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E' la post-ideologia, baby!


"Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità, presente in Paesi molto più civili del nostro, come la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico"



La Lega Nord regala da sempre perle di razzismo purissimo sul tema dell'immigrazione, l'ultima di queste affermava che il problema si risolve solamente negoziando accordi bilaterali con i singoli stati di provenienza dei migranti, rivendicando in tal senso il lavoro svolto da Maroni negli infausti anni in cui fu Ministro degli Interni. Affermazione assurda perchè presuppone che quegli stati, ovvero Libia, Tunisia, Egitto, Somalia ed Eritrea solo per citare i più ricorrenti, esistano ancora e non siano invece ridotti a terre di nessuno in balia di bande armate e fanatismi religiosi. 
O come se in quelle nazioni disgraziate esistesse un sistema di trasmissione delle informazioni simile al nostro: multicanale (cartaceo, televisivo, digitale) e reattivo, che possa portare a conoscenza di tutti i cittadini che - attenzione attenzione! - lo sbarco sulle coste italiane non configura più azione perseguibile a norma di legge, la nostra legge ovviamente.
Questa seconda assunzione richiede a sua volta, risalendo in verticale un'avvitatissima spirale dell'assurdo, che gente come Bashar-al-Assad (per dire) abbia lo stesso concetto di "legge" e "reato" che abbiamo noi europei o, per allargare il termine di paragone, noi occidente del mondo, e che l'abbia poi trasmesso al suo popolo, rendendolo pienamente conscio del significato di una tale notizia.

Ma tutta questa enorme slavina d'ipocrisia e populismo, questa reazione a catena di scoppiettanti puttanate, impallidisce fino a scomparire di fronte a quanto scritto da Grillo nel suo ultimo diktat che, in un colpo solo, cancella il problema, l'utilità di discuterne e la possibilità di affrontarlo.
Uno vale uno.
Certamente.

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battaglie 2puntozero

La vicenda giudiziaria Apple-Samsung ha finito per suscitare il mio interesse più di quanto potessi pensare. E questo è successo, come spesso accade, quando ho smesso di guardare ai dettagli (non sapete quanto si possa diventare curiosi passando Agosto in ufficio) tecnici a supporto dell'una o dell'altra tesi e ho fatto un passo indietro.
Anche se le due società sono leader mondiali nella tecnologia consumer, gli oggetti del contendere sono sempre gli stessi: brevetti, licenze e utilizzazione delle opere d'ingegno.

Ma a ben vedere il problema è sicuramente di ordine etico.
Insomma: possibile che 'sti stronzi possano brevettare tutto?
Vale la pena approfondire un po' perchè per "tutto" qua si intende "davvero tutto l'esistente": dalle sementi della Monsanto e simili alla forma di iPhone e iPad (un rettangolo smussato, eh capirai...), passando per l'accostamento cromatico rosso-argento-nero della Coca-Cola.

Mentre nelle aule dei tribunale americani e sud-coreani legioni di avvocati di Apple e Samsung pretendono di difendere l'innovazione, essa viene in realtà svilita e messa in grave pericolo. Prima di schierarci per l'una o per l'altra parte, a seconda di quale delle due aziende griffa il telefonino che portiamo in tasca, dovremmo chiederci se l'innovazione, per costituirsi nel suo significato autentico, debba avere una natura partecipativa, debba cioè essere esperita un passo dopo l'altro da un'intera comunità, oppure magica, dono oscuro di una manciata di capitani d'industria, sedicenti geni visionari, che blindano le loro idee all'interno di processi economici dominati da concetti avvenieristici quali economie di scala e remunerazione degli azionisti.

