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E' la post-ideologia, baby!


"Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico"



La Lega Nord regala da sempre perle di razzismo purissimo sul tema dell'immigrazione, l'ultima di queste affermava che il problema si risolve solamente negoziando accordi bilaterali con i singoli stati di provenienza dei migranti, rivendicando in tal senso il lavoro svolto da Maroni negli infausti anni in cui fu Ministro degli Interni. Affermazione assurda perchè presuppone che quegli stati, ovvero Libia, Tunisia, Egitto, Somalia ed Eritrea solo per citare i più ricorrenti, esistano ancora e non siano invece ridotti a terre di nessuno in balia di bande armate e fanatismi religiosi. 
O come se in quelle nazioni disgraziate esistesse un sistema di trasmissione delle informazioni simile al nostro: multicanale (cartaceo, televisivo, digitale) e reattivo, che possa portare a conoscenza di tutti i cittadini che - attenzione attenzione! - lo sbarco sulle coste italiane non configura più azione perseguibile a norma di legge, la nostra legge ovviamente.
Questa seconda assunzione richiede a sua volta, risalendo in verticale un'avvitatissima spirale dell'assurdo, che gente come Bashar-al-Assad (per dire) abbia lo stesso concetto di "legge" e "reato" che abbiamo noi europei o, per allargare il termine di paragone, noi occidente del mondo, e che l'abbia poi trasmesso al suo popolo, rendendolo pienamente conscio del significato di una tale notizia.

Ma tutta questa enorme slavina d'ipocrisia e populismo, questa reazione a catena di scoppiettanti puttanate, impallidisce fino a scomparire di fronte a quanto scritto da Grillo nel suo ultimo diktat che, in un colpo solo, cancella il problema, l'utilità di discuterne e la possibilità di affrontarlo.
Uno vale uno.
Certamente.

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ridere e rideremo


Di democrazia ne parla Beppe Grillo, uno che il simbolo del proprio movimento lo possiede, uno che, al minimo segno di apostasia di pensiero, ti scaglia contro la sua legione di avvocati; di merito e trasparenza parlava invece Oscar Giannino, millantando al contempo lauree mirabolanti e master americani (che fanno sempre tanto chic e in questo caso neanche impegnano); di cambiamento se ne sentiva un disperato bisogno e infatti Bersani è stato scelto dagli elettori a questo scopo e non parliamo di Maroni, neo presidente della Lombardia.
Senza aggiungere che il partito terzo calssificato alle ultime elezioni ha passato gli ultimi due mesi dell'anno scorso a indire ed annullare le proprie primarie, evidenziando il polso del suo segretario-non presidente-non candidato premier, potremmo già dire che la possibilità di essere dei pagliacci la dovremmo per lo meno prendere in considerazione.

Perchè se si sceglie di essere tali, dei pagliacci intendo, occorre almeno far ridere.

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Surrealismo, epica e i soliti 10 minuti

...e poi, d'improvviso, la nebbia comincia a diradarsi. Non molto, in realtà, appena quanto basta per permettere alle prime luci del giorno di filtrare.
Alle 7,30 del mattino, nel bel mezzo della pianura Padana orientale, ci accorgiamo che campi e alberi sono coperti da un sottile strato di brina.
Finalmente la città.
La stazione, l'aria umida che sa di asfalto e carrozze dismesse e un caffè fumante seduti al bancone. I nostri visi provati, i nostri sorrisi, la nostra quiete inviolabile.
La vaga sinestesia del morbido silenzio che ci circonda confonde il limite tra la sacra intimità della pagina di diario e la strafottenza della narrativa dozzinale.
Senza fretta arrivano un sole spavaldo e un cielo terso, recuperiamo con gioia qualche grado di temperatura.
Poi un altro treno, La Cavalcata delle Valchirie ci accoglie nel vagone. Tensione epica, surrealismo, volume irragionevolmente alto e una prevedibile, quasi scontata, voce dagli altoparlanti della stazione: dieci, maledetti, minuti di ritardo.
Buon anno a noi che siamo scintille.
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Un altro punto di vista

Oggi voglio segnalarvi un articolo molto interessante apparso una decina di giorni fa su Internazionale.
Vestendo solo per un attimo i panni del professionista, vi ricordo che con i tempi che corrono reperire i 6 miliardi di euro di cui si parla nell'articolo avrebbe un costo molto elevato per qualsiasi nazione. Le aste dei titoli di Stato della settimana scorsa ci dicono che questo costo per l'Italia si attesterebbe tra l'1,60% del capitale, per la scadenza a 6 mesi del finanziamento, e il 5,80% per quella a 10 anni.
Sono paccate di milioni (Elsa Fornero cit.), no banane.
 
