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Neoprimitivi, cyberpop, Maya

Questa mattina sono tornato nella mia vecchia casa.
Ero lì per motivi che non vi sto a spiegare, ma vi basti sapere che stavo trafficando con cavi, cacciaviti, vestiti e chitarre e che neanche io avevo idea, se non nel mio subconscio, della connessione tra tutti quegli oggetti.
Mentre smanettavo e smadonnavo qua e là per tutte le stanze tenevo le finestre aperte per far prendere un po' d'aria alla mia camera che ho abbandonato, pur senza dimenticarla, anni fa, e che anche la mia famiglia ha lasciato da un paio di stagioni.
Che ci si fa con una casa vuota, vi chiederete voi?
Come si fa a vendere un appartamento enorme e situato nella celeberrima inculonia di questi tempi, vi rispondo io!

Ma a prescindere dalle considerazioni macroeconomiche sulle cicliche e devastanti crisi che affliggono il capitalismo da più di un secolo e da quelle più generali riguardanti il fatto che ogni sistema ha il suo bug, il punto è che in cortile stava giocando la filgia della mia vicina.
Maya, cioè la figlia della mia vicina, è nata nell'autunno del 2003, stesso periodo in cui mi accingevo a lasciare un luogo sull'orlo di una crisi (allora solamente) di nervi per partire alla volta dell'università.
Che poi era a soli 70 chilometri scarsi da casa, ma nell'immaginario collettivo è sempre un posto a sè stante dove si vivono esperienze irripetibili al limite tra il fiabesco e l'onirico.
Maya è dunque nata nello stesso periodo in cui io nascevo alla vita sociale, dopo che per 19 anni la mia camera e la mia casa mi avevano cresciuto e pasciuto preparandomi a quella che pensavo essere la vita vera, una prova di autonomia controllata: faccio da solo, sì, ma poi pago con il bancomat dei miei.
Sarà forse per questo legame invisibile che Maya mi ha riconosciuto subito dal giardino mentre aprivo le persiane della finestra. In fondo, a pensarci bene, i nostri contatti visivi si sono limitati a incontri di qualche secondo sul pianerottolo delle scale, pochi secondi qualche volta al mese. Inoltre, tra un incontro e l'altro entrambi cambiavamo: lei cresceva di un palmo almeno, sviluppava la voce, la gestualità, la varietà di sguardi; io, invece, dimagrivo e accentuavo la calvizia. Eppure, fin da quando ha cominciato a parlare, mi ha sempre riconosciuto con un timido e sincero "ciao Gabriele!", e anche oggi quel "ciao Gabriele!" è arrivato puntuale.
Solo che questa volta lo ha pronunciato mentre digitava un messaggino sul suo coloratissimo cellulare touchscreen. Alla mia riposta, poi, ha sollevato lo sguardo verso la sua finestra, forse per indicarmi silenziosamente il nuovo portatile appoggiato sul davanzale.
Ho guardato prima il portatile, poi Maya negli occhi facendole un sorriso, poi ho ripreso a trafficare con i miei arnesi analogici con i quali non ho troppa confidenza ma contro i quali non ammetto sconfitte.

Queste quatto parole in croce non vogliono criticare l'incontro troppo precoce che avviene oggi tra bambini e tecnologia avanzata seppure di consumo, ma ragionare sul fatto che questo rapporto, ormai simbiotico, tra sistemi biologici complessi (bambini) e sistemi digitali altrettanto complessi (apparecchi di qualsiasi tipo) potrà forse portare a risultati migliori rispetto a quelli che ha raggiunto un altro rapporto tra gli stessi sistemi, meno spontaneo e più forzato, che si è instaurato nelle generazione "meno nuova", ovvero la mia.
Per noi l'approccio alla tecnologia è stato un trauma, una costrizione, un passo obbligato per tenere il ritmo dell'evoluzione di un mostro indefinibile che cresceva, ai nostri occhi, in un mondo lontano: scarse interfaccie grafiche, prezzi inavvicinabili, innovazioni che un mercato ancora troppo acerbo e vischioso non riusciva a rendere subito applicabili e reali.
Per i bambini, invece, la tecnologia potrà essere un amplificatore di potenzialità e interessi, una naturale porta di accesso all' augmented reality, un concetto complesso dalle molteplici implicazioni filosofiche e comunicative che loro possiedono innatamente, che noi giovani dinosauri faticheremo sempre ad applicare, che i nostri genitori si sogneranno di capire per quanto proveranno a sforzarsi.

Perdonate la fretta della trattazione, ma mi preme chiudere con queste considerazioni perchè voglio che siano un buon auspicio per quella bambina con capelli e occhi nerissimi che è Maya, la figlia della mia vicina.
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432 km

Ti metterai in macchina sbuffando, perchè sai che la strada è lunga, che hai le ore contate e che ti toccherà fare almeno una sosta fisiologica negli autogrill che tanto detesti. Ti chiederai: ci sarà qualcuno in grado di arrivare a destinazione senza soste? Ebbene sì. Qualcuno ce la fa. Ma tu non provarci la prima volta.
Sali in macchina e sei dentro la città, e sarebbero dolori per te se non fosse domenica pomeriggio, perchè con il traffico dei giorni feriali potresti impiegare mezz'ora solo per prendere la superstrada. Invece tu hai scelto il giorno giusto e in attimo sei là, in perfetta traiettoria per andare ad intercettare la A14 a Chiaravalle.

Prima di lasciare l'Appenino risalendo il fiume Esino lungo la ss76 adriatica, non mancare di osservare i costoni di roccia nuda sopra i trafori della strada, immagine che non vedrai più per tutto il viaggio già a partire dall'entrata nella Gola della Rossa, dalla quale le Marche cominciano a distendersi verso l'Adriatico, seppure in modo irregolare e con molta calma.
Arrivare a Chiaravalle ti colpirà dritto allo stomaco. Ti sbuca dal niente una lingua d'asfalto che solo a pensare quanto sia lunga ti viene la nausea. Purtroppo essa è anche l'unica strada comoda per arrivare dove devi in mezza giornata scarsa.
E per quanto non perde mai d'intensità la vista della costa e del mare tra Senigallia e Marotta, non riesci proprio a scordare che, dove sei tu ora, prima c'era solo un fitto bosco, e a farti sentire meno in colpa non ti aiutano certo le ruspe meccaniche e i cantieri aperti che spuntano come funghi ai margini della strada.
C'è solo un tratto, uno solo tra l'uscita di Fano e quella di Pesaro, pieno di saliscendi e curve, che, se preso ad una velocità leggermente superiore a quella di crocera, diventa talmente divertente da guidare che si fa quasi perdonare di essere un'immonda ferita grigia tra le verdi colline che nel giro di pochi chilometri daranno vita alla Romagna.