Vorrei che i nostri legislatori cominciassero a prendere confidenza con l'idea che c'è un limite oltre il quale non è eticamente accettabile brevettare l'innovazione, se è ancora vero che essa ha come fine ultimo il miglioramento della qualità della vita di tutti, anche dei soggetti che non hanno la possibilità di accedere al tempio del consumo.
Vorrei che si cominciasse ad analizzare il concetto di licenza o diritto d'autore con strumenti nuovi, quali quello di Bene Comune o di Copyleft; vorrei anzi che a questi ultimi venisse finalmente riconosciuto lo status di strumeto di analisi e che si smettesse di considerarli un vezzo per trentenni controinformati e disoccupati.


Vorrei che focalizzassimo di più l'attenzione sulla differenza fra un processo e il suo risultato. Il primo è dinamico e immateriale, esiste solo quando viene partecipato. Ai soli partecipanti appartiene, esclusivamente per loro genera conoscenza. Di conseguenza, se crediamo che essa debba essere condivisa, non possiamo che auspicarci la più larga partecipazione possibile ad ogni processo innovativo. Il risultato, invece, nasce quando la conoscenza si fissa nella materia e diventa prodotto. Che si venda, questo prodotto, che generi profitto, molto, ma non intacchiamo i processi, non permettiamo che smettano di comunicare e di influenzarsi tra loro.
Capiamo questo punto, altrimenti finisce male.
Finisce male e, più prosaicamente, a furia di brevettare forme geometriche e colori, il vostro prossimo tablet potrebbe essere così: 



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il dogma dell'inopinabilità

Vado dritto al sodo, perchè negli ultimi mesi è entrato in circolazione un virus pericolosissimo che ha trasformato tutti in professori di finanza prima e in maestri di retorica poi, e non mi pare il caso di alzare la posta giocando al tavolo della demenza.
Il punto è che sappiamo tutti che l'articolo 18, ormai, rappresenta poco più di una gracile inferriata intorno ad un palazzo che sta diventando maceria eroso dal cancro dell'autoconsunzione.
Perchè, allora, battere sempre sullo stesso chiodo?

L'articolo 18 rappresenta la summa di tutte le conquiste derivate da decenni di conflitti sociali, la fine di un percorso che portava in dote la promessa di un mondo meno sperequato, e la sua quotidiana vessazione rientra tragicamente nella linea politica di un governo che si dice tecnico ma che da settimane dimostra sempre più insofferenza, se non odio profondo, verso tutto quello che è al di fuori della propria ortodossia ultraliberista.
Non sarebbe comprensibile, altrimenti, il rifiuto categorico di inserire nella previsione legislativa la possibilità del reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato, diniego che sottotintende la sua colpevolezza a prescindere. Come se un ladro colto sul fatto non fosse costretto a restitutire la proprietà di quanto sgraffignato ma solo una frazione del suo valore in denaro. E' di questo che vogliono spogliare ogni lavoratore, della proprietà (e paternità) dei propri diritti.

E' per questo che non è importante se l'articolo 18 sia o meno determinante per il funzionamento del mercato del lavoro, se le energie rinnovabili siano davvero la salvezza o solo una divagazione lungo il cammino che porta al baratro; è fondamentale che essi vadano cancellati comunque e per primi, perchè sono, rispettivamente, il simbolo di un passato che è stato e di un futuro che potrà essere, entrambi diversi da quelli che i vecchi padroni del mondo potevano capire o sono diposti a prendere in considerazione. Perchè una rivoluzione ideologica si fa così: cancellando ogni vago ricordo di quello che c'era prima e facendo credere che resisterle sarebbe solo ipocrisia, pura ideologia appunto.

Una guerra di religione è vinta solo quando i nuovi dogmi, i nuovi riti e le nuove icone hanno sostituito i loro vecchi corrispettivi nella testa di tutti. Attribuendo capacità senzienti ai mercati finanziari si è voluto dar loro diritti e tutele mai viste prime (attenzione: con lo stesso modus operandi si era agito anche per inquadrare giuridicamente il diritto alla vita degli animali) per creare il dogma del mercato omniscente. Il rito, invece, si consuma nella ripetizione fiera dell'inopinabilità delle scelte fatte in suo nome, deilla sosetenibilità dei modelli pensati a sua éikòna.