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oceano quieto

De Il Buio avevo già parlato tempo fa, ma si era trattato di un breve cenno, poco più che un'annotazione personale, molto meno di quanto sarebbe opportuno.
L'Oceano Quieto, il loro primo lavoro sulla lunga durata, colpisce orecchio e appetito per il tentativo di avvicinare quanto più possibile cantautorato e hardcore, sfruttando la tradizionale attenzione che quest'ultimo genere ha sempre riservato alle liriche e andando quindi a stimolare un terreno fertile con nuove sementi.
Ho atteso un po' per digitare questo post perchè avevo bisogno di capire quanto le piccole sbavature presenti (derubricabili senza problemi alla voce "peccati di gioventù") avrebbero pesato sull'ascolto a medio termine; poi però la convinzione, del tutto personale e opinabile, che svariati gruppi italiani di diversa estrazione musicale includerebbero con piacere ognuna di queste canzoni nei propri album mi ha convinto a fidarmi della prima impressione.
Passi quel pizzico di retorica di troppo in Naufraghi E Viandanti (pezzo bomba), passi pure il testo incompiuto di Da Che Parte State? Lunga vita a questo viaggio all'interno della rabbia, narrata in tutte le sue declinazioni attraverso matti, clochard e pescatori da ragazzi che finora si erano occupati di fare solamente - se così si può dire - un gran bel casino.

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quintale


Esistono due strade per rievocare gusti e sapori vintage in ambito musicale: una fastidiosamente modaiola e paradossalmente tecnologica; l’altra più sobria e squisitamente tecnica.
Per percorrere la prima basta investire una discreta ma abbordabile somma di denaro in tecnologia consumer, abbigliamento hipster e pettinature al limite della decenza per sfornare insulsi e anonimi dischi elettropop del cazzo. 
La seconda, invece, costa molto in termini di tempo, abilità, sforzo e partecipazione
La dignità artistica dei Bachi da Pietra li ha portati  a sviluppare il proprio lavoro sul sentiero dell’artigianato, affidandosi a Giulio “Ragno” Favero (chitarra di One Dimensional Man e basso del Il Teatro degli Orrori) per produrre, completamente in analogico, questo Quintale, album senza fronzoli che prova ad interpretare il rock lavorando per sottrazione: una chitarra, una batteria, sudore e bestemmie.
Ne risulta un suono di chiara derivazione stoner, duro e compatto dalle timbriche plumbee, battuto da riff che grattano la sabbia, ornato da cori a bassissima frequenza. Durante l’ascolto si riesce a rubare giusto qualche boccata di ossigeno nelle (poche) ballate desertiche dai pozzi avvelenati, per il resto si scava a mani nude a cercare melodia là dove si pensa possa esistere solo la pietra.
Nonostante temperatura e densità da camera magmatica, questo è l’album più fresco che mi sia capitato di ascoltare di recente, credibilmente contemporaneo.
Nessuna apologia dei tempi andati e nessuna rancorosa recriminazione passatista, non sentirete mai niente del genere provenire da questo pulpito, però ogni tanto è bene ricordare che la rivoluzione digitale in questo campo ha spesso portato a lavori inutilmente solipsistici, sfacciatamente autoreferenziali e non di rado involuti; per non parlare poi delle bufale clamorose.
Quintale è una vera manna (di granito) dal cielo.
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Viaggio in musica /3

Micah P. Hinson



Da diversi anni mi ero ripromesso di andare ad ascoltare Micah dal vivo ma non ci ero ancora riuscito, complici la disponibilità di ferie mai sufficiente a fare quello che si vorrebbe e la distanza geografica che, nonostante la tecnologia, in certi ambiti non smetterà mai di essere un problema.
Hinson cominciò a incidere dischi nel 2004 con il meraviglioso Micah P Hinson & The Gospel of Progress, album che scoprii solo un paio d'anni dopo, grazie ad un coinquilino musicalmente curiosissimo, in coppia con Baby And The Satellite, all'epoca fresco fresco di stampa. Di dischi, negli anni seguenti, l'ormai trentenne texano continuò a produrne con generosità, io cominciai però a lavorare e questo mi portò inevitabilmente a perdere più di qualche aggiornamento.
Poi, appena due sere fa, ho ripreso contatto.