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libero software in pessimo Stato

Leggo con apprensione un commento di Elio Gullo, direttore dei sistemi informativi di Enpals-Inps, sulla questione dell'utilizzo del software libero nella Pubblica Amministrazione, uno di quei tanti temi talmente semplici da capire nella loro ragionevolezza da non essere mai presi seriamente in considerazione.
Il direttore dice:

"Come direttore dei sistemi informativi, se qualcosa va storto devo potermi confrontare con un mio pari grado dal lato fornitore che risolva il problema e risponda eventualmente dei danni. Se il mio fornitore sono 10.000 sviluppatori sparsi per il mondo, con chi dovrei parlare? Pagare le licenze, insomma, significa comprare anche garanzie"

Sono veramente spaventato dal fatto che un direttore di una divisione informatica di una delle più grandi aziende del nostro paese possa avere una concezione di rapporti produttivi ancora così retrograda, capace unicamente di perpetrarei modelli passati (già dimostratisi ampiamente fallimentari, tra le altre cose). Non c'è bisogno di ricordare che la battaglia sul software libero va ben al di là della mera contabiizzazione dei costi statali o dell'efficienza tecnica, andandosi ad inserirsi in un impianto teorico molto più ampio in cui sono comprese tutte le battaglie di resistenza e civiltà che vengono proposte negli ultimi anni, a cominciare da quella sui beni comuni; ma vale la pena ricordare al megadirettore in questione che con il software libero - pensate un po!- non ci sarà più bisogno di un fornitore. Che magari, caro megadirettore, la scusa buona per rompere la struttura classica (e anche un po' classista) della filiera produttiva, che per noi semplici cittadini è tutto fuorchè un dogma, potrebbe venire proprio dalle macchine! Quale sorprendente vendetta della storia sarebbe questa, caro il mio megadirettore!

Fonte: L'Espresso.
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un giorno di ordinaria follia (televisiva)



Massimo Cacciari
compare all'improvviso a Transatlantico, in onda su RaiNews nel tardo pomeriggio, e con sole due parole riesce a troncare sul nascere qualsiasi tentativo (e desiderio) di ascoltarlo. Dice, infatti:

Asse francocarolingio

Diciamo che se sei un frequentatore, anche solo passivo, del canale all news della Rai, e cerchi quindi aria nuova nell'informazione e nel modo di dibattere e confrontare opinioni, quando senti parole così semplicemente scappi.
Non appena quella sensazione di stantìo, quella puzza di soffitta abbandonata, mobili consumati e polvere, ti arriva alle sinapsi, tu scappi.

Circa un paio d'ore dopo, in casa Dietlinde c'è Vittorio Feltri, inaspettatamente quieto e ragionevole. Non urla e sbraita come al solito, piuttosto carica l'enfasi sugli snodi delle argomentazioni, accelera sulle ovvietà, sorvola sulla retorica....insomma, è strano. E' strano, sì, ma diventa incredibile quando afferma vigoroso:

L'Europa ci è stata imposta dall'alto, senza che il popolo potesse decidere tempi e modi dell'entrata tramite consultazioni o referenda. L'Euro è un'entità e una moenta astratta alla storia e alla cultura di ognuno dei 27 popoli dell'Unione*.


Cosa cazzo sta succedendo?
Davvero non riesco a capirlo

*le citazioni potrebbero non essere state letteralmente trascritte
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nuovi capitoli

Mi dispiace venire a sapere solo questa sera dal solito, affidabile blob, come alla manifestazione del Pd del 6 Novembre a Roma sia successo qualcosa di interessante:

le tre ragazze nella foto appartengono al collettivo femminista ucraino Femen che da tempo si batte per i diritti delle donne.

