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un doveroso e commosso addio

Massimo Paoli è un nome che a molti di voi non dirà niente ma che a me riporta alla mente bei momenti, forse le uniche soddisfazioni accademiche di una carriera durata poco più di 6 anni.

Il Prof. Paoli insegnava una materia "caratterizzante" e una "opzionale" (si dice così, pensate un po'!) del corso di studi triennale di Economia Aziendale all'Università degli Studi di Perugia, e dell'insegnate che è stato ricorderò sempre l'amore per le proprie materie e l'approccio completamente diverso dagli altri professori che aveva con noi ragazzini che ci atteggiavamo a grandi tecnici con ancora addosso la puzza dei licei di provincia.

Ricordo anche l'odio che provava verso di lui la maggior parte degli studenti e dei suoi colleghi.
Gli studenti lo odiavano perchè le sue erano lezioni poco monetizzabili: non uscivi con degli appunti che ti addestrassero a risolvere irreale esercizietti sulla massimizzazione del profitto, non ti svelava formule magiche per ingenue equazioni micro/macroeconomiche; aspetti poco accattivanti per contabili già promessi alla concessionaria dei genitori e tristemente appassionati già a 20 anni di berline di lusso.
Tra i suoi colleghi alcuni lo odiavano ritenendolo un cialtrone, uno che parlava di tutto perchè non avrebbe saputo parlare di niente, e altri, ben più ipocriti, ridevano teneri quando sentivano il suo nome come si ride del matto del villaggio: un personaggio che fa colore ma che non occorre prendere troppo sul serio.

Legato al Prof. Paoli ci sono anche le immagini della mia combriccola perugina, le nostre risate durante le sue infervorate arringhe, le imprecazioni durante i nostri tentativi di seguirlo nei tortuosi meandri dell'epistemologia, gli sguardi tronfi che ci scambiavamo quando vedevamo la classe svuotarsi e solo noi rimanere, come a sancire una superiorità intellettuale che in quei momenti ci sembrava valere ben più di qualche 30.

In un periodo dominato da grandi professori e fondamentali economici impazziti, l'Università italiana perde un Maestro che ha sempre avuto la forza di denunciare il limite principale della tecnica, e cioè l'atto fideistico alla base del modello di analisi che permette sì di validarne i risultati ma che, al tempo stesso, ne preclude ogni oggettività.
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Chi siamo, da dove veniamo


Eccola qua, per l'occasione in posizione centrale manco fosse un poster. Eccolo qua, il muro alla fine della corsa delle promesse che mi vengono fatte, con sempre meno convinzione, da quando ho memoria.

Dovevamo rinascere, dopo la caduta del muro di Berlino, dopo Craxi e Tangentopoli e, molto più di recente, dopo l'uscita totale della sinistra dal Parlamento Italiano.
E già perchè, mi dicevano, vedrai che il Nostro Paese (quanto orgoglio smaliziato in quelle maiuscole...il Mio Paese, sembravano dire tutti) sarebbe riuscito a superare la fase dei sogni irrealizzabili e dei cuori idealistici infranti. Avremmo lasciato indietro l'utopia.
Via, finalmente, tutte quelle incrostazioni morali! Via il tempo perso ad arrovelarsi il cervello per pensare! Evviva, saremmo stati di nuovo felici grazie alla "liberalizzazione psicologica" (c'è scritto, a propoisto di questo tema, nell'editoriale de Il Foglio di qualche giorno fa) che avrebbe pragmatizzato le nostre scelte e portato l'agognato benessere.
Nessuno sarebbe più morto per una bandiera.
La povertà aveva i giorni contati.

La routine del darwinismo sociale che si rimetteva in moto: eravamo ripartiti!