Micah si presenta da solo, con la sua acustica in versione bonsai e tutte le sue compulsioni: molti pacchetti di chewing-gum e litri su litri di succo d'arancia. E' un chiacchierone, racconta e si racconta. Ha le mani che tremano vistosamente - un incidente in Spagna, dice lui, che lo ha costretto a reimparare da zero a suonare la chitarra -, un paio di occhiali troppo grandi per stare su una testa così piccola e un gilet che niente ci azzecca con le Nike da tennis che porta ai piedi.
Poi comincia a suonare: gli accordi sono imprecisi, a volte stentati, i testi sembrano scivolargli via come fossero pensieri inafferabili.
Spesso si interrompe, ci guarda, si scusa, diventa rosso e comincia ad accordare ossessivamente il suo strumento. A volte è difficile stargli dietro perchè ci si rende facilmente conto che la sua non è teatralità, non vuole inscenare il vezzo, è tutto troppo spontaneo.

Alla fine però resta sul palco un paio d'ore e quando riesce a far funzionare tutto, in quei brevi minuti, rimane solo un ragazzo smilzo e vestito in modo orrendo con la sua musica meravigliosa. E' un folk che parla di amori che vanno e cazzotti che vengono, notti in cella - jail, not prison, it's not exactly the same thing, tiene a farci sapere - portato a livelli di intensità emotiva altissimi dalla sua voce rugosa e piena di polvere, che si alza dalle macerie dell'american dream e si va a ritagliare una posizione d'onore da qualche parte fra Bob Dylan e Tom Waits.

Non scorderò mai questo paio d'ore trascorse con lui.
Ci vorrebbero ogni giorno di ogni settimana personaggi così per ricordarci che fare musica è prima di tutto qualcosa che si desidera oltre ogni ragionevole limite, e lo stesso discorso vale per chi la ascolta; i discorsi su forma e sostanza vengono dopo e lasciano il tempo che trovano. Mi sono sentito meglio dopo una ventina di canzoni tutte antipodali all'epica rock di stampo anglosassone fatta di conerti larger than life e tonnellate di cattivo gusto, rincuorato e più soddisfatto, perchè c'è bisogno di persone vere in un mondo di tappeti rossi e anteprime mondiali.
La musica tutta ti ringrazia, se è ancora vero che è la più effimera e fragile delle arti, Micah.

"May your songs always be sung 
and may you stay forever young"



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Viaggio in musica /2

La seconda puntata di questa giovane rubrica vi viene proposta in differita di qualche giorno, non fateci caso.

Girless & The Orphan - Same name for different girl



Qualche mese fa decisi di passare un Sabato sera in compagnia dei Fine Before You Came. Iniziava l'estate e la pratica del viaggio si poteva sbrigare in un'oretta di macchina. C'erano diversi gruppi in scaletta, nessuno dei quali mi diceva niente, e in quella scaletta c'erano pure loro, i Girless & The Orphan.
Più precisamente: Girless è un ragazzo che gira l'Italia con la chitarra  in mano, The Orphan pure, la chitarra la suonano insieme e sono pure molto amici dei succitati FBYC.
Il live è stato davvero piacevole così come lo è stato vederli agitarsi sul palco insieme ai favolosi headliner, di conseguenza, appena tornato a casa, non ho potuto far altro che andare ad approfondire i loro lavori sul sito della casa discografica raccomandatoci dai diretti interessati, muniti di grinta da vendere ma non di banchetti.
qui potete trovare la sezione dedicata al free download.
Ho scelto il loro primo ep perchè una bella storia merita sempre di essere conosciuta fin dal suo inizio, e anche perchè è quello fra i tre con la resa dal vivo più fedeli.
Due chitarre acustiche allo sbaraglio che si destreggiano con disarmante naturalezza fra furibondi folk irlandesi, ambientazioni intimiste e ballatone melodiche. Ne sentiremo parlare presto, magari in occasione del loro primo album






Neutral Milk Hotel - In The Aeroplane over the sea

Se tutti gli album che dovevano fare la storia l'avessero fatta davvero, la storia sarebbe migliore.
Lezioni di musica senza troppi fronzoli.
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Viaggio in musica

L'autoradio con il lettore mp3 è stata una bella svolta per me. Così, complice una piccola chiavetta usb da 8 giga, satura delle più disparate discografie, ho deciso che ogni tanto vi parlerò delle sorprese che saprà tirare fuori dai suoi anfratti digitali durante qualcuno dei miei lunghi viaggi.
Spero che i contenuti possano risultare interessanti quanto basta per sopperire alla scarsa originalità - mi tocca ammettere - dell'idea.