Dopo aver organizzato proteste in tutta l'Europa a suon di spogliarelli, le sexy-attiviste (definizione piuttosto infelice, soprattutto in questo caso, se mi è concesso) sono finalmente arrivate in uno dei paesi più retrogradamente ricchi del mondo.
La loro azione mi è apparsa così lontana dall'estetica ecclesiasta che da sempre caratterrizza il pd che ho subito capito si trattasse di un corpo estraneo all'organizzazione del partito.
L'estetica, certo, ma anche la dialettica non manca certo di spiccare in un contesto del genere:

E' superfluo dire che le attiviste sono state subito attaccate dai democraticissimi manifestanti che le hanno ritenute oscene e volgari, facendo finta che i sorrisi piacioni di Renzi e Veltroni lo siano meno, ma quello di cui più sono felice è la possibilità di poter aggiungere da oggi, con decorrenza 6 Novembre, un nuovo e inaspettato (in Italia, almeno) capitolo alla mia personalissima raccolta di materiali resistenti.





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L'era del cinghiale goffo


Oggi rimango sospeso sul seguente quesito: è più ridicolo aver creato un sistema in cui far incazzare lo Spread sul Bund davvero non ti conviene, oppure aver paura che il mondo si estingua per palindromìa?






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C'era una volta


Uno di voi mi tradirà.

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il veto

Per come la vedo io non c'è nessuna ragione al mondo per cui uno Stato, per costituirsi, debba chiedere il permesso ad un altro Stato.
E questa affermazione non nasce da un rigurgito di fierezza nazionalista, ma dalla profonda convinzione che l'autodeterminazione sia un diritto inalienabile di ogni comunità.
Tuttavia, se non si accetta questa visione, e si è convinti, di conseguenza, che gli States possano praticare aborto ed eutanasia nei confronti di qualsiasi nazione del mondo, si dovrà convenire con me che Umberto Bossi, prima di aprire bocca ed emanare sfinito proclamazioni di indipendenza, dovrebbe chiedere a Barack Obama cosa ne pensa della Padania.
O, in alternativa, ricordare al suo (risicato) esercito di Sancho Panza in groppa al trattore che sono le ferite profonde a spingerti a combattere: non bastano certo i piagnistei per le tasse troppo alte, si deve avere dimestichezza con fosforo bianco, fuoco a vista su donne e bambini, carri armati che ti sfondano casa e bagni di sangue.


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Il marcio in Danimarca?

Solo ieri pomeriggio sono venuto a conoscenza della vittoria della donna immortalata qua vicino alle elezioni politiche della Danimarca.
La nuova premier si chiama Helle Thorning-Schmidt, ha 45 anni e guiderà la neoeletta coalizione di centro-sinistra dopo 10 anni di ininterrotto governo della fazione opposta.

La Danimarca è una delle economie avanzate con il debito pubblico più basso, e per quanto la definizione stessa di "economia avanzata" sia piuttosto fumosa, vado sul sicuro se dico che ricomprende almeno una ventina di nazioni: gli stati membri dell'Unione Europea, gli USA e il Giappone. Poi, se volete, c'è sempre il gruppetto del BRICS da aggiungere e togliere a piacimento.
La sua economia è improntata ad uno stato sociale molto solido, di conseguenza la pressione fiscale è tra le più alte al mondo ma lo è anche il benessere grazie al meccanismo della redistribuzione degli ingenti capitali che lo stato incassa dai cittadini.

A questo punto, vi chiederete, se un governo di destra ha ottenuto questi buoni risultati, come mai i danesi hanno optatao per una svolta? Le motivazioni politiche, se vi interessa, le trovate a questo link, ma voglio concludere il mio ragionamento ad un livello un po' più elementare.

Proverò a formulare, infatti, un pensierino tanto semplice e qualunquista quanto calzante. Una sciocchezza così banale da non essere nè di desta nè di sinistra (perchè l'estremismo è sempre sbagliato...non è più come una volta...quando c'era lui etc etc):

Se a decidere le sorti di una nazione è un governo formato da persone che hanno ancora una trentina d'anni almeno da viverci dentro, non sarà che in qualche modo, forse, anche solo involontariamente o per egoismo, questo fattore aiuti a migliorare la qualità delle decisioni stesse?