E invece no, vicolo cieco. La morte dell'utopia ha in realtà spianato la strada all'era di quest'uomo quassù, alla sua visione carnevalesca della società, al suo pensiero micragnoso in ideologie, alla distopia del denaro. Un cancro, quest'ultimo, che ha attecchito subito, perchè non richiede nè immaginazione nè passione e fatica per crescere, solo stupidità. E gente senza speranza.
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Il vento di Seattle

Come sta il popolo di Seattle dieci anni dopo la sua nascita? Più precisamente, dov'è oggi?
Dopo la caduta del muro di Berlino un altro anniversario parimenti importante è da ricordare in questi giorni: il 30 Novembre 1999, data in cui la generazione X smette di essere un'incognita e decide di imbracciare camicioni di flanella, sciarpe, pantaloni stracciati, e scende in strada per esplodere rabbiosa.
Dentro quei volti tagliati dal vento di Seattle c'erano ragazzi additati da tutti come andati, bruciati, irrecuperabili. Alcolisti, drogati, amorali, annullati dalla televisione e dai promo commerciali, svogliati e privi di stimoli, incapaci di provare emozioni. Eppure quel giorno erano tantissimi.
La realtà è che forse dentro quei volti c'erano semplicemente dei bambini che provavano nostalgia per cose che non avevano avuto mai, come una famiglia amorevole e una vita serena, che avevano capito che tutto quello che veniva fatto vedere loro era irraggiungibile. Che non era possibile per tutti diventare una rockstar, andarsene in giro con una Corvette, surfare tra bionde procaci in bikini che ti strizzano l'occhio. Il popolo che per primo aveva capito che il sogno americano, alla fine degli anni novanta, era andato. Morto e sepolto. Che la copertina patinata che ricopriva i sorrisi smaglianti delle celebrità nella realtà era solo vento gelido che ti ferisce le mani e il viso.
Il popolo di Seattle oggi sta male. Molti avevano sperato che il 1999 fosse la data di nascita di una presa di coscienza collettiva, e invece non è successo.
Siamo ancora alle prese con gli stessi problemi, siamo inseguiti dalle stesse paure e rincorriamo ancora gli stessi sogni, perchè ci terrorizza ancora l'idea di dover uscire da noi stessi, di essere obbligati a condividere esperienze e opinioni, di essere costretti a credere che domani sarà tutto migliore per non sentirci persi adesso.
Dico siamo, si, perchè il popolo di Seattle siamo noi. Voi trentenni che eravate a Genova, testimoni in presa diretta della stesura di una delle pagine più vergognose della nostra storia recente, voi non ancora trentenni che sarete a Copenhagen a vedere, una volta di più, che le sorti del mondo si decidono con cene in ristoranti a cinque stelle, pacche sulle spalle, battutone da vecchi marpioni e discorsi pirotecnici. Voi tutti che domani sarete a chiedere le dimissioni di silvioberlusconi, uno di quelli che ha saputo trasformare le ansie e le perplessità delle gente in paura, e sfruttarla per istaurare un governo totalitario, giustizialista senza giustizia e schifosamente maschilista.
Il grido di Seattle del 1999 è ancora oggi il nostro grido, ma temo che la pioggia l'abbia sommerso e che lo stesso vento che lo vide nascere lo stia disperdendo. Forse, come succede per tutte le cose, il tempo ha attutito il nostro rumore.
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31 anni dopo

Il 9 Maggio 1978, in Via Caetani, a Roma, viene ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro. Oggi, 9 Maggio 2009, nonchè Giorno della memoria del terrorismo e delle stragi, Napoiltano ne ha ricordato la memoria. Ricordare è doveroso, ma è anche giusto, per una volta, tirarci giù la maschera e parlarci a volto scoperto. Chi è stato ucciso dall'odio e dalla violenza è e rimane una vittima della storia, ma attenzione, perchè il ricordo lontano che sfoca la memoria può portare ad eleggere martiri persone che grandi non lo sono mai state. Inoltre ricordiamoci che "a dio i martiri non gli hanno mai fatto cambiare giudizio".
Signor Gaberscik, tu sì che ci manchi da morire.
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E ancora ce n'è

Questa volta mi dispiace veramente di aver avuto ragione. Giusto il tempo di asciugare le lacrime e si ricomincia.
Linkazzo
E se siamo arrivati al punto di pensare "Dài, questa volta non hanno ammazzato nessuno!" allora la situazione è veramente grave.
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C'era la neve