Tra Riccione e Rimini Nord la spartizione delle frequenze dell'etere è stata fatta un po' alla cazzo di cane, di conseguenza Virgin Radio, Radio Italia e R-101 si sovrappongono creando un sottofondo fatto di crepitii e voci dall'oltretomba, rendendo oltretutto impossibile l'ascolto delle singole stazioni. In compenso, dopo Rimini Nord la strada si allarga acquisendo una terza corsia, e comincia ad allontanarsi piano piano dalla costa per correre incontro alla pianura. Ormai gli Appennini sono lontanissimi, e l'orizzonte si allarga così tanto che ti fa quasi male agli occhi. Per vedere le prossime colline bisognerà rivolgere lo sguardo in direzione della Toscana e aspettare Imola, anche se esse diventerano degne di tale nome solo alle porte di Bologna.
A vederlo in movimento, questo agglomerato di campi coltivati adiacenti non ti sembra offrire riparo o protezione nè al viaggiatore nè agli abitanti. Gli alberi sono talmente pochi che non troveresti neanche un posto dove ripararti, se cominciasse a piovere all'improvviso.

Il raccordo di Bologna, o almeno la parte iniziale, cioè quella che va da San Lazzaro all'uscita di San Donato, è talmente brutto che potrebbe piacere solo ad un ingegnere appassionato di schemi e matrioske. E' sviluppato in modo concentrico e pare così tanto impiantato tra gli edifici da sembrare un enorme polpo gigante impazzito che ha deciso di occupare la città. E così, mentre imbocchi la A13 verso Padova, non stai verramente correndo sull'asfalto drenante dalle sfumature sabbia, ma su uno dei suoi tentacoli, precisamente quello che punta a nord/nord-est e che la creatura gigante ha distesto per andare ad aggrapparsi ai colli euganei, anomalia veneta della pianura padana.
E' esattamente qua che il tuo cervello smette di pensare, provato com'è dalla monotonìa di 250 km circa di strada quasi dritta.

Se percorri il tratto dopo l'uscita di Ferrara Nord di notte, puoi provare una strana sensazione di smarrimento. Dopo l'uscita infatti, e per una piccolissima manciata di chilometri, al di fuori della segnaletica stradale posta sopra e ai bordi delle carreggiate non c'è nemmeno una luce. Non una lampadina di un rustico abitato nè quelle di una cascina di campagna, non un lampione nè i fari di qualche auto che percorre una mulattiera tra i campi. Solo oscurità, buio completo. Sembra di tuffarsi nel nulla, e ti viene naturale affondare il gas per andare a vedere come va a finire. Purtroppo il gioco finisce subito: il ponte che scavalca il Po ostenta, sulla punta più alta della parabola che disegna a mezz'aria, il cartello che reclama il confine fra Veneto e Emilia-Romagna. Una volta arrivati là, nelle campagne intorno Occhiobello, si cominciano a scorgere palazzine illuminate, adibite probabilmente a ospitare uffici aziendali di ditte locali, e così tutto torna bruscamente meno spettrale e misterioso e, al tempo stesso, molto meno affascinante.
Proseguendo l'autostrada fino alla fine si arriva a Padova, dove inizia quel dedalo infinito di acciaio e cartelloni verdi che è il suo raccordo. Forse avrai avuto la sfortuna di capitare a Roma o Milano in macchina, o forse solamente su raccordi meno caotici e aggrovigliati, ma un simile delirio curvilineo non te lo scorderai più.
In un contesto del genere non ti sarà facile trovare la strada che risale dritta a nord verso la palude Castelfranco, prima di virare leggermente a nord-ovest per andare a lambire le prealpi venete fin dentro Bassano del Grappa. E' una strada a scorrimento veloce che non soffre particolarmente il traffico, fatta eccezione per alcuni tratti urbani, e solo quando arrivi a Resana, dove la strada ritorna una modesta statale a singola corsia per senso di marcia, il cartello che delimita la Provincia di Treviso ti fa capire quanta strada hai fatto. Sei alla stessa altezza di Milano adesso, la tua cavalcata sta raggiungendo le quattro ore (al netto della sosta) se il traffico non è stato troppo denso, le palpebre sono pesanti perchè è da dopo Cattolica che nel paesaggio cambia solo la tonalità di verde.

Quando sarai arrivato a destinazione ti faranno male le gambe. Non come se te la fossi fatta a piedi certo, ma lo stesso ti faranno male, e per tutto il resto della giornata non farai che stiracchiarle non appena ne avrai l'occasione.
Sei a destinazione.
Forse.
Ma finchè ti riterrai un nomade, avrai salva la vita.
Finchè avrai la forza di non comprarti una casa con sistemi di allarme per renderla sicura ed inespugnabile come una prigione, non avrai ancora scordato che sarai tu stesso a doverla abitare.
Finchè non firmerai un mutuo opprimente come un burqua per acquistare un maledettissimo suv, per percorrere i dieci chilometri che ti separano dall'ufficio, potrai guardarti allo specchio con sufficiente onestà.





ndr: vedi cosa succede a passare un Venerdì sera a parlare del successo editoriale improvviso dei travel books!
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Quando sembrava che tutto andasse in pezzi, a me non sembrava affatto

Nella mia casa precedente, che era poco più che un tugurio umidiccio e loffio, non avevo uno specchio, neanche uno e neanche al bagno. Questo non mi portava particolari turbamenti, potevo infatti specchiarmi ovunque volessi in giro per la città: le vetrine dei negozi, soprattutto quelle del corso centrale sempre lucenti e nitide, i bagni dell'università e perfino il polimetilmetacrilato (lo sapevate che plexiglass è una parola che non esiste, una parola commerciale? Nel dizionario delle advertisement words è infatti seguita dalla erre cerchiata: il simbolo del marchio registrato) della fermata del pulman mi tornavano molto utili a questo scopo.