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Chi siamo, da dove veniamo


Eccola qua, per l'occasione in posizione centrale manco fosse un poster. Eccolo qua, il muro alla fine della corsa delle promesse che mi vengono fatte, con sempre meno convinzione, da quando ho memoria.

Dovevamo rinascere, dopo la caduta del muro di Berlino, dopo Craxi e Tangentopoli e, molto più di recente, dopo l'uscita totale della sinistra dal Parlamento Italiano.
E già perchè, mi dicevano, vedrai che il Nostro Paese (quanto orgoglio smaliziato in quelle maiuscole...il Mio Paese, sembravano dire tutti) sarebbe riuscito a superare la fase dei sogni irrealizzabili e dei cuori idealistici infranti. Avremmo lasciato indietro l'utopia.
Via, finalmente, tutte quelle incrostazioni morali! Via il tempo perso ad arrovelarsi il cervello per pensare! Evviva, saremmo stati di nuovo felici grazie alla "liberalizzazione psicologica" (c'è scritto, a propoisto di questo tema, nell'editoriale de Il Foglio di qualche giorno fa) che avrebbe pragmatizzato le nostre scelte e portato l'agognato benessere.
Nessuno sarebbe più morto per una bandiera.
La povertà aveva i giorni contati.

La routine del darwinismo sociale che si rimetteva in moto: eravamo ripartiti!

E invece no, vicolo cieco. La morte dell'utopia ha in realtà spianato la strada all'era di quest'uomo quassù, alla sua visione carnevalesca della società, al suo pensiero micragnoso in ideologie, alla distopia del denaro. Un cancro, quest'ultimo, che ha attecchito subito, perchè non richiede nè immaginazione nè passione e fatica per crescere, solo stupidità. E gente senza speranza.
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Onestà (non) intellettuale

Sono stretto fra due fuochi.
Da una parte ho l'inesorabile Mario Borghezio che se ne esce con l'apologia di Breivik, e se conosci il personaggio te lo aspetti pure.
Dall'altra rischio di ustionarmi con il Pd (vergogna sempiterna) che annuncia la volontà di partecipare al rifinanziamento della missione in Afghanistan, e se lo conosci lo eviti proprio.

In mezzo ci sono io, con l'arduo compito, imposto da un habitat artificiale basato su solide certezze, di sentenziare la mia preferenza. Un nazista ritardatario che mi sparerebbe guardandomi dritto negli occhi o un'accozzaglia di adolescenti che si sfonderebbe il cofano della macchina per farmi ammazzare di botte dal buttafuori del locale?

Niente da fare: il Pd non vince mai.
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il bucato da aspettare, il blog da rassettare

A fine 2007 ho aperto questo spazio virtuale perchè volevo convincermi di essere l'unico dottore in Economia che non sarebbe finito a lavorare in banca e perchè vivevo a Perugia, circondato da studenti e aspirazioni.
Ovviamente di questo non mi rendevo conto, pensavo solo di essere molto fico perchè avevo da qualche mese il mio primo pc.
A metà 2011 rimetto seriamente le mani qua dentro, spingendomi per la prima volta oltre la modifica del tema di fondo.
Nel frattempo sono diventato di nuovo dottore, lavoro in banca (anche se il contratto scade fra 4 settimane), ho perso molti capelli e vivo vicino Treviso.
Ho imparato a scrivere, però! E quando sono in stato di grazia si capisce addirittura quello che voglio dire.
Non è stato inutile, quindi.

Ci tengo a precisare che lavorare in banca e vivere a Treviso non c'entrano nulla con l'aver imparato a scrivere.
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Sostanza, poesia e memoria. Tre sottotitoli per quattro scelte.