Oggi é la giornata dedicata alla Shoah, quindi ricordiamo. Ricordiamo che la Memoria é stata stuprata, calpestata, offesa. Poi cancellata. La riconoscete forse nelle lacrime da iena degli israeliani che piangono, tra un missile ed una granata, i propri avi? Ne trovate per caso traccia nei volti di quegli uomini piccoli piccoli che sono i nostri politici? Oggi la memoria é sepolta dalle macerie di Gaza. E' morta insieme alle donne e ai bambini della Palestina. Laggiù dove ogni soldato israeliano dovrebbe vedere il volto ancora giovane del proprio nonno appiccicato sugli uomini cui spara. Come una settantina di anni fa un popolo senza terra sta morendo per mano di chi vuole conquistare ancora. Come i nazisti anche gli israeliani rifiutano di far aiutare la gente che dilania. A differenza di una volta però, oggi il carnefice è l'ex-vittima e la parte di mondo autodefinitasi civile sta comodamente spiaggiata sul divano intrattenuta dal Grande Fratello. E sticazzi del resto.
D'altra parte all'Europa civile e democratica non conviene ricordare che, a distanza di 94 anni, la Turchia non ha ancora né ammesso né fatto ammenda per il genocidio degli armeni. All'Europa impegnata nella rivisitazione 2.0 della guerra santa contro l'Islam non conviene ricordare che i terroristi in Palestina, come le armi batteriologiche in Iraq, non ci sono, che Hamas é un partito di resistenza all'invasione eletto dal popolo nel 2006, non più terrorista di quanto siano stati i nostri partigiani dunque; che il vero terrorismo è voler dipingere tutti i popoli islamici come i servi personali di Bin Laden, é bombardare scuole e ospedali, è, infine, finanziare con le proprie banche guerre costate la vita a milioni di persone. Alla "Repubblica delle Banane" (thanks amico del mattino) razzista di alemanno e leganord -le minuscole sono d'obbligo- conviene ancora meno ricordare che i rom, per quanto possano risultare subdoli ed accattoni, sono l'unico popolo che abbia mai calpestato tutte le terre del continente senza causare conflitti. La Storia, anche questa con la "s" maiuscola, oggi ci conferma che ogni 27 Gennaio a vincere é Augusto Pinochet. Lui che, come i dirigenti della Endemol, aveva capito che chi scompare dai nostri occhi cessa di esistere. Fra un paio di mesi, quando si spegneranno i riflettori e le luci delle televisioni sulla striscia più in voga del momento, di Gaza rimarrà solo il ricordo de "I terroristi di...come cazzo si chiamava? Blablas...Mammas...Cahas, insomma quello la". Così come é già successo per tutti quei crimini contro l'umanità commessi di cui non abbiamo documentazione e files jpeg nel nostro personal computer. Atrocità che non conosciamo perché non sono state oggetto di interrogazione scolastica. Quelle che non servivano per raggiungere l'otto in storia, al contrario della Shoah.
E' per la nostra pochezza e la nostra ipocrisia che dobbiamo commiserarci. E' per Eluana Englaro che dobbiamo rattristarci. La ragazza che dopo sedici anni di non vita non ha ancora maturato il diritto a morire con dignità, salma inerme che continua ad essere palleggiata tra Lombardia e Friuli neanche fosse l'immondizia di Napoli, trattenuta all'inferno terreno da gente per cui la vita dovrebbe essere sacra.
Oggi non verserò lacrime né rispetterò minuti di silenzio perché, nel mio immaginario, il solo luogo in cui "c'era la neve" é Alexander platz. Non Auschwitz.
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La mia vita a Garden State

"Sai quando arrivi a quel punto della tua vita in cui ti rendi conto che la casa in cui sei cresciuto non è più casa tua? Improvvisamente, anche se hai un posto dove mettere le tue cose, l'idea di casa non esiste più. Vedrai, un giorno, quando te ne andrai da casa tua, di colpo non ci sarà più. Non potrai tornare indietro. Come avere nostalgia di un posto che neanche esiste. Probabilmente è un momento di crescita e non proverai più quella sensazione finchè non ti creerai una nuova idea di casa per te, per i tuoi figli, per la tua nuova famiglia. Una specie di ciclo. 
Non so, è il concetto che mi manca. Forse una famiglia è proprio questo: un gruppo di persone che hanno nostalgia di un luogo immaginario"