Una sera però, tornando a casa da una cena faraonica tirata su con 4 scellini e maglie intrise di farina e sudore, trovai uno specchietto di una macchina a terra davanti al portone di casa. Strano, pensai, visto che di solito davanti a quel portone stazionavano solo incredibili deiezioni canine, barboni con la sottomarca del tavernello in mano e/o (le opzioni infatti non si escludevano a vicenda, anzi) qualche punkabbestia intento a lanciare e perdere la sua personale sfida alla forza di gravità.

Lo presi in mano, la plastica era perfettamente integra, al contrario del vetro che era irrimediabilmente spaccato lungo linee sghembe in parti diversissime fra loro. Aveva un che di strano e affascinante.
Non so per quale strana associazione di idee, ma decisi in quel momento che da quella sera avrei avuto anche io uno specchio, o meglio un orpello in pieno stile garage-punk surrogato di uno specchio.

Non fu facile appenderlo, non avevo infatti nè chiodi nè martelli in quella casa decisamente poco accogliente. Per fortuna avevo e ho un amico che si divertiva come un bambino a smontare e rimontare computer e laptop e tutto quello che fosse rettangolare e piccolo e pieno di lucette accattivanti. Era un clocker, ovvero coloro che "pimpano" i computer aumentandone il voltaggio e l'amperaggio e altri -aggio e farcendoli di neon colorati agganciati a ventole giganti in pieno stile fast and furious. Egli si definiva un "overclocker", per sottolineare come non fosse un clocker qualsiasi, mentre io lo chiamavo "l'albanese dei computer", il buon vecchio panzer, e questo non l'ha mai digerito, anche se ogni volta fingeva di sbellicarsi dalle risate. Diatribe dialettiche a parte, ho questo amico e ai tempi mi abitava anche abbastanza vicino. Grazie a lui rimediai chiodini e piccole viti, decisamente poco adatte a perforare canterti, ma era quello che passava il convento, o collegio, per meglio dire: il collegio studentesco. Del come entrai in possesso di un martello non starò qui a dirvi, non mi pare il caso.

Alla fine riuscii a conficcare in modo sufficientemente stabile uno di questi chiodini al muro, esattamente sopra il lavandino, come nelle case vere. Legai un'estremità di un elastico al perno dello specchietto che fino a qualche giorno fa lo collegava alla macchina, l'altra la fissai al chiodo con un nodo piano, reggendomi in fragile equilibrio sui bordi della vasca da bagno.
Mi piaceva da matti guardarmi lì. Quel pezzo di vetro rotto sapeva frammentarmi e destrutturarmi meglio di quanto la mia immaginazione avesse mai spauto fare. Ogni singola scheggia mi rifletteva con una luce e con un'angolazione diversa. Vedevo così il naso decisamente più grande della bocca, l'occhio destro due o tre vole più luminoso di quello sinistro e il collo che si attaccava a quarantcinque gradi alla testa. I lineamenti del viso erano ricomposti secondo uno schema nuovo. Insomma, c'erano tanti pezzi del mio viso e tanti modi per metterli insieme.
E mi piacevano tutti.

Quando lasciai quella casa fui felice, in fondo non aveva la caldaia e non aveva il forno, due elementi essenziali per la vita di un qualsiasi studente condannato a tirare a campare per ogni giorno della sua gioventù. Solo una cosa cominciò a mancarmi dopo qualche settimana. Non me ne accorsi subito, perchè in fondo si trattava di un dettaglio, di un oggetto piccolo in dimensioni e in importanza, avuto per caso oltre tutto.
Cominciai a sentire la mancanza di quel vecchio specchietto rotto, nero nelle plastiche e nelle crepe della superficie riflettente. Cominciai ad averne nostalgia perchè sapeva farmi vedere diverso ogni mattina e ogni pomeriggio, e perchè mi permetteva di focalizzare l'attenzione su alcuni punti piuttosto che altri. Una messa a fuoco mirata e più precisa.
Ora invece, nel mio bellissimo specchio ad ampia metratura contornato di lampadine bianche e tonde, vedo solo un'annoiata faccia smunta a cui non darei neanche un soldo di fiducia. La stessa faccia che comincia a farmi mediamente schifo tant'è piatta e scontata e banale.

Mi sembra che tutto vada in pezzi, ora che ne vedo sempre e solo uno solo.
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Vicissitudini dissociate

Roskilde è una città situata in terra di Danimarca poco distante dalla capitale Copenaghen. C'è un festival musicale omonimo che si svolge in quella zona ed è enorme e la più vecchia manifestazione di questo tipo di tutta Europa. Di solito dura dai tre ai quattro giorni, ci sono diversi palchi attivi in contemporanea, vengono proiettati film e viene dato spazio a tutte quelle attività a sfondo artistico che nel mondo anglosassone sono racchiuse nel termine performance-arts, ovvero ritratti in tempo reale, body painting alle volte, letture di poeti più o meno discutibili, contest di writers su canterti montati ad hoc e destinati, con tutta probabilità, a finire in qualche cantiere edile una volta smontato il circo.

Un allegro fast-food della cultura moderna insomma.

