fenomeno di accorpamento in edifici enormi, grigi e periferici del commercio antico della porta accanto, un decentramento distributivo che sa di degrado e abbandono urbano e che rappresenta tanto una tappa obbligata dell'evoluzione economica quanto il fenomeno naturalmente opposto all'integrazione sociale.

I campi di concentrazione oggi nascono come funghi perchè devono raccogliere tutti i negozietti che in città non troveremo mai più, per sottrarli alla dimensione personale che localizza e limita il consumo, trasformandoli piuttosto in enormi e ordinati palcoscenici di celebrazione del progresso.
Tutte le merci sono uguali e tutte ugualmente accessibili perchè ogni consumatore è invitato a questa festa bulimica, ogni compratore può tornare utile.
Dall'elettronica all'abbigliamento, dall'ortofrutticolo alla pizzeria, ogni esercizio commerciale posizionato com'era in mezzo a tabaccai, scuole ed edicole non risultava abbastanza credibile in termini di esclusività. La ricollocazione dà la possibilità al marketing di giocare sulla leva della validazione sociale dei prodotti: non bastano più i soldi per potersi permettere certi articoli, devi anche trovare tempo, parcheggio, assistenza e offerte.

Gli squali dei campi di concentrazione oggi stanno imparando dalla religione. Hanno capito che parlare di status symbol è classista e quindi dannoso per le vendite. Il nuovo orizzonte si chiama culto, aderire si chiama comprare, possedere si chiama appartenere e la libertà, invece, si chiama ancora scegliere, nel senso che entrambe non significano più un cazzo


0 com

il veto

Per come la vedo io non c'è nessuna ragione al mondo per cui uno Stato, per costituirsi, debba chiedere il permesso ad un altro Stato.
E questa affermazione non nasce da un rigurgito di fierezza nazionalista, ma dalla profonda convinzione che l'autodeterminazione sia un diritto inalienabile di ogni comunità.
Tuttavia, se non si accetta questa visione, e si è convinti, di conseguenza, che gli States possano praticare aborto ed eutanasia nei confronti di qualsiasi nazione del mondo, si dovrà convenire con me che Umberto Bossi, prima di aprire bocca ed emanare sfinito proclamazioni di indipendenza, dovrebbe chiedere a Barack Obama cosa ne pensa della Padania.
O, in alternativa, ricordare al suo (risicato) esercito di Sancho Panza in groppa al trattore che sono le ferite profonde a spingerti a combattere: non bastano certo i piagnistei per le tasse troppo alte, si deve avere dimestichezza con fosforo bianco, fuoco a vista su donne e bambini, carri armati che ti sfondano casa e bagni di sangue.


0 com

Il marcio in Danimarca?

Solo ieri pomeriggio sono venuto a conoscenza della vittoria della donna immortalata qua vicino alle elezioni politiche della Danimarca.
La nuova premier si chiama Helle Thorning-Schmidt, ha 45 anni e guiderà la neoeletta coalizione di centro-sinistra dopo 10 anni di ininterrotto governo della fazione opposta.

La Danimarca è una delle economie avanzate con il debito pubblico più basso, e per quanto la definizione stessa di "economia avanzata" sia piuttosto fumosa, vado sul sicuro se dico che ricomprende almeno una ventina di nazioni: gli stati membri dell'Unione Europea, gli USA e il Giappone. Poi, se volete, c'è sempre il gruppetto del BRICS da aggiungere e togliere a piacimento.
La sua economia è improntata ad uno stato sociale molto solido, di conseguenza la pressione fiscale è tra le più alte al mondo ma lo è anche il benessere grazie al meccanismo della redistribuzione degli ingenti capitali che lo stato incassa dai cittadini.

A questo punto, vi chiederete, se un governo di destra ha ottenuto questi buoni risultati, come mai i danesi hanno optatao per una svolta? Le motivazioni politiche, se vi interessa, le trovate a questo link, ma voglio concludere il mio ragionamento ad un livello un po' più elementare.

Proverò a formulare, infatti, un pensierino tanto semplice e qualunquista quanto calzante. Una sciocchezza così banale da non essere nè di desta nè di sinistra (perchè l'estremismo è sempre sbagliato...non è più come una volta...quando c'era lui etc etc):

Se a decidere le sorti di una nazione è un governo formato da persone che hanno ancora una trentina d'anni almeno da viverci dentro, non sarà che in qualche modo, forse, anche solo involontariamente o per egoismo, questo fattore aiuti a migliorare la qualità delle decisioni stesse?