Zach Braff              


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Addio principino

Dopo il mai troppo rimpianto Funari se ne va un altro paladino degli esclusi. E' con la tristezza nel cuore che vi annuncio che ieri sera, nei suoi alloggi abruzzesi, si è spento Mario Magnotta.
Lo conobbi per caso, come sempre succede per le cose che ti cambiano la vita, durante l'ultimo anno delle medie. La lavatrice, le urla, i terroristi, ma soprattutto le bestemmie.
E' grazie al mitico Mario se ho cominciato ad insultare il cristo. Gli devo tutto quello che sono.
Quello che rimane è solo un rispetto infinito per un uomo morto a 66 anni, come fosse un segno del destino.
Ci manchi di già. 
Addio principino.

               Linkazzo
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Chasing cars


Avevo voglia di distruggere tutte le cose belle che non avrei mai avuto. Bruciare le foreste dell'Amazzonia. Pompare clorofluoroidrocarburi in cielo a mangiarsi l'ozono. Aprire le valvole nei serbatooi delle superpetroliere e svitare i tappi sulle piattaforme petrolifere. Volevo uccidere tutti i pesci che non potevo permettermi di comperare e annerire le spiagge della Costa Azzurra che non avevo mai visto.
Volevo che il mondo intero toccasse il fondo.
Mentre picchiavo quel ragazzo in realtà volevo piantare una pallottola tra gli occhi di ogni panda in pericolo di estinzione che si rifiuta di scopare per salvare la propria specie e ogni balena o delfino che molla tutto e va a spiaggiarsi.
Non vederla come estinzione. Prendila come un ridimensionamento.
Per migliaia di anni gli esseri umani hanno incasinato e insozzato e smerdato questo pianeta e ora la storia si aspetta che sia io a correre dietro agli altri per ripulirlo. Tocca a me pagare il conto per le scorie nucleari e i serbatoi di benzina interrati e i residui tossici scaricati nel sottosuolo una generazione prima che io nascessi.
Volevo dar fuoco al Louvre. Spaccare gli Elgin Marbles a martellate e pulirmi il culo con la Gioconda. Questo è il mio mondo ora.
"If i lay here
  If i just lay here
  Would you lay with me?"
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Screamers


Quello che non ho capito è il discorso di Francesco Storace nel quale si è definito un democratico non antifascista. Partendo dalla sua definizione è quindi possibile pensare che egli sia, almeno un po', ma solo un pochino, fascista.
Cioè, è un'ipotesi che non può essere esclusa.
Come fa un fascista ad essere democratico?
Ora, Storace riesce a dichiararsi nello stesso discorso contrario all'ingresso della Turchia in Europa.
Il motivo, almeno quello ufficiale, del veto imposto dalla Ue alla Turchia è il mancato riconoscimento, a 93 anni di distanza, del genoicidio degli armeni perpetrato dallo stesso governo turco.
Perchè un fascista dovrebbe schierarsi contro un paese fascista?

"In a world of unspoken politics, i think that we all should be screamers". (Serj Tankian)
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Membrana

E cambio rotta, cambio forma e cambio dimensione
perchè se guardo bene in fondo vedo la ragione,
la ragione è sempre quella e non è mai cambiata,
non è mai stata un bluff, fin dalla prima partita
sono sempre e solo io a giocare a carte scoperte
e ad ogni offesa subita divento più forte,
anche se cado mi rialzo e sono pronto a reagire
perchè non posso respirare

Brucio la mia anima.

Senza tregua, senza sosta, piano il cerchio si stringe
l'orizzonte che scompare un pò nel cuore mi piange
alzerò ancora il volume e farò molto rumore
e poi più forte suonerò per non sentire il dolore.
E' questo senso d'oppressione che mi porto addosso
o forse sono io che non sono più lo stesso,
comunque sia ciò non importa, smetterò di pensare
perchè non posso respirare

Vendo la mia anima.