Ce n'è di sostanza in questo referendum.
Innanzitutto trattava di temi con dirette ripercussioni sulla nostra vita quotidiana, senza troppe implicazioni partitiche (tranne, forse, il quesito sul legittimo impedimento) o letture politiche da tenere in considerazione. Certo i dibattiti sono stati lunghi, le campagne numerose e gli appelli accorati, ma ciò non toglie che il voto è stato viscerale più che ragionato.
Inoltre, se è vero che la Seconda Repubblica ha coinciso fino ad oggi quasi perfettamente con il periodo berlusconiano, si potrebbe anche pensare che la tornata elettorale appena conclusa sia un messaggio chiaro per decretarne la fine, anche di più delle ultime comunali e provinciali.

Intatta è la poesia anarchica. Il sogno eretico di essere un ribelle senza compromessi: bello e impossibile. Un sogno quotidianamente minacciato dalla mia estrazione borghese, dal mio lavoro e dal mio salario, entrambi borghesissimi; una poesia imprigionata da una prosa troppo scadente.
Ho imbracciato il fucile questa volta, sì, ma il generale invitava a disertare la battaglia. E va aggiunto poi che il voto referendario implica interferenza e non certo delega.

La memoria, infine, va preservata. Così come questo certificato elettorale mi è stato recapitato tre giorni fa, vorrei che un altro ancora, da usare per le prossime volte, mi venisse consegnato fra tre giorni.
Vorrei lasciare questo così, con un colpo e un centro.
Lo incornicierei e appenderei al centro di una parete bianca, orribile da vedere ma bellissimo da guardare, anche se comincerebbe a trasmettermi malinconia fra qualche anno.
Lo terrei là come il ricordo di quell'unica volta in cui non sono stato sconfitto (tanti timbri e mai una gioia sul vecchio), una vittoria senza Pirro. Un feticcio, un talismano contro il mio cinismo da campagna elettorale, la prima di una lunga serie di soddisfazioni che non potrà mai esserci.
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Neoprimitivi, cyberpop, Maya

Questa mattina sono tornato nella mia vecchia casa.
Ero lì per motivi che non vi sto a spiegare, ma vi basti sapere che stavo trafficando con cavi, cacciaviti, vestiti e chitarre e che neanche io avevo idea, se non nel mio subconscio, della connessione tra tutti quegli oggetti.
Mentre smanettavo e smadonnavo qua e là per tutte le stanze tenevo le finestre aperte per far prendere un po' d'aria alla mia camera che ho abbandonato, pur senza dimenticarla, anni fa, e che anche la mia famiglia ha lasciato da un paio di stagioni.
Che ci si fa con una casa vuota, vi chiederete voi?
Come si fa a vendere un appartamento enorme e situato nella celeberrima inculonia di questi tempi, vi rispondo io!

Ma a prescindere dalle considerazioni macroeconomiche sulle cicliche e devastanti crisi che affliggono il capitalismo da più di un secolo e da quelle più generali riguardanti il fatto che ogni sistema ha il suo bug, il punto è che in cortile stava giocando la filgia della mia vicina.
Maya, cioè la figlia della mia vicina, è nata nell'autunno del 2003, stesso periodo in cui mi accingevo a lasciare un luogo sull'orlo di una crisi (allora solamente) di nervi per partire alla volta dell'università.
Che poi era a soli 70 chilometri scarsi da casa, ma nell'immaginario collettivo è sempre un posto a sè stante dove si vivono esperienze irripetibili al limite tra il fiabesco e l'onirico.
Maya è dunque nata nello stesso periodo in cui io nascevo alla vita sociale, dopo che per 19 anni la mia camera e la mia casa mi avevano cresciuto e pasciuto preparandomi a quella che pensavo essere la vita vera, una prova di autonomia controllata: faccio da solo, sì, ma poi pago con il bancomat dei miei.
Sarà forse per questo legame invisibile che Maya mi ha riconosciuto subito dal giardino mentre aprivo le persiane della finestra. In fondo, a pensarci bene, i nostri contatti visivi si sono limitati a incontri di qualche secondo sul pianerottolo delle scale, pochi secondi qualche volta al mese. Inoltre, tra un incontro e l'altro entrambi cambiavamo: lei cresceva di un palmo almeno, sviluppava la voce, la gestualità, la varietà di sguardi; io, invece, dimagrivo e accentuavo la calvizia. Eppure, fin da quando ha cominciato a parlare, mi ha sempre riconosciuto con un timido e sincero "ciao Gabriele!", e anche oggi quel "ciao Gabriele!" è arrivato puntuale.
Solo che questa volta lo ha pronunciato mentre digitava un messaggino sul suo coloratissimo cellulare touchscreen. Alla mia riposta, poi, ha sollevato lo sguardo verso la sua finestra, forse per indicarmi silenziosamente il nuovo portatile appoggiato sul davanzale.
Ho guardato prima il portatile, poi Maya negli occhi facendole un sorriso, poi ho ripreso a trafficare con i miei arnesi analogici con i quali non ho troppa confidenza ma contro i quali non ammetto sconfitte.