0 com

Le mucche lo sanno

Era il 19 Maggio il giorno in cui mi sono commosso per la vicenda della mucca fuggita in Sicilia e recuperata, poi, dalla guarda costiera mentre stava attraversando lo stretto di Messina.
Il bovino venne in seguito ribattezzato Teresa proprio in onore della località da cui si era tuffata in mare.

-Che palle, anche oggi erba e aria buona, poi passeggiata e stalla...ma perchè tutto questo? Cui prodest? - deve aver pensato Teresa, quel giorno.
-Ma io non ci sto più, e i pazzi siete voi! - deve aver proseguito.
Poi, gettando uno sguardo dietro di sè, deve aver visto quell'immensa distesa blu che è il mare e che apriva all'immaginazione tutto un mondo nuovo da vedere. Potrebbe anche aver distolto lo sguardo, in un breve momento di cedimento, per controllare ancora una volta cosa si stava perdendo: la cima fumante dell'Etna, il pastore dallo sguardo perennemente torvo e code che oscillavano. Non che non lo sapesse, voleva solo l'ennesima conferma.
In quanto ai suoi colleghi, molto probabilmente pensava che si potessero dividere in due categorie precise: quelli che brucavano e quelli che ruminavano.
-E' l'ora!- si deve poi essere detta per spronarsi, e si incamminò verso il mare.

Una storia bellissima, bucolica e a lieto fine: una fiaba moderna.

Se non fosse che un mese dopo vengo a sapere della mucca Yvonne, sorella d'intenti della nostrana Teresa.
La sua storia è ancora più affascinante, e da fiaba passa subito a favola.
Yvonne è in fuga da circa 3 mesi e, nonostante (apprendo da qui) sia stata investita da un auto e penda sopra la sua testa una taglia da 10000 euro, di tornare ad essere carne da macello non ne vuole proprio sapere.

Favola, certo...ma se le storie di Yvonne e Teresa fossero state tramandate in qualche modo? Se qualcuno le avesse raccontate a qualcun altro, e quel qualcun altro ad un terzo ancora e così via?
Magari perchè le loro vicende si sono già impiantate nella memoria collettiva bovina, o magari perchè essi sanno tramandare intere biografie via peti, o forse è solo un caso, ma qualche giorno fa, esattamente il 14 Agosto, evade dalla condanna di una vita in stalla anche Carolina.

Al terzo caso analogo decido finalmente che approfondire l'argomento è il minimo che si possa fare per rendere omaggio all'impeto d'orgoglio delle tre vacche.
Scopro con grande sorpresa che la genesi del mito della mucca ribelle è avvenuta nei territori intorno casa mia.
Gli eventi si riferiscono a un anno fa, e vedevano impegnate ben 4 vacche, questa volta.
In quest'occasione, però, occorre registrare l'entrata in scena dell'elemento drammatico: la promessa di una vita migliore viene spezzata dall'uccisione dei fuggitivi.

Con il sacrificio del protagonista, dunque, la favola diventa mito.
Il mito di Io e Zeus, magari, dove Zeus, per nascondere la donna di cui si era innamorato dalla vendetta di Era, sua moglie, la trasforma in giovenca così da renderla irriconoscibile, permetterle la fuga e farla tornare libera. Non andò proprio così anche in quel caso, e Io non fece quella che si può definire una bella fine.

Yvonne e Carolina, chissà cosa potrebbero combinare insieme, quelle due, se un giorno si conoscessero!










0 com

A forza di essere vento

La tizia qua a fianco è Pamela Gellar e oggi, indossando per un attimo la crapa pelata di Roberto Saviano, voglio raccontarvi la sua storia.

Pamela Gellar ha un blog molto seguito in cui, fondamentalmente, parla male dei musulmani (o mussulmani, che dir si voglia) e dell'Islam in generale.
Pamela è infatti direttore esecutivo dell'AFDI (American Freedom Defense Initiative) e del SIOA (Stop Islamization Of America).

Venerdì 22 Luglio, non appena venne a sapere dei fatti di Oslo, la Gellar pubblicò immediatamente il post Jihad in Norway? (non più visibile), seguito a ruota dalla riproposizione di un articolo scritto di un mesetto prima: questo.
Pamela aveva fiutato la traccia, dunque, se non fosse che il destino sa come tessere gli eventi fino a piegarli negli scenari più inaspettati, a volte addirittura irriverenti.

