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Vicissitudini dissociate

Roskilde è una città situata in terra di Danimarca poco distante dalla capitale Copenaghen. C'è un festival musicale omonimo che si svolge in quella zona ed è enorme e la più vecchia manifestazione di questo tipo di tutta Europa. Di solito dura dai tre ai quattro giorni, ci sono diversi palchi attivi in contemporanea, vengono proiettati film e viene dato spazio a tutte quelle attività a sfondo artistico che nel mondo anglosassone sono racchiuse nel termine performance-arts, ovvero ritratti in tempo reale, body painting alle volte, letture di poeti più o meno discutibili, contest di writers su canterti montati ad hoc e destinati, con tutta probabilità, a finire in qualche cantiere edile una volta smontato il circo.

Un allegro fast-food della cultura moderna insomma.

Tutte le bands più famose delle ultime decadi sono passate per là, magari iniziando da qualche palco minore fino ad arrivare al main stage, qualcuno addirittura da headliner, come a sancire un passaggio ufficiale nel mondo di quelli che contano, la conquista del successo mondiale. Processo che è slegato, inutile dire, dalla maturazione artistica o dalla validità della proposta, ma i biglietti non si vendono suonando i bonghetti, mi farebbe notare la Mara Maionchi di turno arrivati a questo punto in una ipotetica discussione a quattro occhi.
Nella trentesima edizione, esattamente in data 30 Giugno 2000, stavano suonando i Pearl Jam. Durante tutto il concerto, come durante ogni concerto, tutta la folla premette per fare qualche passo avanti e per avvicinarsi al palco. Tutti volevano arrivare alle transenne, guardare negli occhi Eddie Vedder e soci. Chi era già sulle prime file si preoccupò invece di contrapporsi all'onda umana per ricacciarla indietro e non perdere la propria posizione privilegiata e conquistata a fatica. E' un gioco rituale durante qualunque concerto, e diventa incontrollabile in eventi di questa portata. A complicare le cose ci si mise però il mal tempo. Pioveva infatti, e la pioggia rese fango il manto erboso, il fango rese precario l'equilibrio di tutti. Ad un certo punto il giochino si ruppe: una trentina di ragazzi in prima fila scivolarono a terra, non riuscirono più a rialzarsi, finirono calpestati e schiacciati contro le transenne. I muscoli che erano riusciti nell'impresa di portarli davanti a tutti non riuscirono in quella di sorreggerli fino alla fine, di proteggerli dal centinaio e oltre di migliaia di persone che spingevano come fossero un corpo solo. Cinque morirono sul colpo e il concerto fu immediatamente fermato. Dopo poche ore fu comunicata la morte di altri quattro ragazzi. I feriti furono una ventina in tutto, nessuno in pericolo di vita ma di certo la faccenda non si concluse con pacche sulla spalle e un arrivederci alla prossima.
La notizia fece il giro del mondo in pochi giorni, molti giornali puntarono il dito sull'abuso di droghe e alcool che ad ogni manifestazione del genere porta la situazione generale sempre sul punto di rottura, altri invece se la presero con la pessima organizzazione del festival: vie di fuga inesistenti e un rapporto security/spettatore troppo basso i principali capi di accusa. Alla fine tante colpe e nessun colpevole, ma questo evento segnò profondamente la carriera dei Pearl Jam e le loro vite. Passarono anni prima che tornassero ad accettare nuovamente di suonare in eventi di tale portata, e nell'album Riot Act, uscito due anni dopo la tragedia, decisero di dedicare alle nove vittime due pezzi: Arc e Love Boat Capitain.


