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Surrealismo, epica e i soliti 10 minuti

...e poi, d'improvviso, la nebbia comincia a diradarsi. Non molto, in realtà, appena quanto basta per permettere alle prime luci del giorno di filtrare.
Alle 7,30 del mattino, nel bel mezzo della pianura Padana orientale, ci accorgiamo che campi e alberi sono coperti da un sottile strato di brina.
Finalmente la città.
La stazione, l'aria umida che sa di asfalto e carrozze dismesse e un caffè fumante seduti al bancone. I nostri visi provati, i nostri sorrisi, la nostra quiete inviolabile.
La vaga sinestesia del morbido silenzio che ci circonda confonde il limite tra la sacra intimità della pagina di diario e la strafottenza della narrativa dozzinale.
Senza fretta arrivano un sole spavaldo e un cielo terso, recuperiamo con gioia qualche grado di temperatura.
Poi un altro treno, La Cavalcata delle Valchirie ci accoglie nel vagone. Tensione epica, surrealismo, volume irragionevolmente alto e una prevedibile, quasi scontata, voce dagli altoparlanti della stazione: dieci, maledetti, minuti di ritardo.
Buon anno a noi che siamo scintille.
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Ovunque

Annoiato è la prima parola che mi viene in mente guardando l'oceano. Nella terra non ho le mie radici, forse ci sono state, e nel buio riesco ormai ad orientarmi. Ogni volta io vorrei ascoltarti, ma riesco solo a sentire il suono dell'eco della tua voce. Ovunque e per sempre, che tu sia per me il coltello.
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L'insostenibile caducità dell'essere

I miei capelli cadono sul libro che mi sta preparando all'esame. Dopo tutti questi anni sono ancora sopra un libro. E' cambiato il tavolino, è cambiata la sedia, stanze e case si sono alternate come diapositive veloci su mura bianche, il computer prima non c'era. E di capelli ne avevo molti di più. Voglia di essere altrove, come un autostoppista. Tu chiudi gli occhi e ti lasci andare, egli alza il pollice e si abbandona al mondo. Stesso concetto, diversi contorni. L'impressione di essere qui da sempre e per sempre, fermo nello spazio e uguale nel tempo. C'è chi passa la vita a comporre haiku.
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In un vortice di lavandino

Le immagini più belle le puoi vedere quando tieni gli occhi chiusi. Smettere di essere scimmie e di vivere sugli alberi non è stata una buona pensata. Le mani mi tremano ancora, ma non è la paura. Più della luce, sono gli uccelli a suggerirmi che è arrivato il mattino. Che forse è ancora troppo mattino. Il primo bacio ti ricorda la canzone che stavi ascoltando in quel momento, e non viceversa. Fuori non nevica, ma il freddo che sta al di là delle mie coperte mi terrorizza. E  lo fisso, il freddo. Quella sensazione di disagio, antica come la pioggia,  perché sai che non potrai essere tutte le persone che devi essere. Quella sensazione che si aggrappa alla tua vita e non la lascia andare. Solo un altro peso che ci trascineremo dietro. 
E la Domenica mattina i miei pensieri sono come un vortice di lavandino, non proprio una bella immagine e non un granché come similitudine: né la maestosità del tornado, né la potenza del mare, ma tant'é. Un giorno, guardando le nostre foto, non ci riconosceremo.