Tutte le bands più famose delle ultime decadi sono passate per là, magari iniziando da qualche palco minore fino ad arrivare al main stage, qualcuno addirittura da headliner, come a sancire un passaggio ufficiale nel mondo di quelli che contano, la conquista del successo mondiale. Processo che è slegato, inutile dire, dalla maturazione artistica o dalla validità della proposta, ma i biglietti non si vendono suonando i bonghetti, mi farebbe notare la Mara Maionchi di turno arrivati a questo punto in una ipotetica discussione a quattro occhi.
Nella trentesima edizione, esattamente in data 30 Giugno 2000, stavano suonando i Pearl Jam. Durante tutto il concerto, come durante ogni concerto, tutta la folla premette per fare qualche passo avanti e per avvicinarsi al palco. Tutti volevano arrivare alle transenne, guardare negli occhi Eddie Vedder e soci. Chi era già sulle prime file si preoccupò invece di contrapporsi all'onda umana per ricacciarla indietro e non perdere la propria posizione privilegiata e conquistata a fatica. E' un gioco rituale durante qualunque concerto, e diventa incontrollabile in eventi di questa portata. A complicare le cose ci si mise però il mal tempo. Pioveva infatti, e la pioggia rese fango il manto erboso, il fango rese precario l'equilibrio di tutti. Ad un certo punto il giochino si ruppe: una trentina di ragazzi in prima fila scivolarono a terra, non riuscirono più a rialzarsi, finirono calpestati e schiacciati contro le transenne. I muscoli che erano riusciti nell'impresa di portarli davanti a tutti non riuscirono in quella di sorreggerli fino alla fine, di proteggerli dal centinaio e oltre di migliaia di persone che spingevano come fossero un corpo solo. Cinque morirono sul colpo e il concerto fu immediatamente fermato. Dopo poche ore fu comunicata la morte di altri quattro ragazzi. I feriti furono una ventina in tutto, nessuno in pericolo di vita ma di certo la faccenda non si concluse con pacche sulla spalle e un arrivederci alla prossima.
La notizia fece il giro del mondo in pochi giorni, molti giornali puntarono il dito sull'abuso di droghe e alcool che ad ogni manifestazione del genere porta la situazione generale sempre sul punto di rottura, altri invece se la presero con la pessima organizzazione del festival: vie di fuga inesistenti e un rapporto security/spettatore troppo basso i principali capi di accusa. Alla fine tante colpe e nessun colpevole, ma questo evento segnò profondamente la carriera dei Pearl Jam e le loro vite. Passarono anni prima che tornassero ad accettare nuovamente di suonare in eventi di tale portata, e nell'album Riot Act, uscito due anni dopo la tragedia, decisero di dedicare alle nove vittime due pezzi: Arc e Love Boat Capitain.


Mestre è una città come tante. Tutte le volte che ci sono passato in treno non sono mai riuscito ad uscire dalla zona intorno alla stazione, spaventato com'ero dal groviglio di lamiere e insegne colorate appiccicato alla meno peggio sugli edifici circostanti. Mestre è uno dei tanti cimiteri di asfalto e cemento dove l'uomo moderno ama seppellirsi. Magari mi sbaglio, ma non credo, o sicuramente anche se sbagliassi non lo farei di molto. In effetti non conosco molto della storia di questa città, di tutte quelle vicende che l'hanno portata ad essere esattamente uguale a tutte le altre grandi città italiane, fatto sta che anche nella sua insignificanza è a loro uguale: non lo è di più, non lo è di meno.
Ad ogni modo, nel 2004 a Mestre venne inaugurato il Parco San Giuliano. Un enorme polmone verde a ridosso della laguna con vista su Venezia, una macchia di colore dove riaprire finalmente gli occhi e riposare le orecchie dal frastuono della vita quotidiana. Data la location decisamente suggestiva del posto, si decise tre anni dopo di spostare là l'Heineken Jammin' Festival, che nelle edizioni precedenti aveva trovato sede fissa nell'autodromo di Imola. L'Heineken è una delle più grosse manifestazioni-baracconate musicali italiane, seconda solo al Festivalbar per qualità della materia prima e al Pistoia Blues per età media dei musicisti (anche se vorrei che questa ultima osservazione non venga messa a verbale, non ne sono affatto sicuro). Nonostante tale festival sia, come accennato appena sopra, una vetrina per vecchie glorie in cerca di bagni folla più per malinconia che per esigenza oggettiva, ogni tanto qualcosa di buono lo tira fuori. A prezzi imponderabili, ma lo tira fuori. Sono cose che capitano a furia di sparare nel mucchio.
Per festeggiare la prima edizione nella nuova sede, esattamente nelle idi di Giugno, dovevano suonare su quel palco di quel parco di Mestre i Pearl Jam. Ebbene sì, ancora loro. A poche ore dal loro ingresso in scena una tromba d'aria si abbattè sul San Giuliano però, spazzando e devastando qualunque cosa. Otto torrette dell'illuminazione e degli amplificatori crollarono e 30 persone restarono ferite. Per onor di cronaca, e per mettere a fuoco il dramma nella sua interezza, occorre aggiungere che: in occasione del decimo anniversario del festival era stata programmata una giornata in più alle solite tre, e quel Venerdì era appena la seconda; il festival fu interamente cancellato; quella della sera a venire sarebbe stata l'unica data italiana dei Pearl Jam dell'anno.

Dopo questo secondo incidente legato alla band, si cominciò a pensare che un po' sfiga effettivamente questi cinque ragazzoni americani la portassero, ma soprattutto che se la portassero dietro nei loro spostamenti per l'Europa. E fu così che per anni si diffuse l'usanza, tra i rockers scaramantici, di parlare dei Pearl Jam come si farebbe circa una malattia venerea: raramente, a voce bassa e capo chino, mano ben arpionata ai testicoli.


Montebelluna è una città di medie dimensioni comodamente appoggiata sulla periferia nord-orientale della pianura piadana. Di primo acchito sembra una di quelle città americane della California che si vedono spesso nei telefilm adolescenziali trasmessi principalmente sulle reti Mediaset: un centro storico piccolo e raccolto e intorno solo quartieri residenziali intervellati da spazi verdi piccolini ma curatissimi. Qualche palazzina in centro, ma niente che ricordi l'edilizia di massa dei grandi agglomerati urbani. Difficilmente trovi una villetta senza il suo angolo di giardino e altrettanto difficilmente incontri difficoltà per parcheggiare.
La ragione per cui vi parlo di questa cittadina è che si trova a una quarantina di chilometri, metro più metro meno, da Mestre. Luglio è appena arrivato e con lui anche un'afa intollerabile e l'impossibilità di dormire la notte. Insieme a Luglio sta a arrivando anche l'Heineken Jammin' Festival, sempre a Mestre, sempre al parco San Giuliano.

Sempre i Pearl Jam. Fra due giorni.