Mestre è una città come tante. Tutte le volte che ci sono passato in treno non sono mai riuscito ad uscire dalla zona intorno alla stazione, spaventato com'ero dal groviglio di lamiere e insegne colorate appiccicato alla meno peggio sugli edifici circostanti. Mestre è uno dei tanti cimiteri di asfalto e cemento dove l'uomo moderno ama seppellirsi. Magari mi sbaglio, ma non credo, o sicuramente anche se sbagliassi non lo farei di molto. In effetti non conosco molto della storia di questa città, di tutte quelle vicende che l'hanno portata ad essere esattamente uguale a tutte le altre grandi città italiane, fatto sta che anche nella sua insignificanza è a loro uguale: non lo è di più, non lo è di meno.
Ad ogni modo, nel 2004 a Mestre venne inaugurato il Parco San Giuliano. Un enorme polmone verde a ridosso della laguna con vista su Venezia, una macchia di colore dove riaprire finalmente gli occhi e riposare le orecchie dal frastuono della vita quotidiana. Data la location decisamente suggestiva del posto, si decise tre anni dopo di spostare là l'Heineken Jammin' Festival, che nelle edizioni precedenti aveva trovato sede fissa nell'autodromo di Imola. L'Heineken è una delle più grosse manifestazioni-baracconate musicali italiane, seconda solo al Festivalbar per qualità della materia prima e al Pistoia Blues per età media dei musicisti (anche se vorrei che questa ultima osservazione non venga messa a verbale, non ne sono affatto sicuro). Nonostante tale festival sia, come accennato appena sopra, una vetrina per vecchie glorie in cerca di bagni folla più per malinconia che per esigenza oggettiva, ogni tanto qualcosa di buono lo tira fuori. A prezzi imponderabili, ma lo tira fuori. Sono cose che capitano a furia di sparare nel mucchio.
Per festeggiare la prima edizione nella nuova sede, esattamente nelle idi di Giugno, dovevano suonare su quel palco di quel parco di Mestre i Pearl Jam. Ebbene sì, ancora loro. A poche ore dal loro ingresso in scena una tromba d'aria si abbattè sul San Giuliano però, spazzando e devastando qualunque cosa. Otto torrette dell'illuminazione e degli amplificatori crollarono e 30 persone restarono ferite. Per onor di cronaca, e per mettere a fuoco il dramma nella sua interezza, occorre aggiungere che: in occasione del decimo anniversario del festival era stata programmata una giornata in più alle solite tre, e quel Venerdì era appena la seconda; il festival fu interamente cancellato; quella della sera a venire sarebbe stata l'unica data italiana dei Pearl Jam dell'anno.

Dopo questo secondo incidente legato alla band, si cominciò a pensare che un po' sfiga effettivamente questi cinque ragazzoni americani la portassero, ma soprattutto che se la portassero dietro nei loro spostamenti per l'Europa. E fu così che per anni si diffuse l'usanza, tra i rockers scaramantici, di parlare dei Pearl Jam come si farebbe circa una malattia venerea: raramente, a voce bassa e capo chino, mano ben arpionata ai testicoli.


Montebelluna è una città di medie dimensioni comodamente appoggiata sulla periferia nord-orientale della pianura piadana. Di primo acchito sembra una di quelle città americane della California che si vedono spesso nei telefilm adolescenziali trasmessi principalmente sulle reti Mediaset: un centro storico piccolo e raccolto e intorno solo quartieri residenziali intervellati da spazi verdi piccolini ma curatissimi. Qualche palazzina in centro, ma niente che ricordi l'edilizia di massa dei grandi agglomerati urbani. Difficilmente trovi una villetta senza il suo angolo di giardino e altrettanto difficilmente incontri difficoltà per parcheggiare.
La ragione per cui vi parlo di questa cittadina è che si trova a una quarantina di chilometri, metro più metro meno, da Mestre. Luglio è appena arrivato e con lui anche un'afa intollerabile e l'impossibilità di dormire la notte. Insieme a Luglio sta a arrivando anche l'Heineken Jammin' Festival, sempre a Mestre, sempre al parco San Giuliano.

Sempre i Pearl Jam. Fra due giorni.

Quattro persone in questo momento sono con lo sguardo al cielo per cercare di elaborare una qualche e personalissima proiezione sull'andamento meteorologico nell'immediato futuro. In realtà nessuna di queste quattro persone abita a Montebelluna, ma, per una serie di motivi che non vi sto a raccontare, essa è diventata il loro centro di interessi (in senso lato). Una di queste quattro persone sta scrivendo questo umile post senza alcuna pretesa di eleganza stilistica, e lo sta facendo durante una delle domeniche pomeriggio più calde degli ultimi ventisei anni. Può testimoniarvelo di persona.
Una di queste quattro persone sono io, quindi basta scrivere come fossi un osservatore esterno ché non mi viene affatto naturale e aumenta anzi le possibilità di una mia futura schizofrenia. Mentre sto scrivendo, sudo. In realtà oggi non ho fatto altro. Mentre non dormivo per la temperatura degna di un forno a legna della mia camera, sudavo; mentre non mangiavo per non cucinare, sudavo; mentre respiro sudo e mentre impreco per il caldo atroce, indovinate un po'?, sudo. Solo che, ad un tratto, mentre sudo, sento anche un'eco di tuoni lontani. Non ci sono nuvole in cielo,e figurarsi se ne passasse una per sbaglio con tutto quello che servirebbe in questo momento, ma io riesco distintamente a sentire dei tuoni. In lontananza certo, ma li sento. In pochi minuti viene giù una tormenta dalle proporzioni bibiliche, una quantità di grandine esagerata si abbatte su tutto quello che incontra, picchiando alberi e vetri, schiantandosi contro lamiere di auto e mura di abitazioni. Si alza d'improvviso un vento parente di primo grado alla bora triestina e, tanto per non farsi mancare niente, una quindicina di gradi se ne va senza provare nemmeno a discuterne insieme.