Il Buio - Il Buio

In quella stretta intercapedine situata fra hard-rock, hardcore e l'emo primordiale degli indimenticabili At the Drive-In, questi ragazzi di Thiene hanno infilato due anni or sono un album sorprendente per impatto sonoro e ispirazione, confermando ancora una volta il buono stato del fermento musicale in Veneto.
Nonostante le poche tracce contenute nel lp, non si fa fatica a riconoscere che la band è tosta, già matura per conquistare il bel paese armata di furgone e strumenti e, soprattutto, consapevole dei propri, notevoli mezzi.
Un disco che potete regalarvi con soli 3,99 euro scaricandolo dal loro sito, e scusate se è poco.




Pj Harvey - Rid Of Me

Nel 1993, mentre dal paese a stelle e strisce soffiavano rabbiosi venti di grunge e il metal aveva appena finito di scoprirsi più bello nel trash, un'esile fanciulla pubblicava in Europa un disco incredibile che rivendicava il buon nome del vecchio rock. L'affascinante tripletta inziale formata dalla title-track, Missed (uno dei più bei pezzi scritti in quegli anni fecondi, a mio avviso) e Legs sarebbe bastata da sola per conquistare qualsiasi ragazzotto americano da Boston alla California passando per Seattle, se solo si fosse degnato di buttare un orecchio anche oltreoceano.
Personalmente trovo molto triste il continuo chiacchiericcio sugli idoli di oggi che non sono più quelli di una volta (leggi Oasis e Guns N' Roses) quando un album così se lo sarebbero potuto solamente sognare anche loro, dal basso della loro supponenza.
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Il Mondo Nuovo


Nonostante questo progetto abbia appena quattro/cinque anni di vita, Il Teatro degli Orrori non è certamente un gruppetto liceale formato da ragazzini esaltati, e di conseguenza i componenti si sono resi subito conto che intitolare questo nuovo album "Storia di un immigrato" sarebbe stato un grosso errore. Avrebbe portato tutta una serie di paragoni fuori luogo con l'immenso Fabrizio de Andrè sviando l'attenzione dei contenuti proposti. Perchè siamo fatti così, noi pseudointellettuali che scriviamo (anche solo saltuariamente) di musica: sempre all'affannosa ricerca di citazioni e rimandi storici per tentare di nascondere la scarsa capacità di lettura e analisi dei contenuti.
Lo stesso antico vizio che esprimeva Jorge da Burgos ne Il Nome della Rosa quando affermava: "non c'è progresso nella storia della conoscenza, ma una mera, costante e sublime ricapitolazione".
Ecco, i Nostri erano coscienti di questo rischio ma hanno comunque deciso di chiamare il loro album Il Mondo Nuovo.
Certo, Aldous Huxley è un paragone molto meno ingombrante di Faber per ambito artistico e lontananza geografica, fatto sta che in questa settimana si sia parlato molto più di Brave New World che del disco in sè, come se di ciccia sul fuoco non ce ne fosse.
E invece ce n’è e anche parecchia. Il Mondo Nuovo è un concept album sul tema dell’immigrazione raccontato attraverso le storie e i nomi di alcuni immigrati. Coerentemente con questa impostazione scompaiono dall’album le sfuriate rock dei due magnifici predecessori, si alleggeriscono le chitarre e rallenta la sezione ritmica. Non si vive più di singoli momenti esplosivi o intimistici ma di un unico movimento, che perde di senso se sezionato, dove la musica diventa il palcoscenico dal quale Capovilla recita i suoi ricchissimi e sempre pregevoli testi.
Le melodie dilatate hanno poco a che fare con quelle più tirate e incisive cui ci aveva abituato la band veneta, ma questo non impedisce loro di regalarci dei momenti di intensità difficile da trovare in giro (NIcolaj su tutte; Ion, canzone per la quale è stata chiesta l'autorizzazione alla pubblicazione alla moglie dell’omonimo operaio; Vivere e morire a Treviso, almeno per me molto rappresentativa) e qualche episodio dall’incedere più sostenuto (Martino e il singolo Io Cerco Te).

Il Mondo Nuovo è un album complesso, che richiede tempi di digestione ancora più lunghi di Dell’Impero delle Tenebre, e molto coraggioso, perchè ci sfida ad ascoltare e riflettere senza fretta a proposito di un tema delicato che viene trattato sempre con troppa fretta dalla politica (nord)italica, preoccupata più di non scontentare le spinte emozionali (schèi) del popolino che di formare una coscienza civile al riguardo.
I pregi, però, finiscono qua. Questo album ha il grosso difetto di essere dominato e deformato nella sua struttura da un Capovilla eccessivo che dà l'impressione di non riuscire mai a farsi da parte, neanche per dare il tempo alle melodie di uscire dal bozzo e compiersi fino in fondo.
A mio avviso un mezzo passo falso.