Sono sempre e solo io che riesco a farmi del male
non veder le cicatrici è la mia funzione
dentro al cerchio claustrofobico respiro a fatica
perchè l'aria è troppo densa e troppo scura
e sbatto la mia porta in faccia al grande fratello,
non posso più tornare indietro neanche a volerlo
e porto sulla testa una corona di spine
ma non sono nè cristo nè re,
io vendo solo parole.

Sono stanco di aspettare
perchè sebbene non lo voglia
riesco a far del male
e sono stanco di sentir parlare di padroni
possiamo tutti respirare a pieni polmoni.
E so solo che posso disubbidire
e so solo che posso disubbidire
e so solo che voglio disubbidire.

Grande sarà la nostra fragilità,
ma senza dubbio saprò
resare in gioco però
c'è che non riesco a capire cos'è che fa così male
c'è che non riesco a fermare questa mia voglia di odiare.

Lungo il cammino non conosco mai sosta
mi guardo alle spalle ma guardarsi indietro
certo non basta a capire
quali desideri avrei dovuto bruciare
e quali invece avrei dovuto comprare.

Attento, prendi la mira e cerca di non sbagliare
perchè ho tanto, troppo, fuoco da offrire.

Le mie bugie si sono divise in due
hanno convinto anche me
per un pò.
Il mio silenzio è stato un triste racconto.

Siamo noi le cavie fatte per analizzare
i durevoli effetti del signore,
pretendo che almeno dio sia sincero
e coloro sogni in bianco e nero.

Vivo nella membrana
è questa la mia tana.
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Take me somewhere nice

Non smettiamo mai di cercare il nostro scopo sulla terra. Il fatto è che non vogliamo arrenderci all'idea di essere qui per spendere i nostri giorni uno dopo l'altro fino alla fine e basta. Allora cerchiamo consolazione in un dio. Ma egli, come diceva Voltaire, "è un commediante che recita per una platea che ha paura di ridere". E se alla fine, stanco di non ricevere appalusi e abbandonato dal suo pubblico dovesse cominciare a sentirsi solo e perso anche lui? E se si rivelasse debole anche colui che rappresenta l'ultima speranza di chi non ha più speranza? Possiamo allora convincerci che sia la scienza il nostro scopo ultimo. Progredire per vivere sempre più a lungo e sempre meglio. Ma tutto si basa su degli assiomi indimostrabili, presi per buoni. Certo le case sembrano stare in piedi e gli aerei sembrano volare, ma per quanto ancora?

Il punto cruciale è che ognuno di noi tende a costruirsi delle certezze su fondamenta troppo fragili ed evanescenti. Su queste cerchiamo poi di trovare risposte assolute, in grado di assicurarci la felicità o almeno di lenire il dolore.

La cosa che ci spaventa di più è arrivare a capire che alla fine potrebbe non esserci nulla, nessun premio e nessun vincitore. Che il fine ultimo della vita potrebbe essere solo il più banale e scontato: la morte.

"Every breath makes me closer to my last".


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E non capisci gli incubi dei pesci rossi

Un pezzo di bravura che fa riflettere sulla misera, o forse no, dei pesci rossi, animali con la memoria di 15 secondi. Adesso vi spiegate perchè riescono a girare per la loro boccetta in modo così frenetico senza stancarsi mai? Una volta esplorato l'esplorabile, la memoria se ne va in pappa e bisogna ricominciare da capo.
Va a vedere che aveva ragione Leopardi a dire che la nature non è poi così gentile.
La vera domanda é: riscoprire se stessi ogni 15 secondi è davvero un evento gioiso?