E' in questo momento che comprendo la Verità: l'aereo che porterà i Pearl Jam sul palco dell'Heineken è appena atterrato in Italia.
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O Capitano, mio Capitano


Mentre leggi Q nel millecinquecento ci sei davvero. Lo senti realmente l'odore delle terre umide tedesche, del mare olandese e della laguna di Venezia. Riesci ad odorare il fetore delle bettole dei villaggi, il sangue misto a sudore dei popolani, le urla e le bestemmie delle battaglie sono una eco lontana che diventa frastuono quando intorno hai silenzio.
Non è poi così diversa l'umanità descritta dalla fantastica penna di questo ormai famoso collettivo di scrittori da quella di oggi, stordita e confusa: persa. A tal punto persa da confinarsi dentro labili certezze, valori opinabili e abitudini esecrabili per avere qualcosa a cui aggrapparsi che le dia forza. Affetta da un male esiziale che non esiste se non nelle sue paure.
Non è poi tanto diversa, relativamente al contesto sociale dell'epoca, la rivoluzione portata dalla stampa rispetto a quella portata da internet, soprattutto per le possibilità che portò di formare nuove comunità di discussione (forum), di partorire critiche, di moltiplicare le opinioni educando così all'assenso critico, o al dissenso se necessario.
Come somiglia poi l'impero bancario di Anton Fugger alle odierne Merrill Lynch e Goldman Sachs, tanto vasto da sottomettere anche principi tedeschi e cardinali alla sua volontà, ma che in realtà dipende solo ed esclusivamente dalla fiducia e dalla credibilità che il popolino acconsente a riconoscergli.
Alla fine è inevitabile poi che il Capitano della disobbedienza diventi anche il tuo, perchè man mano che scorrono le pagine ti esalti e ti stanchi e ti rammarichi e risorgi con lui. Perchè era uno innamorato dell'uomo il buon vecchio Gert, non voleva un futuro migliore nell'aldilà, ma un presente giusto subito. Perchè era uno che la vita non l'ha mai passata con lo sguardo verso l'alto ad aspettare un segno, ma a fissare gli occhi dei mille coloratissii personaggi che gli si paravano davanti per capire e conoscere. Vedete, mezzo millennio fa anarchico si diceva anabattista, ma la sostanza era la stessa. Essere anabattisti voleva dire coltivare tutte le emozioni che l'uomo è stato creato per provare, compreso l'odio e il disprezzo per chi come la Chiesa questo lo negava (e continua) e per chi di Chiesa ne voleva un'altra diversa solo nella forma.
Nessuna gerarchia, nessuna superiorità morale, nessuna banca, nessun mercante troppo scaltro e in altre faccende affaccendato.
Q è anche la storia di un uomo fanatico degli uomini e stakhanovista della vita. Un uomo che non ha mai perso senza vincere nemmeno una volta, così carismatico da essere il solo personaggo a tenere insieme tutto questo prezioso affresco di oltre 600 pagine.
Adieu Capitaine.
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Presa diretta

Dopo il terzo gol della Slovacchia l'idea di lanciare il televisore dalla finestra non ci risulta più così distante. Che cazzo, almeno un po' di dignità, per dio!
Scusate lo sfogo. Anzi no, niente scuse.
Il fatto è che ho visto troppe italiette da Usa94 ad oggi per sperare in un brusco cambiamento di rotta pronto a tradursi in un impeto di coraggio e bel gioco. La rimonta non ci sarà, e a questa triste verità sono arreso da subito.
In quanto a MrHare, bè, non so se la sua rassegnazione nasca dalle mie stesse valutazioni storiche o sia dettata solo dall'evidenza dei fatti, ma anche lui non sta certo ad aspettarsi sorprese.
Anche questa volta, dunque, l'Italia del pallone è fuori dai giri che contano, come in Inghilterra all'europeo del '96, anche se là ci aveva eliminato la Germania (sorvoliamo sul rigore di Zola, per favore), mica la cazzo di Slovacchia; come in Portogallo, nel 2004, dove abbiamo meritato in pieno il biscottone Danimarca-Svezia; come due anni or sono, infine, non ricordo neanche dove.
A pensarci bene sono talmente tanti i luoghi dove siamo andati a prendere pesci in faccia che resta difficile fare la conta.