Queste quatto parole in croce non vogliono criticare l'incontro troppo precoce che avviene oggi tra bambini e tecnologia avanzata seppure di consumo, ma ragionare sul fatto che questo rapporto, ormai simbiotico, tra sistemi biologici complessi (bambini) e sistemi digitali altrettanto complessi (apparecchi di qualsiasi tipo) potrà forse portare a risultati migliori rispetto a quelli che ha raggiunto un altro rapporto tra gli stessi sistemi, meno spontaneo e più forzato, che si è instaurato nelle generazione "meno nuova", ovvero la mia.
Per noi l'approccio alla tecnologia è stato un trauma, una costrizione, un passo obbligato per tenere il ritmo dell'evoluzione di un mostro indefinibile che cresceva, ai nostri occhi, in un mondo lontano: scarse interfaccie grafiche, prezzi inavvicinabili, innovazioni che un mercato ancora troppo acerbo e vischioso non riusciva a rendere subito applicabili e reali.
Per i bambini, invece, la tecnologia potrà essere un amplificatore di potenzialità e interessi, una naturale porta di accesso all' augmented reality, un concetto complesso dalle molteplici implicazioni filosofiche e comunicative che loro possiedono innatamente, che noi giovani dinosauri faticheremo sempre ad applicare, che i nostri genitori si sogneranno di capire per quanto proveranno a sforzarsi.

Perdonate la fretta della trattazione, ma mi preme chiudere con queste considerazioni perchè voglio che siano un buon auspicio per quella bambina con capelli e occhi nerissimi che è Maya, la figlia della mia vicina.
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La bestia e la bestia

Lo spot che non ti aspetti per l'imminente festa del 17 Marzo arriva così da Lampedusa: gratuito.

Celebriamo l'italianità, dunque, così radicata in tutti noi che ci si rivela, con parsimonia, solo quando compare il nemico. "Non passa lo straniero", alè.
Mi rincuoro ogni giorno di non riuscire a provare quella sensazione di proprietà della terra e quel bisogno insaziabile di produrre e raggiungere che ci rendono tanto italiani. Fare fare fare, poi avere avere avere; quindi tenere difendere custodire. Beatificare, infine: San Enzo da Ferrari, Beato Diego Della Valle, Sua Altissima Beltade Made In Italy. Alzare il tiro, inarrestabili, e accorgersi di non avere ancora abbastanza. Poi buio, crisi, e allora negro negro negro, terrone terrone terrone, ladro ladro ladro, brutto brutto brutto.
L'italianità: la parabola amara della curva del fatturato, il cul de sac del boom economico.
Forse un giorno infinitamente lontano avremo coscienza diffusa di quanto siano anacronistici e criminali il nazionalismo (che non farebbe rima con patriottismo in un paese dove la cultura contasse qualcosa più di un cazzo) e lo sciovinismo; di quanto sia vuota e inutilmente tautologica la dialettica manicheista del noi vs. loro; di quanto le divisioni siano esecrabili e meschine, poichè funzionali al controllo. Ma per fortuna quel giorno è ancora molto lontano, come si diceva poc'anzi, quindi io posso continuare a sbavare rabbia che è in questo come lo spot di Lampedusa: gratuita.
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Sergio indahouse