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Deca-dance

Un gioco di parole, una danza, un movimento, un'immagine triste e anche una bellissima canzone. E così ritorno a scrivere, anzi, come terrebbe a precisare Hank Moody, a bloggare, perchè scrivere e soprattutto saper scrivere sono cose diverse che a me, in tutta onestà, non appartengono.
I segnali sono ovunque, dall'avvento della protolingua 2.0 al tamarresimo come unica possibile affermazione ed espressione dell'essere. Mi ricordo che per misurare chi aveva il cazzo piu' lungo si usava il righello, qualcuno elencava i poteri della propria divinità al massimo, oggi sembra invece che si debba guardare l'elaborazione della propria auto, o del proprio apetto se il soggetto in esame non si è ancora completamente liberato della pubertà.
Un eterno pimp my car-pimp my life.
Senza parlare della cultura sempre in voga della ribellione conforme, eversione prodotta serialmente che passa da magliette attillate-argentate-dorate che risultino visibili da almeno un paio di centinaia di metri a pettinature ancora piu' ridicole.
Qualche parola buona da spendere naturalmente ce l'ho anche nei confronti del capitalismo, cheha deciso, dopo 200 anni di monopolio nel campo dei sistemi possibili, di aspettare la mia fottutissima laurea in Economia per crollare. Grazie di cuore. 
Piu' di tutto pero' è la paura del diverso che alimenta la danza, paura di non riuscire a decifrare l'altro con i codici che siamo soliti usari, con i celeberrimi "2 pesi e 2 misure" con i quali la retorica ha fatto danni incredibili negli ultimi 30/40 anni di storia.
Così capita di dover vedere la destra neonazista ritornare a contare qualcosa in Austria, ma, ancora peggio, gente che ritorna ad ascoltare i preti come se avessero qualcosa da dire.
Si, dico peggio, infatti tra nazismo e chiesacattolica (forse non tutti riusciranno a cogliere la differenza e a volte neanche io)dovessi scegliere preferirei il ritorno di Hitler, perchè le catene è meglio averle ai polsi che al cervello, tanto per citare un amico che odia le citazioni. Ed è terribilmente vero, ma putroppo non si sceglie, bisogna tenersele entrambe.
Lol!!!!!!



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The whole "blah" damn thing

Life is just "blah blah blah", you hope for "blah" and sometimes you find it, but mostly is "blah", waiting for "blah" and hoping you're right about the "blahs" you made, and then, just wen you think you've got the whole "blah" damn thing figured out, and you're sorrounded by the ones you "blah", death shows up.
And "blah blah blah".
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Non chiederci la parola

"Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."
                                                                                                                        (E. Montale)
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Vedere per capire

Come vedere correre Usain Bolt e capire quanto sia superiore la razza bianca.
Come vedere nuotare Michael Phelps e capire quanto la razza padana sia la migliore tra quelle bianche.
Come vedere due atlete, una georgiana e una russa, che si abbracciano sul podio olimpico di Pechino e capire che lo sport è ancora una delle cose migliori che abbiamo.
Come ascoltare Friend of the night (Mogwai) e capire quanto per la musica sia superfluo Allevi.
Senza fretta, piano piano, cominciare a capire.
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Diario di una veglia concettuale

Vedere il passato di tutti vivendo il proprio presente, aspettando il proprio futuro, che è dubbio, che è opportunità e minaccia, che è speranza per quello che potrà essere e rabbia per quello che non sarà mai. 
Vedere lo stesso cielo che è stato di Chernobyl, di Auschwitz, del Darfur, di piazza Tiananmen, di Berlino (non quello del 2006, sebbene sia quello un ricordo bellissimo), il cielo ridisegnato dagli astrologi, spiegato dagli astronomi e segnato dal tragitto di moduli e satelliti, il cielo ultratecnologico di Tokyo e New York e il cielo incontaminato del Sahara e del Tibet. 
Nessun significato immediato, solo una foto in nero e giallo, bello perchè tutto da significare.
Essere una infinitesimale parte del tutto. Del tutto? Essere una parte, piccola. 
Non c'è bisogno di vedere un dio dietro tutto questo per rendere il cielo un'immagine poetica ed evocativa, basta un po' di immaginazione e liberare il pensiero, operazione molto facile quando lo sguardo non trova riferimenti a cui ancorarsi. D'altronde l'immagine del cielo la conosciamo tutti, non abbiamo certo bisogno di passare notti a fissarlo per ricordarci di cosa si tratti. La sua immagine è un punto fermo, un riferimento. O no? Per fortuna qui non arriverà mai nessuna professoressa a leggere quello che ho scritto e a farmi notare, con arroganza e superoirità, che sono caduto in contraddizione. Posso quindi permettermi di cambiare idea senza dover rinnegare la precedente, perchè mi sembra buona lo stesso.
Insomma non so bene cosa pensare osservando il cielo, sempre ammesso che ci sia qualcosa che ci debba per forza venire in mente quando lo guardiamo. Ma non credo.
Oddio che fatica, meglio chiudere gli occhi. Farò così, partiro' da un mio assunto che sarà anche la conclusione di questo discorso sconclusionato: lo preferisco al soffitto di casa mia.
Opinione semplice e banale d'accordo, terra terra se volete essere cattivi nel giudizio, ma non meno di tutte le cose piu' belle della nostra vita, come il primo caffè della giornata o una birra al bar con gli amici. Non sono mai stato un poeta, alla magniloquenza della Divina Commedia ho sempre preferito un panino con la mortazza o, al massimo, un coro di bambini che canta we don't need no education.
Lascia comunque il sorriso riuscire a cogliere con lo sguardo la scia di una stella cadente, anche per chi non crede in niente oltre a quello che c'è. Può bastare.