Insomma, visto che non abbiamo più una buona ragione per festeggiare ne cerchiamo subito un'altra e volgiamo quindi lo sguardo all'immediato futuro, come la nazionale appunto. Un giornale, qualche giorno fa, ci ha portato a conoscenza dell'evento di questa sera. Quattro parole in particolare ci avevano colpito: Carbonera (frazione o comune o qualcosa da qualche parte intorno Treviso), Marta sui Tubi, Zen Circus, gratis.

Quindi, finito lo scempio calcistico, facciamo scorrere pochi minuti per una doccia veloce, una birretta d'incoraggiamento, capire chi viene e chi no e siamo in macchina splendidi come sempre. Un meccanismo di scelta dal nome di Algoritmo Casuale, brevettato e maneggiato con disarmante nonchalance da MrHare, decide che sia io a dover guidare stasera, ma il sospetto che quel marchingegno sia tutt'altro che casuale ce l'ho già da molto tempo.
Raggiungiamo con qualche difficoltà fisiologica il luogo indicato nel giornale, tale Carboera; luogo nel quale riceviamo una brutta sopresa: nessun cartello, nessun palco montato, niente folla o spillatori di birra allo stato brado. Niente di niente, insomma...maledizione.
Tuttavia questo piccolo inconveniente non riesce minimamente a scalfire la nostra corazza di entusiasmo, mica siamo la nazionale di calcio, noi, abbiamo grinta da vendere. Troviamo un gruppetto di ragazzi molto sci sci, o cool se preferite, in canotta e infradito d'ordinanza per ogni buon truzzo che si rispetti, appollaiati intorno al tavolino del bar centrale. MrHare, che ne sa a pacchi di comunicazione e linguaggio, viene scelto dal sempre inappellabile Algoritmo Causale per andare a chiedere qualche delucidazione sul disguido tecnico capitatoci.
Il buon vecchio compagno di sventure torna raggiante, mi informa degli ultimi sviluppi della situazione e subito ripartiamo gagliardi come pochi alla ricerca di un posto rispondente al nome di Vascon, frazione di Carbonera.

Qualche chilometro e siamo decisamente persi in mezzo ai campi rigogliosi nelle campagne a nord-ovest di Treviso. Tutto quello che vediamo per strada è un cartello piazzato su una transenna, nel bel mezzo di un incrocio, che ci informa di una gara di rally che verrà a breve. Questo, credetemi, non ci consola affatto.
Mentre considero che perdersi capita molto spesso a chi naviga a vista lungo le strade del rock, ed è essenziale per capirne la poesia e coglierne fino in fondo la belleza, decido che altrettanto fondamentale è perseverare nel seguire l'istinto, così imbocco la prima uscita che mi si para davanti in questa fottutissima e minuscola rotatoria persa in mezzo al nulla in cui ci troviamo, ingrano la grintosissima terza del mio Maledetto Cesso A Pedali (sì, ho dato alla mia macchina un nome, e allora?), affondo il gas e torniamo ruggenti in pista, anche se con le stesse flebili certezze.

Continuiamo così a costeggiare sterminati campi coltivati lungo stradine snelle e filiformi con in testa un solo nome: Vascon. In questo momento sono sereno, so che in qualche modo arriveremo a destinazione, fosse la prima cosa buona che faccio da mesi a questa parte, perchè la volontà non ci manca così come la benzina nel motore. L'unica minuscola ombra che minaccia il nostro sorriso è dovuta alla birra che sta per finire.
La vita pone spesso sfide difficili.

Passano infiniti secondi e decisamente pochi chilometri quando improvvisamente, dietro una curva, solo apparentemente uguale a tutte le altre, ci compare in lontananza un campanile alto ed appuntito. Ora, se siete veneti sapete già cosa questo voglia dire, se non lo siete considerate che quando siete persi nella sterminata pianura padana orientale alla ricerca di una qualsiasi forma di civiltà, un campanile di una chiesa ha lo stesso impatto visivo di una gigante bandiera con scritto "Terra" dopo mesi di navigazione senza bussola.
Ed infatti, appena la strada raggiunge la base del campanile in questione, ci appaiono una sequenza di tendoni bianchi disposti l'uno accanto all'altro che ci fa pensare di aver raggiunto ancora una volta la meta che ci eravamo prefissati.