Quattro persone in questo momento sono con lo sguardo al cielo per cercare di elaborare una qualche e personalissima proiezione sull'andamento meteorologico nell'immediato futuro. In realtà nessuna di queste quattro persone abita a Montebelluna, ma, per una serie di motivi che non vi sto a raccontare, essa è diventata il loro centro di interessi (in senso lato). Una di queste quattro persone sta scrivendo questo umile post senza alcuna pretesa di eleganza stilistica, e lo sta facendo durante una delle domeniche pomeriggio più calde degli ultimi ventisei anni. Può testimoniarvelo di persona.
Una di queste quattro persone sono io, quindi basta scrivere come fossi un osservatore esterno ché non mi viene affatto naturale e aumenta anzi le possibilità di una mia futura schizofrenia. Mentre sto scrivendo, sudo. In realtà oggi non ho fatto altro. Mentre non dormivo per la temperatura degna di un forno a legna della mia camera, sudavo; mentre non mangiavo per non cucinare, sudavo; mentre respiro sudo e mentre impreco per il caldo atroce, indovinate un po'?, sudo. Solo che, ad un tratto, mentre sudo, sento anche un'eco di tuoni lontani. Non ci sono nuvole in cielo,e figurarsi se ne passasse una per sbaglio con tutto quello che servirebbe in questo momento, ma io riesco distintamente a sentire dei tuoni. In lontananza certo, ma li sento. In pochi minuti viene giù una tormenta dalle proporzioni bibiliche, una quantità di grandine esagerata si abbatte su tutto quello che incontra, picchiando alberi e vetri, schiantandosi contro lamiere di auto e mura di abitazioni. Si alza d'improvviso un vento parente di primo grado alla bora triestina e, tanto per non farsi mancare niente, una quindicina di gradi se ne va senza provare nemmeno a discuterne insieme.

E' in questo momento che comprendo la Verità: l'aereo che porterà i Pearl Jam sul palco dell'Heineken è appena atterrato in Italia.
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Presa diretta

Dopo il terzo gol della Slovacchia l'idea di lanciare il televisore dalla finestra non ci risulta più così distante. Che cazzo, almeno un po' di dignità, per dio!
Scusate lo sfogo. Anzi no, niente scuse.
Il fatto è che ho visto troppe italiette da Usa94 ad oggi per sperare in un brusco cambiamento di rotta pronto a tradursi in un impeto di coraggio e bel gioco. La rimonta non ci sarà, e a questa triste verità sono arreso da subito.
In quanto a MrHare, bè, non so se la sua rassegnazione nasca dalle mie stesse valutazioni storiche o sia dettata solo dall'evidenza dei fatti, ma anche lui non sta certo ad aspettarsi sorprese.
Anche questa volta, dunque, l'Italia del pallone è fuori dai giri che contano, come in Inghilterra all'europeo del '96, anche se là ci aveva eliminato la Germania (sorvoliamo sul rigore di Zola, per favore), mica la cazzo di Slovacchia; come in Portogallo, nel 2004, dove abbiamo meritato in pieno il biscottone Danimarca-Svezia; come due anni or sono, infine, non ricordo neanche dove.
A pensarci bene sono talmente tanti i luoghi dove siamo andati a prendere pesci in faccia che resta difficile fare la conta.

Insomma, visto che non abbiamo più una buona ragione per festeggiare ne cerchiamo subito un'altra e volgiamo quindi lo sguardo all'immediato futuro, come la nazionale appunto. Un giornale, qualche giorno fa, ci ha portato a conoscenza dell'evento di questa sera. Quattro parole in particolare ci avevano colpito: Carbonera (frazione o comune o qualcosa da qualche parte intorno Treviso), Marta sui Tubi, Zen Circus, gratis.

Quindi, finito lo scempio calcistico, facciamo scorrere pochi minuti per una doccia veloce, una birretta d'incoraggiamento, capire chi viene e chi no e siamo in macchina splendidi come sempre. Un meccanismo di scelta dal nome di Algoritmo Casuale, brevettato e maneggiato con disarmante nonchalance da MrHare, decide che sia io a dover guidare stasera, ma il sospetto che quel marchingegno sia tutt'altro che casuale ce l'ho già da molto tempo.
Raggiungiamo con qualche difficoltà fisiologica il luogo indicato nel giornale, tale Carboera; luogo nel quale riceviamo una brutta sopresa: nessun cartello, nessun palco montato, niente folla o spillatori di birra allo stato brado. Niente di niente, insomma...maledizione.
Tuttavia questo piccolo inconveniente non riesce minimamente a scalfire la nostra corazza di entusiasmo, mica siamo la nazionale di calcio, noi, abbiamo grinta da vendere. Troviamo un gruppetto di ragazzi molto sci sci, o cool se preferite, in canotta e infradito d'ordinanza per ogni buon truzzo che si rispetti, appollaiati intorno al tavolino del bar centrale. MrHare, che ne sa a pacchi di comunicazione e linguaggio, viene scelto dal sempre inappellabile Algoritmo Causale per andare a chiedere qualche delucidazione sul disguido tecnico capitatoci.
Il buon vecchio compagno di sventure torna raggiante, mi informa degli ultimi sviluppi della situazione e subito ripartiamo gagliardi come pochi alla ricerca di un posto rispondente al nome di Vascon, frazione di Carbonera.

Qualche chilometro e siamo decisamente persi in mezzo ai campi rigogliosi nelle campagne a nord-ovest di Treviso. Tutto quello che vediamo per strada è un cartello piazzato su una transenna, nel bel mezzo di un incrocio, che ci informa di una gara di rally che verrà a breve. Questo, credetemi, non ci consola affatto.
Mentre considero che perdersi capita molto spesso a chi naviga a vista lungo le strade del rock, ed è essenziale per capirne la poesia e coglierne fino in fondo la belleza, decido che altrettanto fondamentale è perseverare nel seguire l'istinto, così imbocco la prima uscita che mi si para davanti in questa fottutissima e minuscola rotatoria persa in mezzo al nulla in cui ci troviamo, ingrano la grintosissima terza del mio Maledetto Cesso A Pedali (sì, ho dato alla mia macchina un nome, e allora?), affondo il gas e torniamo ruggenti in pista, anche se con le stesse flebili certezze.

Continuiamo così a costeggiare sterminati campi coltivati lungo stradine snelle e filiformi con in testa un solo nome: Vascon. In questo momento sono sereno, so che in qualche modo arriveremo a destinazione, fosse la prima cosa buona che faccio da mesi a questa parte, perchè la volontà non ci manca così come la benzina nel motore. L'unica minuscola ombra che minaccia il nostro sorriso è dovuta alla birra che sta per finire.
La vita pone spesso sfide difficili.

Passano infiniti secondi e decisamente pochi chilometri quando improvvisamente, dietro una curva, solo apparentemente uguale a tutte le altre, ci compare in lontananza un campanile alto ed appuntito. Ora, se siete veneti sapete già cosa questo voglia dire, se non lo siete considerate che quando siete persi nella sterminata pianura padana orientale alla ricerca di una qualsiasi forma di civiltà, un campanile di una chiesa ha lo stesso impatto visivo di una gigante bandiera con scritto "Terra" dopo mesi di navigazione senza bussola.
Ed infatti, appena la strada raggiunge la base del campanile in questione, ci appaiono una sequenza di tendoni bianchi disposti l'uno accanto all'altro che ci fa pensare di aver raggiunto ancora una volta la meta che ci eravamo prefissati.

Troviamo il parcheggio più vicino possibile, dato che la figura del rocker e quella dello sportivo non sono storicamente compatibili, raggiungiamo la piazzetta telonata del festival, ci avviciniamo alle prime cassiere che troviamo e facciamo quello che ogni scafato appassionato di musica farebbe prima dell'inzio di un concerto: focalizziamo i punti chiave.
"Scusa, ci servono un bagno e un tabaccaio. Dove li troviamo?"
La bionda e brufolosa adolescente accusa il colpo. I suoi vitrei occhi azzurri sembrano colti di sorpresa dalla schiettezza della domanda e, soprattutto, dall'accento palesemente forestiero. Vacilla per un secondo.
Ma per fortuna non si dà per vinta: recupera le forze, riesce in qualche modo a riorganizzare una controffensiva interore e ad indicarci dove e come soddisfare i nostri impellenti bisogni.

Il palco è già pronto e di gente in giro ce n'è fin troppa considerate le dimensioni della piazzetta, e in silenzio tutti aspettano l'inizio della serata tra una pizza, una birretta e quattro chiacchiere di compagnia. In sottofondo si sentono solo le canzoni dei Muse che escono dalle casse, niente tecnici del suono che sbattono sulla batteria per amalgamare i volumi, niente fischi dai microfoni o dagli amplificatori, sembra che tutto sia là pronto per l'uso da sempre. I Marta sui Tubi li trovo avanti al bancone a degustare bionde medie intrattendendosi con altre bionde, in carne, curve ed ossa, che sembrano penzolare dalle loro labbra. Capisco che per una donna non sia facile resistere al fascino della coppola sicula indossata vita natural durante dal cantante e della barba incolta del chitarrista.
Degli Zen Circus invece non ho ancora tracce sul mio radar.

Intanto MrHare comincia a scattare qualche foto di riscaldamento, sa che lo aspetta una lunghissima ed estenuante serie di inquadrature, e di sicuro ne ha viste e vissute troppe di serate così per farsi trovare impreparato come il primo dei dilettanti. Lo vedo inquadrare tutto quello che può, anche quello che uno scatto non lo merita affatto, e mi viene il sospetto che i suoi baffi servano solo a non tradire un'origine nipponica che altrimenti, in questo momento, parrebbe difficile da non cogliere.

Poi si inizia. Lo si capisce dalle luci che calano, la musica in diffusione che si arresta di colpo per lasciare spazio all'arringa improbabile ma realmente pronunciata della Carfagna contro il gay pride a Roma, dai disegni intorno al palco (probabilmente realizzati sotto effetto di potenti lisergici) che si illuminano e sembrano prendere vita.
Non hanno un'entrata scenica gli Zen, non sono delle rockstar, grazie a dio, e lo si capisce a naso. Semplicemente entrano uno dopo l'altro con gli strumenti già in mano e accordati, attaccano jack e orpelli elettrici vari, accendono gli amplificatori, sistemano su una cassa un maiale di peluche (un maiale di peluche? Boh...), ci salutano e lasciano partire il riff solido e quadrato di Gente di merda. Suonano in linea, i tre del circo zen: la batteria non è dietro, non è rialzata, non è altrove. E' là in mezzo ai due strumenti a manico ed è scarnissima: rullante, timpano, charlestone e crash. Stop. Grazie di esistere.
E così si va veloci lungo un repertorio di ironia ed irriverenza tagliente ed intelligente, passando leggerissimi da Vent'anni a Figlio di puttana, dall'inno L'egoista al manifesto politico Andate tutti affanculo. Mi accorgo piano piano di essere circondato da bambini e famigliole, e questo mi prova una volta di più quello che ho già avuto modo di notare in questi ultimi mesi, ovvero quanto sia incontenibile la fecondità dei nostri concittadini veneti.
Ma questa è un'altra storia, torniamo a noi.
I nostri eroi dello zen auto da fè sono persone molto intelligenti, e dato che oggi la nazionale è riuscita finalmente a farsi eliminare dai mondiali di calcio dopo due ottimi tentativi, sanno benissimo che stasera potranno parlar male, anzi più male del solito (anche se non si dice), della nostra patria senza essere minimamente criticati da qualcuno. Il calcio sa blandire le menti di noi poveracci più di quanto sappiano fare politici e fatti di cronaca, triste ma vero.
E così, nonostante la presenza dei soggetti sopra citati, essi non rinunciano a sparare frecciatine a più o meno tutti i costrutti sui quali si fonda il nostro paese e ogni altra democrazia del ventunesimo secolo: disciplina, ordine, lavoro, religione. Vi amo ragazzi.
Alla fine della loro esibizione staccano jack, cazzi e mazzi, ma invece di tornare dietro le quinte li vediamo scendere dal palco, e prima che qualcuno possa sorprendersi sono già oltre le transenne per regalrci un acustico fuori programma.
Del motivo per il quale quelle barriere di metallo siano là non ho parlato perchè non ritengo che valga la pena sprecarci nemmeno una riga.