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AVE CRUX SPES UNICA

Dare una morte decente ad un proprio caro che viene a mancare ce l' ha un prezzo, eccome.
Lucrare sulle tragedie che toccano le famiglie ce l'ha un prezzo, dipende dalla parrocchia.
Dare l'illusione della vita eterna a gente stordita dal dolore ce l'ha un prezzo, ma è meglio dare l'illusione di non saperlo.

Perdere una delle persone che piu' ti amava al mondo non ha prezzo. Fa male e basta. Troppo male.
Sapere che non potrai piu' giocare a briscola o schierare la probabile formazione del Milan con la persona di cui sopra non ha prezzo. Fa terribilmente male e basta.
Non pronunciare neanche una volta il nome della persona a cui la funzione è dedicata non ha prezzo. Fa incazzare, ma non ha un prezzo.
Declamare una messa celebrativa in latino per non far capire niente ai presenti non ha prezzo, è un atto scellerato.

Il rispetto, il ricordo e il dolore non hanno prezzo. Per tutto il resto c'è Cristo. Poi, per poter estinguere il nostro debito con il Signore un modo lo troviamo. L'importante è che Cristo ci sia.

Spero, a questo punto, che un qualunque dio esista, non importa chi dei tanti,  perchè questo 2008 qualcuno me lo dovrà pagare.



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Blow (un post per me)

Chi se n'è andato per sempre, per un buco di troppo, per un chilometro di asfalto in più o per qualche motivo che non capiamo. O chi si è semplicemente allontanato, partito per l'università, partito per un nuovo lavoro e una nuova vita, partito perchè dove era prima l'aveva combinata troppo grossa, partito per stare meglio e mai tornato.
Ancora, chi non abbiamo mai sentito vicino pur essendo a un passo.
Capita di perdere le tracce, di allontanarsi da quelli che sono stati, anche solo per poco, compagni di viaggio, e capita, cosa ancora più strana, che quando si ha la possibilità di rincontrarsi non lo si voglia fare, rifugiandosi nei propri ricordi e continuando a fidarsi di essi per non mutare mai un'immagine a cui siamo troppo affezionati.
Dentro noi stessi ci sentiamo più protetti. Che deboli!
E questo vuol dire soffiare, continuare ad andare nonostante una realtà intasata di immagini, simboli e parole a cui non si contrappone una fantasia abbastanza solida da costituire un rifugio sicuro. Una fantasia minata dal tutto che è a disposizione dei nostri sensi, troppo legata al mondo del tangibile e poco a quello dei significati. Andare e basta. Anche se è fatica, e a fare le cose senza capirne il motivo non si riesce propriamente bene.
Tanto quando sarà finita non lo decidiamo mica noi, no, piuttosto qualcuno che ci chiederà una sigaretta, un medico che vorrà asportarci l'appendice, magari la strada che ci conosce meglio o, banalmente, il più familiare e ripetitivo dei gesti.
Ma già allora ci sarà qualcun altro che avrà cominciato a soffiare, non per solidarietà nei nostri confronti e neache per aiuto, lo farà perchè sarà cominciato il suo unico turno.
Il soffio è un'affermazione solitaria.

"Che tu possa avere il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle".