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Concerto (Ale, Teo, Vì - Allegro)// Prima parte

Parcheggiarono la macchina proprio davanti all'entrata del locale. Chiunque avrebbe potuto girare intorno a quel piccolo spiazzo per ore senza trovare neanche l'ombra di un posto, ma non Ale che aveva un'interpretazione tutta sua del concetto di marciapiede. Aveva anche uno stile unico nell'imbucarsi alle feste, non solo riusciva a presentarsi e ad amalgamarsi con la folla senza tradire il minimo senso di disagio per non essere stato invitato, ma riusciva anche a diventare parte integrante dellevento senza destare alcun sospetto. Fu così che si accollò la responsabilità di guidare la macchina del ragazzo di Daniela fino al Cleb, la discoteca alternativa più famosa e economicamente abbordabile della zona, dove l'amica del cuore di Vì aveva deciso di tenere la sua festa per la conquista della Laura Triennale. Dagli sportelli della macchina uscirono, pronti a tuffarsi nel gelido freddo delle notti limpide di Febbraio, e accompagnati da una delle tante canzoni smielate finto rock dei Negramaro, un Ale in grande stile, una versione insolitamente fashion di Vì con tanto di stivale e tacco e, per ultime, le due figure tumefatte di Teo e del proprietario del veicolo.
Il problema di Teo quando era ubriaco è che si sentiva al di là del bene e del male. Avrebbe potuto incendiare un orfanotrofio o sventare una rapina in banca con la stessa disinvoltura. Le serate che comprendevano un Teo oltremodo ubriaco prendevano sempre delle svolte inaspettate. Giusto il tempo di riunire il gruppo all'entrata e di controllare i nomi sulla lista e lui era già appoggiato al bancone con in mano le sue consumazioni gratuite.
Aveva deciso fin dalla cena che quella sarebbe stata la sera dei Coca e Rum.
Il problema di Vì quando era ubriaca era la dislessia. Era veramente bellissima in quella sua maglietta lunga e verde e jeans attillati che finivano negli stivali. Il suo fascino era da attribuire anche alla sua sobrietà nell'abbigliarsi, merce rara di questi tempi: niente tette al vento, niente cavallo basso a scoprire il perizoma e niente trucco da baldracca autoprodotta.
Tuttavia la sua dislessia fungeva da deterrente ai rapporti sociali, una vera minaccia ai tentativi di far decollare una discussione con il ragazzo di turno che le si presentava davanti. Al momento a lei questo non importava, quella sera voleva solo divertirsi e non pensare a niente, di conseguenza si incollò al suo sbronzo coinquilino, che in quello stato si trasformava in una enciclopedia del delirio vivente. Bisognava considerare poi che Ale, come da copione, era già scomparso nella ressa.
Per Ale la primavera arrivava con la sbornia e non importava se il calendario dicesse Natale o Ferragosto, l'ormone gli si risvegliava in maniera prepotente e si manifestava nei modi più inaspettati. Quella sera, ad esempio, seminò tutti e si immerse nella confusione della pista da ballo. A peggiorare le cose per il povero imbucato era il mancato invito di Vanessa alla festa. Se la sua eterna fiamma fosse stata presente, Ale avrebbe avuto occhi e attenzioni solo per lei. Ma non era così, quindi se ne andava girando famelico come una miniatura di Pantagruele.
Sala rock/metal, niente; sala reggae/dancehall, niente; sala elettronica/drum'n bass, niente. Rimaneva solo la sala house che aveva lasciato per ultima perchè avrebbe voluto evitarla, se fosse stato possibile. Tirò un lungo sospiro e si tuffò nell'atmosfera tunzettara della sala.
“Ale? E' già scomparso?” chiese Teo a Vì
“Puoi scommetterci”
“Chi sta cercando questa volta?”
“A cena blaterava qualcosa su Natalie Portman.”
“Porca puttana” disse sorridendo “Quel ragazzo non vuole imparare a volare basso. Andrà incontro a molte delusioni stasera. Un Coca e Rum che torna a casa a mani vuote”
“Un Coca e Rum che non tornerà a casa da solo.”
“Ma dài...sempre ammesso che riesca a trovare una stella hollywoodiana nel locale più fuori moda della città, sul più bello riuscirà sicuramente a mandare tutto all'aria. Probabilmente immaginerà la faccia di Vanessa e si tirerà indietro."