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la vita agra, ovvero la grammatica della resistenza


C'è stato un periodo, nella musica indipendente italiana, in cui o eri Le Luci Della Centrale Elettrica o non eri nessuno.
Più o meno quattro anni fa, infatti, il progetto musicale di Vasco Brondi e Giorgio Canali cominciò a farsi conoscere con l'omonima demo, scarna seppur già interessantissima. Quella che era appena più che una lista di punti programmatici stilistici sarebbe poi diventata "Canzoni Da Spiaggia Deturpata", l'album più importante e rappresentativo, a mio parere, di tutti gli anni zero.
Da quel momento in poi nessun indierocker integralista fu più disposto a permettere a qualche nuovo gruppo o cantautore di scalfire il suo prezioso mondo solipsista, faticosamente coltivato proprio a partire dalle collisioni semantiche dell'Antivasco nazionale.
Negli anni 2008 e 2009, Brunori Sas a parte, videro la luce molti dischi decisamente importanti, ma nessuno che portasse una firma incensurata.
Poi qualcosa cominciò a cambiare: l'acustica a chilometri zero di "Meteo" dei Ratafiamm, il piacevolissimo "Rivoluzioni a pochissimi passi dal centro" dei Verlaine, l'incredibile "La Macarena su Roma" di Iosonouncane e, infine, le imprevedibili sonorità eighties de I Cani portarono finalmente aria nuova nel panorama nostrano. Tutti questi esordi dalla marcata personalità si imposero, rompendo definitivamente l'obbligo di essere naif per risultare convincenti, proprio quando sembrava che toccasse ancora una volta a Vasco Brondi togliere tutti dall'impasse creativo.

Questo sunto vorticoso, straripante di nomi, solo per farvi capire quanto sono contento oggi di parlare de "La Vita Agra", primo frutto del progetto solista di kappa, in arte unòrsominòre. (si scrive proprio così, come tiene lo stesso kappa a precisare: con gli accenti e il punto alla fine).
Non che questo di cui mi appresto a parlare sia l'esordio del musicista veronese, ma il fatto che abbia stazionato sempre in ambienti pressochè periferici del panorama nazionale tiene valido il discorso.

Sono parole stanche, quelle che vengono pronunciate ne "La Vita Agra", tanto nei momenti concitati quanto in quelli più riflessivi; stanche di sopportare perifrasi circostanziali che servono solo a non arrivare mai al punto, che segnano un'incolmabile distanza dall'ironia facilona da format televisivo, quella che più che far bene al cuore ti fa morire scemo.
Ma questo è anche un disco musicalmente molto ben curato, dove armonie tendenzialmente lineari vengono farcite da fughe di chitarra in sottofondo e dissonanze sparse un po' ovunque, elementi che vanno a minare la serenità dell'atmosfera.
E se spesso musica e parole sembrano messe insieme per dispetto (Il Mattino del 26 Luglio, per dirne una), il disco sa concedersi anche ad orecchie meno volenterose con improvvise aperture melodiche (Storia dell' Uomo Che Volò Nello Spazio del Suo Appartamento, Celluloide, La Vita Agra II).

Insomma, questo è un disco meraviglioso, un ascolto necessario per riportare l'attenzione del dialogo civile, ormai perso a rincorrersi in inferni artificiali infestati dagli spread e dai default, indietro a temi più naturali e propri della società umana.
Se, poi, vi è mai capitato di incappare, per caso o per passione, nelle opere di Luciano Bianciardi, bè...ma siete ancora qua?
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nati per subire

Se si iniziasse ad ascoltare il settimo album degli Zen Circus con Atto Secondo, si potrebbe pensare che il gruppo non avesse ancora esaurito il discorso intavoltato con l'ultimo, splendido, "Andate Tutti Affanculo".
Invece Il disco comincia con Nel Paese che Sembra Una Scarpa e si capisce subito che i sorrisi, questa volta, saranno rari e meno tirati, anche se l'autocitazione di Appino lascia ancora qualche flebile speranza per il prosieguo dell'ascolto.
Il Circo Zen ferma il carrozzone, dunque, e la scelta è sinceramente difficile da accettare. Intendiamoci, "Nati Per Subire" è un disco bellissimo. Un giro sul piatto se lo merita ad occhi chiusi: i testi sono lucidissimi, la produzione non è mai stata così cesellata e ricca di dettagli...però, e si tratta di un enorme però, la parentela con i lavori precedenti si è persa in spartiti troppo ragionati (che fine ha fatto la batteria fracassona di Karim Qqru?).
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rojo


