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quintale


Esistono due strade per rievocare gusti e sapori vintage in ambito musicale: una fastidiosamente modaiola e paradossalmente tecnologica; l’altra più sobria e squisitamente tecnica.
Per percorrere la prima basta investire una discreta ma abbordabile somma di denaro in tecnologia consumer, abbigliamento hipster e pettinature al limite della decenza per sfornare insulsi e anonimi dischi elettropop del cazzo. 
La seconda, invece, costa molto in termini di tempo, abilità, sforzo e partecipazione
La dignità artistica dei Bachi da Pietra li ha portati  a sviluppare il proprio lavoro sul sentiero dell’artigianato, affidandosi a Giulio “Ragno” Favero (chitarra di One Dimensional Man e basso del Il Teatro degli Orrori) per produrre, completamente in analogico, questo Quintale, album senza fronzoli che prova ad interpretare il rock lavorando per sottrazione: una chitarra, una batteria, sudore e bestemmie.
Ne risulta un suono di chiara derivazione stoner, duro e compatto dalle timbriche plumbee, battuto da riff che grattano la sabbia, ornato da cori a bassissima frequenza. Durante l’ascolto si riesce a rubare giusto qualche boccata di ossigeno nelle (poche) ballate desertiche dai pozzi avvelenati, per il resto si scava a mani nude a cercare melodia là dove si pensa possa esistere solo la pietra.
Nonostante temperatura e densità da camera magmatica, questo è l’album più fresco che mi sia capitato di ascoltare di recente, credibilmente contemporaneo.
Nessuna apologia dei tempi andati e nessuna rancorosa recriminazione passatista, non sentirete mai niente del genere provenire da questo pulpito, però ogni tanto è bene ricordare che la rivoluzione digitale in questo campo ha spesso portato a lavori inutilmente solipsistici, sfacciatamente autoreferenziali e non di rado involuti; per non parlare poi delle bufale clamorose.
Quintale è una vera manna (di granito) dal cielo.
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Surrealismo, epica e i soliti 10 minuti

...e poi, d'improvviso, la nebbia comincia a diradarsi. Non molto, in realtà, appena quanto basta per permettere alle prime luci del giorno di filtrare.
Alle 7,30 del mattino, nel bel mezzo della pianura Padana orientale, ci accorgiamo che campi e alberi sono coperti da un sottile strato di brina.
Finalmente la città.
La stazione, l'aria umida che sa di asfalto e carrozze dismesse e un caffè fumante seduti al bancone. I nostri visi provati, i nostri sorrisi, la nostra quiete inviolabile.
La vaga sinestesia del morbido silenzio che ci circonda confonde il limite tra la sacra intimità della pagina di diario e la strafottenza della narrativa dozzinale.
Senza fretta arrivano un sole spavaldo e un cielo terso, recuperiamo con gioia qualche grado di temperatura.
Poi un altro treno, La Cavalcata delle Valchirie ci accoglie nel vagone. Tensione epica, surrealismo, volume irragionevolmente alto e una prevedibile, quasi scontata, voce dagli altoparlanti della stazione: dieci, maledetti, minuti di ritardo.
Buon anno a noi che siamo scintille.
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Viaggio in musica /3

Micah P. Hinson



Da diversi anni mi ero ripromesso di andare ad ascoltare Micah dal vivo ma non ci ero ancora riuscito, complici la disponibilità di ferie mai sufficiente a fare quello che si vorrebbe e la distanza geografica che, nonostante la tecnologia, in certi ambiti non smetterà mai di essere un problema.
Hinson cominciò a incidere dischi nel 2004 con il meraviglioso Micah P Hinson & The Gospel of Progress, album che scoprii solo un paio d'anni dopo, grazie ad un coinquilino musicalmente curiosissimo, in coppia con Baby And The Satellite, all'epoca fresco fresco di stampa. Di dischi, negli anni seguenti, l'ormai trentenne texano continuò a produrne con generosità, io cominciai però a lavorare e questo mi portò inevitabilmente a perdere più di qualche aggiornamento.
Poi, appena due sere fa, ho ripreso contatto.

Micah si presenta da solo, con la sua acustica in versione bonsai e tutte le sue compulsioni: molti pacchetti di chewing-gum e litri su litri di succo d'arancia. E' un chiacchierone, racconta e si racconta. Ha le mani che tremano vistosamente - un incidente in Spagna, dice lui, che lo ha costretto a reimparare da zero a suonare la chitarra -, un paio di occhiali troppo grandi per stare su una testa così piccola e un gilet che niente ci azzecca con le Nike da tennis che porta ai piedi.
Poi comincia a suonare: gli accordi sono imprecisi, a volte stentati, i testi sembrano scivolargli via come fossero pensieri inafferabili.
Spesso si interrompe, ci guarda, si scusa, diventa rosso e comincia ad accordare ossessivamente il suo strumento. A volte è difficile stargli dietro perchè ci si rende facilmente conto che la sua non è teatralità, non vuole inscenare il vezzo, è tutto troppo spontaneo.

Alla fine però resta sul palco un paio d'ore e quando riesce a far funzionare tutto, in quei brevi minuti, rimane solo un ragazzo smilzo e vestito in modo orrendo con la sua musica meravigliosa. E' un folk che parla di amori che vanno e cazzotti che vengono, notti in cella - jail, not prison, it's not exactly the same thing, tiene a farci sapere - portato a livelli di intensità emotiva altissimi dalla sua voce rugosa e piena di polvere, che si alza dalle macerie dell'american dream e si va a ritagliare una posizione d'onore da qualche parte fra Bob Dylan e Tom Waits.

Non scorderò mai questo paio d'ore trascorse con lui.
Ci vorrebbero ogni giorno di ogni settimana personaggi così per ricordarci che fare musica è prima di tutto qualcosa che si desidera oltre ogni ragionevole limite, e lo stesso discorso vale per chi la ascolta; i discorsi su forma e sostanza vengono dopo e lasciano il tempo che trovano. Mi sono sentito meglio dopo una ventina di canzoni tutte antipodali all'epica rock di stampo anglosassone fatta di conerti larger than life e tonnellate di cattivo gusto, rincuorato e più soddisfatto, perchè c'è bisogno di persone vere in un mondo di tappeti rossi e anteprime mondiali.
La musica tutta ti ringrazia, se è ancora vero che è la più effimera e fragile delle arti, Micah.

"May your songs always be sung 
and may you stay forever young"