“Sì, potrebbe anche essere, ma io faccio il tifo per lui.”
Raggiunsero gli altri nella sala reggae/dancehall. Inutile dire che Teo resistette tre minuti scarsi, giusto il tempo di schiantarsi in gola il suo whisky di benvenuto, appoggiare il bicchiere di plastica al tavolo e fregarsi la bevuta del ragazzo di Daniela che era indegnamente svenuto sul divano.
“'Sto pivello rovina il buon nome dei bevitori”, considerò con una punta di disprezzo passandogli al fianco, ”Faceva tanto il figo coi Rum e Pera a cena e adesso eccolo qua, dilettante.”
La sala reggae/dancehall era la preferita di Vì. Non certo per la musica, piuttosto per una questione di praticabilità, Là poteva ballare senza essere immediatamente circondata da maschietti allupati. Aveva provato, con Daniela e le altre, ad andarsi a sentire un po' di rock o elettronica, ma non era proprio aria. Passando per il corridoio poi, alla percezione di un pezzo violentissimo dei Tool, le venne voglia di tornare a casa, distruggere tacchi e jeans attillato, infilarsi un sacco di caffé e andare a scapellare sotto la cassa. Ma niente, e poi era la festa di Daniela che, non essendo ancora riuscita a piazzarla al mercato del pesce, le aveva imposto di essere una gran gnocca.
Le ore scorrevano via veloci, i Coca e Rum cominciavano a fare il loro porco lavoro e la dislessia per Vì era ormai un dato di fatto. Solo cominciava a sentirsi annoiata dal ritmo in levare della musica sempre uguale, non riusciva a capire nemmeno quando finisse una canzone e quando ne iniziasse un'altra. Inoltre lo stato troppo ridanciano in cui erano cadute le amiche di Daniela cominciava a darle sui nervi. Nulla di personale contro di loro, anzi, quando la incontravano, la trattavano sempre con affetto sincero, anche se Daniela non era presente. Solo le mancavano il ricercato cinismo e le battute al vetriolo di Teo e le immonde figure di merda di Ale.
Decise così di andare a cercarli. Cercò di immaginarsi per un secondo dove potesse essere finito un Teo senza più coscienza del proprio destino. Ale potrebbe essere stato ovunque e in nessun posto in particolare, inutile cercarlo dunque. Si diresse verso la sala elettronica/drum'n bass, cercò un attimo e già che c'era cominciò a ballare e affanculo a chi le palpava il culo, poteva sopportare finché fossero dei tocchi delicati. Quel ritmo martellante poteva reggerlo dieci minuti al massimo, ma era una vera liberazione dal festaiolo levare del reggae.
Essere una ragazza in discoteca aveva grossi svantaggi, ma se c'era una cosa che aveva capito era che la security non sbatterebbe mai fuori una ragazza per aver picchiato un ragazzo. Anzi, nel caso, pensava Vì, il buttafuori avrebbe dovuto pestare ulteriormente il malcapitato per l'offesa arrecata alla virilità del sesso dominante.
Continuando la sua ricerca, Vì stava anche per commettere l'imperdonabile errore di entrare nel bagno dei maschi, immersa com'era nei suoi pensieri, ma per fortuna tornò in sè appena in tempo per cambiare direzione.
Non sapeva più dove cercare, e di tornare dalle altre non aveva voglia.
Poi ebbe l'illuminazione.
In un secondo capì che non aveva controllato nel posto più scontato. Si diresse verso l'uscita, si fece timbrare il dorso della mano e, non appena messo uno stivale fuori dalla porta, sentì la mano di Ale che la prese sottobraccio e se la portò affianco.
Lo guardò, aveva un taglio sotto lo zigomo destro.
“Che suscede?” chiese lei.
“Guarda.”
Mise a fuoco, alzò lo sguardo e vide Teo, diciamo così, discutere animatamente con uno dei buttafuori.
“Quello è il Trucido. Il buttafuori ritardato della città. Ogni mese deve cambiare locale perchè in quelli dove lavora prima ne combina sempre qualcuna di troppo grossa. ”
Ogni volta che il Trucido cercava di mettere le mani addosso a Teo, lui lo evitava con un tempo di rezione talmente breve da essere al limite della premonizione. Non gli si allontanava però, continuava a girargli intorno come un esordiente Cassius Clay.