Troviamo il parcheggio più vicino possibile, dato che la figura del rocker e quella dello sportivo non sono storicamente compatibili, raggiungiamo la piazzetta telonata del festival, ci avviciniamo alle prime cassiere che troviamo e facciamo quello che ogni scafato appassionato di musica farebbe prima dell'inzio di un concerto: focalizziamo i punti chiave.
"Scusa, ci servono un bagno e un tabaccaio. Dove li troviamo?"
La bionda e brufolosa adolescente accusa il colpo. I suoi vitrei occhi azzurri sembrano colti di sorpresa dalla schiettezza della domanda e, soprattutto, dall'accento palesemente forestiero. Vacilla per un secondo.
Ma per fortuna non si dà per vinta: recupera le forze, riesce in qualche modo a riorganizzare una controffensiva interore e ad indicarci dove e come soddisfare i nostri impellenti bisogni.

Il palco è già pronto e di gente in giro ce n'è fin troppa considerate le dimensioni della piazzetta, e in silenzio tutti aspettano l'inizio della serata tra una pizza, una birretta e quattro chiacchiere di compagnia. In sottofondo si sentono solo le canzoni dei Muse che escono dalle casse, niente tecnici del suono che sbattono sulla batteria per amalgamare i volumi, niente fischi dai microfoni o dagli amplificatori, sembra che tutto sia là pronto per l'uso da sempre. I Marta sui Tubi li trovo avanti al bancone a degustare bionde medie intrattendendosi con altre bionde, in carne, curve ed ossa, che sembrano penzolare dalle loro labbra. Capisco che per una donna non sia facile resistere al fascino della coppola sicula indossata vita natural durante dal cantante e della barba incolta del chitarrista.
Degli Zen Circus invece non ho ancora tracce sul mio radar.

Intanto MrHare comincia a scattare qualche foto di riscaldamento, sa che lo aspetta una lunghissima ed estenuante serie di inquadrature, e di sicuro ne ha viste e vissute troppe di serate così per farsi trovare impreparato come il primo dei dilettanti. Lo vedo inquadrare tutto quello che può, anche quello che uno scatto non lo merita affatto, e mi viene il sospetto che i suoi baffi servano solo a non tradire un'origine nipponica che altrimenti, in questo momento, parrebbe difficile da non cogliere.

Poi si inizia. Lo si capisce dalle luci che calano, la musica in diffusione che si arresta di colpo per lasciare spazio all'arringa improbabile ma realmente pronunciata della Carfagna contro il gay pride a Roma, dai disegni intorno al palco (probabilmente realizzati sotto effetto di potenti lisergici) che si illuminano e sembrano prendere vita.
Non hanno un'entrata scenica gli Zen, non sono delle rockstar, grazie a dio, e lo si capisce a naso. Semplicemente entrano uno dopo l'altro con gli strumenti già in mano e accordati, attaccano jack e orpelli elettrici vari, accendono gli amplificatori, sistemano su una cassa un maiale di peluche (un maiale di peluche? Boh...), ci salutano e lasciano partire il riff solido e quadrato di Gente di merda. Suonano in linea, i tre del circo zen: la batteria non è dietro, non è rialzata, non è altrove. E' là in mezzo ai due strumenti a manico ed è scarnissima: rullante, timpano, charlestone e crash. Stop. Grazie di esistere.
E così si va veloci lungo un repertorio di ironia ed irriverenza tagliente ed intelligente, passando leggerissimi da Vent'anni a Figlio di puttana, dall'inno L'egoista al manifesto politico Andate tutti affanculo. Mi accorgo piano piano di essere circondato da bambini e famigliole, e questo mi prova una volta di più quello che ho già avuto modo di notare in questi ultimi mesi, ovvero quanto sia incontenibile la fecondità dei nostri concittadini veneti.
Ma questa è un'altra storia, torniamo a noi.
I nostri eroi dello zen auto da fè sono persone molto intelligenti, e dato che oggi la nazionale è riuscita finalmente a farsi eliminare dai mondiali di calcio dopo due ottimi tentativi, sanno benissimo che stasera potranno parlar male, anzi più male del solito (anche se non si dice), della nostra patria senza essere minimamente criticati da qualcuno. Il calcio sa blandire le menti di noi poveracci più di quanto sappiano fare politici e fatti di cronaca, triste ma vero.
E così, nonostante la presenza dei soggetti sopra citati, essi non rinunciano a sparare frecciatine a più o meno tutti i costrutti sui quali si fonda il nostro paese e ogni altra democrazia del ventunesimo secolo: disciplina, ordine, lavoro, religione. Vi amo ragazzi.
Alla fine della loro esibizione staccano jack, cazzi e mazzi, ma invece di tornare dietro le quinte li vediamo scendere dal palco, e prima che qualcuno possa sorprendersi sono già oltre le transenne per regalrci un acustico fuori programma.
Del motivo per il quale quelle barriere di metallo siano là non ho parlato perchè non ritengo che valga la pena sprecarci nemmeno una riga.