"Rojo" è il sesto album di Giorgio Canali & Rossofuoco, ventiduesimo (potrei sbagliare) dell'intera carriera del cantante e chitarrista di Predappio.
Ancora una volta quello che colpisce è la capacità di Canali di custodire e preservare la sua musica dal vorticoso processo di drenaggio emotivo e sterilizzazione dei contenuti che la circonda.
Il suo dono è uno stile eclettico in cui distorsioni, armoniche, fulgida rabbia militante, citazioni, narrativa cantautorale e passione danzano insieme al limite dell'incesto. Giorgio è un maestro, uno che un passo falso ogni tanto lo potrebbe pure fare, ma non lo fa mai.
Tutti lo dovrebbero ascoltare.

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Venti minuti

Mio padre è morto dopo 54 anni complicati e un nome difficile da portare come un sorriso mai segnato da dubbi. Non andavamo d'accordo. Invecchiando trovo in me particolari di lui alla mia età di adesso: qualche segno delle mani, un'espressione allo specchio, un tono di voce.
Questa cosa non mi piace per niente.

Da quando se ne è andato ho un'eredità natalizia: aveva un amico, un milanese conosciuto al servizio militare in Friuli nei loro vent'anni.
Era l'inizio degli anni sessanta e devono essere stati momenti di grande condivisione e scoperta del mondo. Questo tizio io l'ho visto solo due volte, da bambino. Gente che aveva più borghesia e più boria di noi.
L'ho rincontrato, quell'amico lontano, solo davanti al letto di mio padre morente. Da allora quell'uomo ha deciso che io sono mio padre.
Ogni anno, la vigilia di Natale, chiama. Parla con me venti minuti di cose che non so e di un periodo in cui non ero ancora nato. Ha il tono cameratesco che usava con lui e si sbaglia perfino a chiamarmi per nome. Mi dice "ti ricordi quello lì?...quella là?..." esattamente come fossi lui.

Non ho mai condiviso le scelte di mio padre. L'ho odiato cordialmente da sempre. Ora che non c'è più sono sereno, ho risolto le cose che avevo in sospeso.
Ma ogni anno sento una voce che parla di lui come una persona meravigliosa e ne parla come non ne ho mai sentito parlare. Non lo riconosco in quelle storie di amicizia durata oltre la naturale scadenza. Resto in silenzio davanti alla devozione di un signore che mi è estraneo e che chiama ogni tanto da molto lontano e per pochissimo tempo.

E' una devozione che non è nemmeno paragonabile alla mia, che è quasi assente. Venti minuti. Non uno di più. Anche stamattina.
Parla, racconta, quasi piange. Si congeda e mi chiama col suo nome, poi si corregge.
Mette giù. Non era con me che voleva parlare.
Non era di me che aveva bisogno.
Mio padre per tanto tempo mi ha telefonato solo una volta all'anno, la vigilia di Natale.
Era l'unico gesto che si sentiva di fare nei miei riguardi, vista l'evidente ostilità che gli riservavo.
Quella telefonata, fatta da nove chilometri, freddi e distanti quanto lo stretto di Bering, gli costava molto, ma non se la negava mai. Un punto d'onore.

"Ciao figlio, tuo padre sta bene. Fatti sentire ogni tanto. Come sta tua madre? Valla a trovare. Almeno lei. Ciao figlio, buon Natale"

Per uno come Metuccio, doveva essere uno sforzo grandissimo.
Ultraterreno.
Talmente grande che ancora non si è esaurito del tutto.


offlaga disco pax - venti minuti
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Failed revolutions

Quando non ho da fare niente, come oggi pomeriggio, ci tengo a comportarmi come se non avessi nulla da fare. Di conseguenza anche se potrei fare, che so, una doccia, una passeggiata, una sana litigata con qualche familiare che invade i miei già ristrettissimi spazi vitali, decido invece di rimanere inchiodato al letto. Una forte affermazione del mio essere diverso. E penso.