Voglio chiarire subito che io non ce l'ho con Sergio Marchionne, sebbene questo possa sembrare ad un lettore piuttosto distratto, ma è lui ad avercela con me.
Mi provoca, mi stuzzica, scompare per un po' (o forse sono io che ho spento la televisione da un po') e poi mi si ripresenta all'improvviso. A Montecitorio. In giacca e cravatta.
Un gesto ardito, non c'è che dire.
Non mi piaci, Sergio, non mi piaci affatto e continuerai a non piacermi.
Sei offensivo ed irrispettoso...perchè?
Dunque: non è un crimine che un'azienda in crisi chieda ai proprio dipendenti di stringere la cinghia (ah, le metafore!) e di rinunciare a qualche diritto dato per assodato, se questo servisse a salvarla, a mantenerla in vita permettendo così agli stessi di continuare a lavorare. Diventa, invece, un'offesa quando questa richiesta viene fatta da una multinazionale che prevede di chiudere il bilancio con più di 400 milioni di euro di utile.
I sacrifici dei lavoratori serviranno ad aumentare i dividendi degli azionisti e degli investitori, ed andate in pace amen.
Poco importa se dall'Italia, dalla quale non arriva neanche un euro dei 400 milioni (e sticazzi?), sono piovuti corposi aiuti statali per interi decenni, vero? Di chi erano, quei soldi?

Chissà cosa penserebbe di lui la lega nord se riuscisse ad osservare la situazione da questo punto di vista. Perchè, in ultima analisi, la leganord sarà pure il partito che ha riportato indietro concetti altissimi e, come tali, scevri da ogni ragionamento meramente economico - biopolitica e socialismo cooperativo in primis - fino agli oscurantisti tempi del feudalesimo, ma è vero pure che su di essi poggia e che da essi si è alzata in piedi la prima volta.
Già, la lega nord, il partito del fare: cazzate, boiate, schifezze, lettera e testamento; ma sto divagando.
Il buon Sergio (l'Alfa e l'Omega) ha dimostrato anche a Montecitorio di essere un uomo di mondo insospettabilmente avvezzo agli usi e costumi dominanti, consapevole che, come ci ha ricordato Ascanio Celestini, la divisa non si processa.
Fino al 6 Aprile, almeno, poi si vedrà.
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2010: tanta roba



Non è mica vero, era solo per attirarvi con un titolo che lasciasse un po' di mistero sull'argomento. Per un pensierino però il tempo lo voglio trovare, perchè un anno di Veneto di stronzi me ne ha fatti incontrare tanti (comunque meno di quanti ne avessi previsti) ma sarebbe ingiusto riprendersela con loro.
Io ce l'ho con chi guarda Annozero una volta al mese e poi grida fascista al governo; ce l'ho con chi ascolta Saviano raccontare le sue storie e poi piange lacrime false come i lineamenti di Ray Lovelock per le vittime della camorra.
Fedeli al vangelo secondo Beppe che poi ti vengono a raccontare con atteggiamento messianico, perchè lo scopo è convertire e mai comprendere. Atei con il dogma della legalità.
A testa alta finchè torna il capo, quello grosso, e pugno alzato fino alle 16:30 ché finisce il rientro dei figli alla scuola privata.
Compagni per una sera, intolleranti griffati di rosso.
O partigiano, lasciali qui.
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Tiziano Ferro è gay, parlatene


Nel 1990 uscì Wind of change, una delle ballate hard-rock più famose e patinate della storia, scritta in occasione di e divenuta simbolo del e tante altre cose bla bla bla. Io ho avuto la fortuna di avere così pochi anni nel 1990 da riuscire a scamparmela e di conseguenza, anche se gli anni '80 erano ancora addosso e dentro gli adulti intorno a me, non me ne sono accorto troppo. Nel 2010 esce il nuovo disco degli Scorpions e c'è ancora chi si è preoccupato di andarselo a comprare (comprare?) e più di una stazione radio a copertura nazionale che li trasmette senza vergogna. Ancora qualcuno che sbava dietro a chi ha da dire nulla e lo fa anche in modo insopportabile. Già, gli Scoprions, quelli che suonano la stessa canzone da vent'anni e poi la incidono su dischi ugualmente rotondi ma con copertine diverse.
Chiamate Bin Laden prima che tornino anche i Van Halen e compagnia brutta.