Non so se sia giusto parlare di metaconcerto in questo caso, non so se gli Zen vogliano in questo momento svelare e rompere l'artificio illusorio dell'evento stesso per rivendicare l'origine popolare del fenomeno musica o se siano semplicemente ubriachi. So, però, che cantare Ragazza eroina faccia a faccia con loro è stupefacente, molto più della semplice battuta (grazie Offlaga).
Ormai mi è chiaro: ogni loro gesto è così estremo nella sua naturalezza che diventa un inno all'anarchia, un'istigazione alla vita. E va benissimo così.

Con mia grande amarezza però il loro concerto finisce, e mentre sono in fila per prendere due birre che avranno il compito di rinfrescarci, con MrHare fermo a presidiare e salvaguardare il nostro posto in griglia, sento che i preparativi per l'arrivo del main-event della serata stanno per finire. Infatti ritorno sulle stesse mattonelle di prima giusto in tempo per vedere comparire sul palco l'ultimo componente dei Marta Sui Tubi: il cantante, in carne panza ed ossa.
Un bel vedere, niente da dire.

Bè, signore e singori, che dire? I Marta dal vivo funzionano come un incantesimo. Sono tecnicamente incredibili, hanno personalità da vendere, nessuna posa o aria da prima donna, tengono il palco con una sicurezza imbarazzante e dimostrano di essere degli abili mestieranti: appena si placano gli scroscioni di applausi sono subito pronti a farli ripartire infilando a ripetizione battutine a sfondo calcistico e politico. Che sappiano anche comporre belle canzoni, poi, lo sapevo già.
A questo punto spero almeno che gli puzzino i piedi. E lo dico senza cattiveria, sia chiaro. Il suono esce che è una meraviglia. Se li acolti con attenzione, ti accorgi che quando alzano i volumi sembrano i Rage Against The Machine, quando aumentano i ritmi ricordano i Red Hot Chili Peppers di Blood Sugar Sex Magik, quando vanno sul melodico diventano incantevoli, ma se li guardi vedi solo un violoncello, una chitarra acustica,, una pianola, una batteria standard e un'ugola più che rispettabile dietro al microfono, e realizzi, sgranando gli occhi, che di gente così in giro oggi ce n'è veramente poca.
Isomma, bello.
L'abbandono è un colpo al cuore, soprattutto per chi come noi due profughi della vita ha valigie da spostare che diventano sempre più grandi e pesanti ad ogni anno che passa, che a chiuderle fai una fatica boia; Via Dante è sempre un piacere raro e la chiusura con Perchè non pesi niente è appena meno che scontata ma efficacissima.
Certo però che Vecchi difetti avrei voluto proprio sentirla per cantarla via una volta per tutte, ma anche questa è un'altra storia.

Decidiamo di saltare la birra del congedo ché domani si lavora, accidenti a tutto, e bisogna accorciare al massimo i tempi del rientro in branda. Iniziamo dunque a recuperare la strada di casa. Mentre camminiamo uno dei miei ultimi sprazzi di lucidità mi ricorda che dopo la terza birra il mio sviluppatissimo senso dell'orientamente è solito andarsene inesorbailmente a fare in culo, così chiedo indicazioni per il ritorno all'omino preposto al controllo della transenna che chiude la strada di accesso al festival.
Ascolto concentrato e in religioso silenzio le sue indicazioni, le recepisco e me le tatuo nel cervello, al volante le metto in pratica scrupolosamente e in pochi minuti ci troviamo completamente fuori rotta al casello autostradale di Treviso Nord.
Intorno solo campi coltivati, ovviamente.
Stronzo di un omino, se il tuo compito è custodire un pezzo di ferro ci sarà pure un motivo.