Non so se sia giusto parlare di metaconcerto in questo caso, non so se gli Zen vogliano in questo momento svelare e rompere l'artificio illusorio dell'evento stesso per rivendicare l'origine popolare del fenomeno musica o se siano semplicemente ubriachi. So, però, che cantare Ragazza eroina faccia a faccia con loro è stupefacente, molto più della semplice battuta (grazie Offlaga).
Ormai mi è chiaro: ogni loro gesto è così estremo nella sua naturalezza che diventa un inno all'anarchia, un'istigazione alla vita. E va benissimo così.

Con mia grande amarezza però il loro concerto finisce, e mentre sono in fila per prendere due birre che avranno il compito di rinfrescarci, con MrHare fermo a presidiare e salvaguardare il nostro posto in griglia, sento che i preparativi per l'arrivo del main-event della serata stanno per finire. Infatti ritorno sulle stesse mattonelle di prima giusto in tempo per vedere comparire sul palco l'ultimo componente dei Marta Sui Tubi: il cantante, in carne panza ed ossa.
Un bel vedere, niente da dire.

Bè, signore e singori, che dire? I Marta dal vivo funzionano come un incantesimo. Sono tecnicamente incredibili, hanno personalità da vendere, nessuna posa o aria da prima donna, tengono il palco con una sicurezza imbarazzante e dimostrano di essere degli abili mestieranti: appena si placano gli scroscioni di applausi sono subito pronti a farli ripartire infilando a ripetizione battutine a sfondo calcistico e politico. Che sappiano anche comporre belle canzoni, poi, lo sapevo già.
A questo punto spero almeno che gli puzzino i piedi. E lo dico senza cattiveria, sia chiaro. Il suono esce che è una meraviglia. Se li acolti con attenzione, ti accorgi che quando alzano i volumi sembrano i Rage Against The Machine, quando aumentano i ritmi ricordano i Red Hot Chili Peppers di Blood Sugar Sex Magik, quando vanno sul melodico diventano incantevoli, ma se li guardi vedi solo un violoncello, una chitarra acustica,, una pianola, una batteria standard e un'ugola più che rispettabile dietro al microfono, e realizzi, sgranando gli occhi, che di gente così in giro oggi ce n'è veramente poca.
Isomma, bello.
L'abbandono è un colpo al cuore, soprattutto per chi come noi due profughi della vita ha valigie da spostare che diventano sempre più grandi e pesanti ad ogni anno che passa, che a chiuderle fai una fatica boia; Via Dante è sempre un piacere raro e la chiusura con Perchè non pesi niente è appena meno che scontata ma efficacissima.
Certo però che Vecchi difetti avrei voluto proprio sentirla per cantarla via una volta per tutte, ma anche questa è un'altra storia.

Decidiamo di saltare la birra del congedo ché domani si lavora, accidenti a tutto, e bisogna accorciare al massimo i tempi del rientro in branda. Iniziamo dunque a recuperare la strada di casa. Mentre camminiamo uno dei miei ultimi sprazzi di lucidità mi ricorda che dopo la terza birra il mio sviluppatissimo senso dell'orientamente è solito andarsene inesorbailmente a fare in culo, così chiedo indicazioni per il ritorno all'omino preposto al controllo della transenna che chiude la strada di accesso al festival.
Ascolto concentrato e in religioso silenzio le sue indicazioni, le recepisco e me le tatuo nel cervello, al volante le metto in pratica scrupolosamente e in pochi minuti ci troviamo completamente fuori rotta al casello autostradale di Treviso Nord.
Intorno solo campi coltivati, ovviamente.
Stronzo di un omino, se il tuo compito è custodire un pezzo di ferro ci sarà pure un motivo.
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Failed revolutions

Quando non ho da fare niente, come oggi pomeriggio, ci tengo a comportarmi come se non avessi nulla da fare. Di conseguenza anche se potrei fare, che so, una doccia, una passeggiata, una sana litigata con qualche familiare che invade i miei già ristrettissimi spazi vitali, decido invece di rimanere inchiodato al letto. Una forte affermazione del mio essere diverso. E penso.

E penso.
E penso. Penso al personalissimo rapporto che ha l'uomo con la solitudine. Eh sì, perchè c'è chi la brama, chi la odia e chi addirittura la teme, ne ha paura e cerca in ogni modo di evitarla.

Penso che la televisione in fondo non sia poi tanto diversa da dio o da un centro commerciale. La sua funzione è farci compagnia, sollazzare i nostri sensi, ma come tutti i palliativi, dopo l'overdose iniziale, riesce solamente a lasciarci più confusi e spaesati.
Prima di internet e della televisione, prima dei selvaggi pomeriggi di shopping, prima della Play Station e delle sfide a Pro Evolution Soccer (Winning Eleven, per i più nostalgici), c'era un solo pensiero in grado di tenerci compagnia anche nei momenti più grigi: la donna.

La musica ci insegna per prima l'importanza delle donne nelle nostre vite, quante canzoni avete sentito intitolate con nomi femminili? Molte immagino.
E allora provo a immaginarle anche io queste donne della musica.

Ad esempio, Katrien dei Mogwai me la immagino come un turbinìo violento di emozioni: sanguigna, idealista, indomabile. Quelle storie che quando finiscono ti lasciano addosso un'amarezza arresa che non se ne andrà mai più via.

La destinataria di She's like heroin dei System of a down è sicuramente una fiamma che brucia violenta. Ha un ritmo insostenibile, è deviata e imprevedibile, di conseguenza irresistibile. L'amore dannato che ti porta alla rovina, e la parte peggiore è che tu te ne accorgi, ma non puoi farci niente. Un'autodistruzione consapevole. Non molto diversa dalla Lory Meyers dei Nofx.

La Daughter dei Pearl Jam è sicuramente un'adolescente che ha fretta di crescere: capelli arruffati, niente trucco e poco curata, molto carina lo stesso. E' una ribelle per necessità e non per moda, anche se a tradirla sono quegli occhi limpidi e indifesi e quei lineamenti morbidi. Rifiuta di essere trattata e custodita come un cristallo fragile e grida a denti stretti la sua capacità di stare al mondo. Una tosta che non ha tempo per innamorarsi, ma tremendamente insicura. E' la sorella maggiore di Aurora Sogna dei Subsonica, anche se non vuole sentirselo dire.
Certo l'ultima arrivata è cresciuta in ambienti molto più digitali e all'avanguardia stilistica, seppure alienanti allo stesso modo. E anche se alle sfuriate preferisce chiudersi ogni volta di più in sè stessa, l'incapacità di sentirsi a proprio agio tra gli altri è la stessa della sorellona a stelle e strisce.