E penso.
E penso. Penso al personalissimo rapporto che ha l'uomo con la solitudine. Eh sì, perchè c'è chi la brama, chi la odia e chi addirittura la teme, ne ha paura e cerca in ogni modo di evitarla.

Penso che la televisione in fondo non sia poi tanto diversa da dio o da un centro commerciale. La sua funzione è farci compagnia, sollazzare i nostri sensi, ma come tutti i palliativi, dopo l'overdose iniziale, riesce solamente a lasciarci più confusi e spaesati.
Prima di internet e della televisione, prima dei selvaggi pomeriggi di shopping, prima della Play Station e delle sfide a Pro Evolution Soccer (Winning Eleven, per i più nostalgici), c'era un solo pensiero in grado di tenerci compagnia anche nei momenti più grigi: la donna.

La musica ci insegna per prima l'importanza delle donne nelle nostre vite, quante canzoni avete sentito intitolate con nomi femminili? Molte immagino.
E allora provo a immaginarle anche io queste donne della musica.

Ad esempio, Katrien dei Mogwai me la immagino come un turbinìo violento di emozioni: sanguigna, idealista, indomabile. Quelle storie che quando finiscono ti lasciano addosso un'amarezza arresa che non se ne andrà mai più via.

La destinataria di She's like heroin dei System of a down è sicuramente una fiamma che brucia violenta. Ha un ritmo insostenibile, è deviata e imprevedibile, di conseguenza irresistibile. L'amore dannato che ti porta alla rovina, e la parte peggiore è che tu te ne accorgi, ma non puoi farci niente. Un'autodistruzione consapevole. Non molto diversa dalla Lory Meyers dei Nofx.

La Daughter dei Pearl Jam è sicuramente un'adolescente che ha fretta di crescere: capelli arruffati, niente trucco e poco curata, molto carina lo stesso. E' una ribelle per necessità e non per moda, anche se a tradirla sono quegli occhi limpidi e indifesi e quei lineamenti morbidi. Rifiuta di essere trattata e custodita come un cristallo fragile e grida a denti stretti la sua capacità di stare al mondo. Una tosta che non ha tempo per innamorarsi, ma tremendamente insicura. E' la sorella maggiore di Aurora Sogna dei Subsonica, anche se non vuole sentirselo dire.
Certo l'ultima arrivata è cresciuta in ambienti molto più digitali e all'avanguardia stilistica, seppure alienanti allo stesso modo. E anche se alle sfuriate preferisce chiudersi ogni volta di più in sè stessa, l'incapacità di sentirsi a proprio agio tra gli altri è la stessa della sorellona a stelle e strisce.

Di ben altra pasta è Per Elisa di Battiato. Una predatrice senz'anima: ti punta, ti prende e ti molla; a te rimane solo quella stupida e virile illusione di controllo, che ti porta inevitabilmente a distruggerti. E' il prodotto ultimo delle rivendicazioni femministe degli anni settanta, forgiata da decenni di sottomissioni, allenata a prendere ciò che vuole. Ma sotto quel volto fermo e determinato trapela un po' di stanchezza, perchè non si può essere una macchina perfetta per sempre.

Un piacevole incontro, perchè mai dimenticata, è invece Persa degli Altro, che rappresenta quella storia lontanissima nel tempo di cui non si hanno più ricordi di momenti o episodi precisi, solamente emozioni. E' quella piccola ferita nel cuore con cui hai imparato a convivere.

Ci sono però anche delle figure che non riesco bene ad inquadrare. Donne sfuggenti, intriganti e molto molto affascinanti. Di una ne parlo solamente per pochi secondi, è Karola Bloch dei Port-Royal: un'ossessione incessante, ma allo stesso tempo dolce e melodica. Di lei ti colpiscono soprattutto le mille sfaccettature della sua personalità. L'altra invece ci tengo a presentarla, si chiama Eva Green e alle tue orecchie arriva così:
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Glasgow mega-snakes

"Mogwai's music is bigger than words and wider than pictures. If someone said that Mogwai are the stars, i would not object, because if the stars had a sound, it would sound like this. Their music is ferociously beautiful, is a groundbreaking classic, [...], is as arrogant, proud and enraged, as pretty, sorrowful and ispired, as pure, deranged and foxy as your favourite music. But it's louder. Much, much louder. Thank goodness for that. You know, it's the sound of the stars afterall."
Keith Cameron


Scusate se ancora una volta non trovo parole mie per esprimermi, ma dopo aver assistito ad una dimostrazione impetuosa di eleganza, classe, maestosità e violenza, dopo aver assistito a qualcosa che è stato più di un concerto, a qualcosa che è stato un affronto a dio stesso tanto era perfetto, non so fare di meglio.
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This song has been brought to you by a falling bomb


You make believe that nothing is wrong until you're cryin'.
You make believe that life is so long until you're dyin'.