Sabato 23 Luglio, ad esempio, si scopre che Anders Behring Breivik ha appena compiuto la più atroce strage di matrice non islamica del ventunesimo secolo, e che era un suo grande fan. E che era anche fan di un certo Fjordman, altro blogger anti-islamico apparso spesso sul blog di Pamela, tanto che alcune parti del manifesto del norvegese furioso sono riprese proprio da un suo scritto del 2006: quest'altro.
Non solo, quindi, l'autore della strage di Oslo è vagamente ariano e anti-islamico, ma addirittura conosceva e ammirava la bacchettona di turno, costantemente impegnata a richiamare l'attenzione dei cittadini americani verso la crudeltà dei seguaci di Maometto.

Certo, ultimamente sono state dette e scritte tante cose stupide, ad esempio si è parlato del fatto che gli arabi possono essere anche bianchi (conoscete qualche arabo negro?), della vigliaccheria dei laburisti che si sono fatti ammazzare senza reagire nonostante fossero in rapporto di 500 a 1 (figli dei fiori), e della rinuncia al multiculturalismo come unica soluzione possibile agli "incidenti" di questa natura (niente più razze, niente più razzismo: olè!).

Cose stupide, dicevo, e sarebbe altrettanto stupido affermare che quello che scrive la Gellar possa renderla colpevole in qualche modo dell'attentato o possa metterla in relazione diretta con Breivik. Se vogliamo credere che il perbenismo dilagante e la falsa morale strozzano continuamente la nostra meravigliosa ed irresistibile retorica, allora evitiamo di unirci al coro monotonale di cazzate che imperversa in questi giorni.
E' vero però che tra le tante interpretazioni possibili delle parole di scrittori, giornalisti e blogger come Pamela c'è anche Anders Behring Breivik, e questo cerchiamo di non dimenticarcelo più.
0 com

diretta


Online video chat by Ustream
0 com

2010: tanta roba



Non è mica vero, era solo per attirarvi con un titolo che lasciasse un po' di mistero sull'argomento. Per un pensierino però il tempo lo voglio trovare, perchè un anno di Veneto di stronzi me ne ha fatti incontrare tanti (comunque meno di quanti ne avessi previsti) ma sarebbe ingiusto riprendersela con loro.
Io ce l'ho con chi guarda Annozero una volta al mese e poi grida fascista al governo; ce l'ho con chi ascolta Saviano raccontare le sue storie e poi piange lacrime false come i lineamenti di Ray Lovelock per le vittime della camorra.
Fedeli al vangelo secondo Beppe che poi ti vengono a raccontare con atteggiamento messianico, perchè lo scopo è convertire e mai comprendere. Atei con il dogma della legalità.
A testa alta finchè torna il capo, quello grosso, e pugno alzato fino alle 16:30 ché finisce il rientro dei figli alla scuola privata.
Compagni per una sera, intolleranti griffati di rosso.
O partigiano, lasciali qui.
0 com

Il mondo che vorrei

Sandro Bondi, per amici e parenti Sandrobondi, nasce a Fivizzano, provincia di Massa-Carrara, e comincia la sua carriera politica nelle file del Pci. Certo una scelta netta la sua, ma comprensibile se si considera il contesto culturale della rossa toscana dei primi anni ottanta. Un giorno, mentre si stava recando al lavoro, gli cadde una tegola in testa, e da quel momento cominciò a non imbroccarne più una. Dal maggio 2008 il buon Sandro di mestiere fa il MInistro dei Beni e delle Attività Culturali, e di questa cosa si bèa. Visto che ora amministra tutto lo scibile umano, ha saggiamente deciso di smettere i panni da pazzo invasato del mago Otelma, coi quali era solito allietarci le domeniche pomeriggio, per indossarne di ancora meno seri. Ha pure scritto tante poesie, Sandro, e le ha raccolte in un libro, anche se il dramma vero è che le ha poi pubblicate. Il libro si chiama Perdonare Dio e io ancora non me ne capacito. Nonostante il titolo affatto pretenzioso, la raccolta è bella. Talmente bella che lo sarebbe stata di più solo se non fosse mai stata scritta, ma ormai c'è e e ve la dovete tenere. Vi rimane la possibilità di non comprarla ovviamente, a meno che non siate suoi parenti. Nel mondo che vorrei Sandro Bondi non sarebbe un uomo, bensì una maschera di carnevale: Il Cicisbeo o Cavalier Servente, "con quello sguardo un po' così, quell'espressione un po' così".