Di ben altra pasta è Per Elisa di Battiato. Una predatrice senz'anima: ti punta, ti prende e ti molla; a te rimane solo quella stupida e virile illusione di controllo, che ti porta inevitabilmente a distruggerti. E' il prodotto ultimo delle rivendicazioni femministe degli anni settanta, forgiata da decenni di sottomissioni, allenata a prendere ciò che vuole. Ma sotto quel volto fermo e determinato trapela un po' di stanchezza, perchè non si può essere una macchina perfetta per sempre.

Un piacevole incontro, perchè mai dimenticata, è invece Persa degli Altro, che rappresenta quella storia lontanissima nel tempo di cui non si hanno più ricordi di momenti o episodi precisi, solamente emozioni. E' quella piccola ferita nel cuore con cui hai imparato a convivere.

Ci sono però anche delle figure che non riesco bene ad inquadrare. Donne sfuggenti, intriganti e molto molto affascinanti. Di una ne parlo solamente per pochi secondi, è Karola Bloch dei Port-Royal: un'ossessione incessante, ma allo stesso tempo dolce e melodica. Di lei ti colpiscono soprattutto le mille sfaccettature della sua personalità. L'altra invece ci tengo a presentarla, si chiama Eva Green e alle tue orecchie arriva così:
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Lettera chiusa a Mara Carfagna

Cara Mara,
non so se conosce una manifestazione umbra che si chiama BreakFest. Se non la conosce, sappia che funziona più o meno così: è la festa della colazione all'italiana, composta da una dozzina di stand di marchi nostrani molto noti del settore come Mulino Bianco e Zuegg, tanto per citarne alcuni. Il personale di stand è esclusivamente di sesso femminile, tutte bellissime ragazze da quanto ho potuto vedere, culo alto, seno sodo, vagamente anoressiche e un bel sorriso. Ora, già questa sarebbe una vera e propria discriminazione verso quelli che io in gergo chiamo "trosci", ovvero ragazze non proprio definibili come appariscenti, per usare un eufemismo. Insomma dicevo, ogni stand prevede la presenza di un numero di tali ragazze che va da due a cinque er gli stand più grandi e affollati. Anche le coordinatrici e le responsabili sono tutte donne, non propriamente ragazze, ma pur sempre carine e simpatiche. Lei sicuramente potrà immaginare quanta daffare ci sia per reggere e far funzionare al meglio una macchina così grande. Beh, a reggere tutta la manifestazione ci sono quattro ragazzi. Quattro. Ragazzi che si devono occupare di rifornire stand, costruirli prima dell'inizio della manifestazione, smontarli alla fine, scaricare e caricare furgoncini di materiale, allestire info-point e la sceneggiatura del teatro, epicentro della manifestazione, per i quattro spettacoli giornalieri, controllare bolle di trasporto, controllare le scorte di tre diversi magazzini, consegnare estintori a tutti gli stand, essere pronti a risovere problemi di ogni tipo in fretta. Questi ragazzi lavorano fino a dodici ore al giorno e guadagnano quattro euro netti l'ora. Quattro. Euro che vengono recpitati ai lavoratori due mesi dopo la fine del servizio offerto.
Sia ben chiaro, anche le ragazze agli stand guadagnano quattro euro l'ora, ma credo che l'impegno e la responsabilità che richieda il loro lavoro non siano nemmeno paragonabili a quelle dei maschietti.
Lei è il ministro delle pari opportunità, e sappia che nell'ambito del lavoro interinale le pari opportunità non esistono, perchè se sei uomo ti devi spaccare il culo e in silenzio, altrimenti ti mandano via a calci nello stesso culo che prima ti hanno spaccato. Una volta terminate le sue battaglie roboanti contro lo sfruttamento rosa, le sarei molto grato se trovasse un pò di tempo per occuparsi anche di noi poveri stronzi.
Spero che il tempo che impiegherà a non rispondermi possa essere speso al meglio per migliorare questa situazione, che temo si verifichi in ogni manifestazione di questo genere.
La ringrazio dell'attenzione.
Firmato: un non maschilista.
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Tamarrow never dies

Prendo in prestito il titolo di uno dei capitoli più inutili di una delle saghe più orribili della storia del cinema per parlare, manco a dirlo, di tamarri.

Dopo un sabato sera passato al Summer Jamboree a Senigallia ho constatato come le perversioni dei padri ricadano inevitabilmente sui figli.
I padri sono gli individui rimasti incastrati negli anni '60 e i figli sono bambini di 5 anni al massimo conciati a festa dai genitori.
Ora, io posso capire il sentirsi legati ad un'epoca o a uno stile particolare, ma pretendere di addobbare la propria prole come un compendio in 80 cm di pin-up e sex-symbol di 40 anni fa, abbiate pazienza, mi sembra un po' eccessivo.

E questo è il pensiero che mi accompagna rientrando nel noioso entroterra da anni uguale e fedele a sè stesso. Qualche giorno dopo, però, mi imbatto per sbaglio nella pagina degli eventi mondani del Corriere Adriatico che, implacabile, mi ricorda chi siano, agli albori del ventunesimo secolo, i veri tamarri.
E allora mi rimangio tutto lo scritto e cambio repentinamente idea che, a guardare bene, un po' di brillantina sui capelli, un risvoltone sul jeans (rigorosamente integro!) e la frangetta impennata costiuiscono elementi autoironici di un folklore che comincio ad apprezzare, in quanto incarna l'esatto opposto dello sbattermi in faccia il tuo costoso, sciatto ma griffato vestirti male con cura odierno.
In fondo una generazione che si identifica in James Dean e Gioventù bruciata o, per rimanere nel nostrano, in Vittorio Gassman e Il Sorpasso, non può per definizione essere peggiore di una che trova i proprio eroi in Vin Diesel e The fast and the furious o Federico Moccia, Riccardo Scamarcio e il mai troppo bistrattato Tre metri sopra il cielo.

La cultura dominante è l'espressione del potere.