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The kill

I am anarchist
An antichrist
An anorak
I am atheist
An acolyte
An accidental
I am eleven feet
Okay, eight
Six foot three
I fought the British and I won

I am a rocket ship
A jet fighter
A paper airplane

Say what you will
I am the kill
The only thing that keeps you really truly safe from being real

I have a tendency
To exaggerate
Just a little bit
I am a plagiarist
Apologist
A lawless calculator

I am optimist
A closeted
Misogynist
I fought the British and I won

I have a wishing well

a living will

a magical eight ball


Say what you will
I am the kill
The only thing that makes you real
Say what you will
I am the kill
The only thing that makes you real truly safe from me

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dARi

Giunti alla loro seconda fatica mi chiedo se i dARI siano effettivamente solo degli sfortunati.
La domanda è: siamo così sicuri che non possa trattarsi di una sottile e raffinata provocazione? Cioè scegliere di essere per sempre fuori posto.
Con quel look sospeso fra metal e punk a simboleggiare un cambiamento mai completato, un continuo giungere ad una forma stabile che non arriva mai.
Con quel linguaggio minimale tipico di una società che necessita di annullare i tempi di comunicazione, scarnificato nella forma e umiliato nella grammatica, tuttavia più giocoso nell'aspetto con un preciso, quasi scientifico, alternarsi di minuscole e maiuscole. Via il congiuntivo, via il condizionale, via il passato remoto, via strutture linguistiche pesanti, la comunicazione è veloce, simile all' augh dell'uomo delle caverne. Una necessità, un istinto. Essere per sempre fuori posto cercando un posto nel mondo, cercando un posto nel fondo. Abitare un luogo disegnato da Tim Burton e costrutio da un cyborg, con quel tratto tanto dark quanto romantico, con evidenti toni decadenti, dove analogico e digitale si fondono perfettamente.

Non so voi, ma io la rivendicazione la sento forte e chiara: "Ci avete fatto crescere con la Corrida di Corrado prima, e con i programmi di Teo Mammucari poi? Ci avete lasciato credere che bisogna essere dei fenomeni da baraccone per essere qualcuno? Bè, eccoci qua!"
E poi, a pensarci bene, 'sti emo non avranno solo olive denocciolate in testa. Insomma, Jared Leto l'abbiamo visto tutti in Requiem for a dream, non dico mica che abbia scritto lui scenografia e dialoghi, anche perchè il film è tratto da un romanzo - mi pare - ma non mi sembra di aver visto recitare un cane.
In realtà mi serve solo una scusa per non studiare. I dARI fanno cagare a spruzzo. Non perchè io non li capisca, ma perchè fanno cagare a spruzzo.

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Dilemmi

Ora di cena. Cosa cucino? E quale sarà la colonna sonora della mia creazione? Vediamo, con gli architecture in Helsinki andrebbe bene qualcosa di colorato e leggero...due pennette stracchino e rucola? Oppure St.Vincent? Allora due pomodorini sarebbero graditi. Se cambiassi genere? Mogwai, qui si va sul pesante, la preparazione richiederebbe pathos iniziale e una violenta esplosione finale...carbonara? Già, si scatena sempre qualcosa di mistico quando si prepara una carbonara. Tool o System of a down? Urge aggiungere calorie, salsicce! Le luci della centrale elettrica infine? Ovvero qualcosa che ti colpisca forte allo stomaco: parmigiana. Magari metto un po' di drum'n bass e per non danneggiare il mood industriale appena creato telefono al cinese qua vicino e mi faccio portare un pasto completo.
C'è senza dubbio alcuno uno stretto legame tra stato d'animo, musica e oggettive necessità dell'organismo. Non mi va di scandagliarlo. In fondo ogni uomo è solo di fronte alle proprie scelte.
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Fill your mind with this nothing and just don't think anymore

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Piromani

"Andiamo a vedere i colori delle ciminiere dall'alto dei nostri elicotteri immaginari
 Andiamo a dare fuoco ai tramonti e alle macchine parcheggiate male
 Ad assaltare ancora i cieli
 A farci sconfiggere e finire sui telegiornali
 Foto in bianco e nero delle nostre facce stravolte sui quotidiani locali
 Andiamo a vedere i cantieri delle case popolari dai finestrini dei treni ad alta velocità
 Trasformiamo questa città in un'altra cazzo di città
 Andiamo a vedere le luci della centrale elettrica
 Andiamo a vedere le luci della centrale a turbogas
 E tornino a scoppiare a ridere le nostre madonne bulimiche
 E tornino a scoppiare ma dal ridere le nostre madonne anoressiche
 E le tue fotomodelle
 Le tue fottute fotomodelle"

Da Piromani, una delle perle contenute in Canzoni da spiaggia deturpata, un disco enorme e bellissimo de La luce della centrale elettrica.
Senza sprecare troppe parole, come fa il cantautore, quando non avete niente da fare, buttate un orecchio.

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Amen

"Che cosa resta di noi che scopiamo nel parcheggio?
Cosa resta di noi? Un rottame di Volksvagen.
Il ricordo, si sa, trasfigura la realtà
La verità se ne sta sulle stelle più lontane.
Ci rimane una città, un lavoro sempre uguale
Una canzone che fa sottofondo all’Indecifrabile.
Cosa rimane di noi, ragazzini e ragazzine
La domenica dentro le chiese
ad ascoltare la parola di Dio?
Il futuro era una nave tutta d’oro
che noi pregavamo ci portasse via lontano.
Cosa rimane di noi
Ora che ci siamo amati ed odiati e traditi
E non c’è più limite?

Sfreccia in cielo un aeroplano
Io ti amo e non ti penso mai
Penso a quello che ci resta
Vola l’aeroplano, Va lontano
Vola su Baghdad
Noi voliamo invano

Che cosa resta degli anni passati ad adorarti?
Cosa resta di me,
delle bocche che ho baciato in discoteca?
Che cosa ne è della nostra relazione?
Stupidi noi che piangiamo disperati
Che cosa resta dei sogni che avevamo nella testa?
La nostra esperienza a che cosa servirà?

Sfreccia in cielo un aeroplano
Io ti amo e non ti penso mai
Penso a quello che ci resta
Vola l’aeroplano, Va lontano
Vola su Baghdad
Noi voliamo invano"
(Baustelle, L'aeroplano)

Da quando abbiamo cominciato a sentirci necessari e invincibili?
Da quando abbiamo smesso di farci domande?

Amen.
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Il Mio Sanremo

Visto che il festival nazionale è ormai finito, vi posso svelare come sarebbe stato il MIO di Sanremo.

L'Ariston pure pure, via l'orchestra, niente Gloria Guida, Gianfranco Magalli, Martina Colombari e Giampiero Mughini nella giuria di qualità....anzi, via la giuria di qualità!

Via anche Pippo Baudo e quel tappo di Chiambretti, inoltre Elio e Le Storie Tese come direttori artistici.

Passiamo alle canzoni; fra gli artisti in gara che ci raccontano la vera Italia di oggi e non il mondo di bacetti e coccole cantato di solito troviamo:

.Lelucidellacentraleelettrica - Stagnola (Linkazzo)

.Quinto Stato - Cani surgelati nello spazio (Linkazzo)

.Uochi Toki - L'estetica (Linkazzo)

.Offlaga disco pax - Sensibile

Qualche canzone d'amore (che non sono mica un cane!), di quelle belle pero':

.AmorFou - Il periodo ipotetico (Linkazzo)

.Baustelle - L'aeroplano

Non ci sono classifiche da compilare alla fine, non importerebbe vincere nel MIO Sanremo. Non perchè voglia fare il bravo ragazzo, ma semplicemente perchè avendo scelto io le canzoni le considero tutte bellissime; senza contare che fare le classifiche è un'attività che cessa automaticamente raggiunti i 15 anni al massimo, quando cioè non devi far piu' sapere agli altri quale siano le 3 ragazze della classe che ti piacciono di piu' o le tue 5 marche preferite di scarpe da ginnastica.

Ci sarebbe la musica italiana piu' vera possibile, quella che sente i mutamenti della società e li riflette, quella che spazia dal pop al rap fino al cantautorato. Via le limitazioni di genere insomma.

Per finire, il MIO Sanremo si concluderebbe come quello vero (questa è la dimostrazione che non sono un cane), cioè con i mitici Elio e Le Storie Tese che dimostrano quanto siano superiori a tutti gli altri rispolverando un pezzo abbastanza datato ma sempre in voga:

Linkazzo

Buon ascolto!!!