Questo aspetto di Teo non se lo sarebbe mai immaginato. Va bene che fosse sicuramente classificabile come un ragazzo alto, dal fisico asciutto e atletico, nonostante non fosse quello che si direbbe uno sportivo, ma che riuscisse a tenere testa a un colosso di Rodi, seppur ritardato, non se lo sarebbe mai aspettata.
“Osserva bene” disse Ale “il Trucido è un rottweiler, è imponente, gargantuo, si esalta quando sente il profumo del sangue, è stato costruito per combattere. Ma Teo è un lupo, un fascio di nervi tesi, agile, indomabile, la lotta è nel suo dna e vincere è il solo risultato utile che ha per continuare a vivere.”
Vì non poteva credere che parole tanto belle e intelligenti fossero usciti dalla bocca di Ale.
In effetti la sensazione che si aveva guardando quella scena è che il Trucido avrebbe potuto spezzare una braccio a Teo senza neanche rendersene conto, ma non lo faceva mai.
“Mi disci cosa casso è suscesso a Teo e a la tua fascia?”
“...bè, diciamo che ho cercato di infilare la lingua nella bocca della ragazza sbagliata. Ero ad un passo dal farmi una meritata pomiciata liberatoria quando mi arriva un missile in faccia, mi sento preso per un braccio e mi trovo sbattuto fuori. Cerco di rientrare, urlo, sbraito e busso a tutte le porte. Una si apre proprio mentre stavo per bussare, mi preparo a fiondarmi dentro, ma mi piomba addosso Teo.”
“Ma scìai pomisciato poi connla tipa?”
“Che t'importa?”
“Eddimmelo.”
“No.”
“Casso Ale, mma tivuoi impennìare un po'?” cercò di sbraitare lei, ricordandosi della scommessa fatta con Teo.
Accorsero altri buttafuori. Ale corse verso Teo, lo prese per un braccio e lo portò via sottraendolo ad un massacro preannunciato. Vì si mosse con calma, aveva i riflessi un po' rallentati dall'alcol e difficoltà evidenti a reggersi sui tacchi. Cominciò goffamente a correre dietro ai due fuggitivi.
Di come fossero arrivati a casa e del perchè Ale stesse dormendo sul loro divano Teo non ne aveva idea. Di come si fossero svolti gli eventi dopo il suo quarto, o forse quinto, brindisi con il dj della sala rock/metal nemmeno. Riempì la sua fedele bottiglia d'acqua e ritornò a letto.
Aprì gli occhi due ore e un litro d'acqua dopo. La situazione era sicuramente più nitida. Ale e Vì stavano chiacchierando allegramente sul divano. Si alzò. Li raggiunse.
“Buongiorn....ma che cazzo hai fatto?” chiese ad Ale notando il suo zigomo in decomposizione.
“Secondo te?”
“Secondo me qualcuna in questa stanza mi deve una bevuta!”
“...voi avete scommesso sul mio due di picche?”
“Se ti può consolare io tifavo per te, ma mi hai deluso, mio caro” disse Vì.
“Adesso ce la fai a parlare eh, maledetta?”
“Mi sei costato una bevuta, stronzone. E io che confidavo in te. Comunque il migliore ieri sera è stato Teo in versione Tyler Durden.”
Alla sentenza di Vì seguì lo sguardo sbigottito dello stesso Teo. Disse loro di non ricordarsi nulla. Le ore successive furono spese prima dai tre nel raccontarsi a vicenda le loro rispettive serate, poi da Ale e Vì ad integrare i vaghi e confusi ricordi di Teo.
Smaltito il pranzo erano tutti di nuovo in pista pronti per uscire ed andare a consegnare il regalo di laurea a Daniela. Contro ogni aspettativa erano riusciti ad organizzarsi per tempo e a comprare e impacchettare il regalo e, addirittura, ad accompagnarlo ad un bigliettino con tanto di dedica, solo che poi, come nel più tragicomico dei finali, arrivati al momento della consegna dei doni alla neo dottoressa, si accorsero di averlo dimenticato a casa. Si sa che chi non ha buona testa ha buone gambe, così si incamminarono verso casa della festeggiata per rimediare all'errore. Naturalmente, visto che Ale all'ultimo minuto aveva deciso di autoinvitarsi, dovettero aggiungere anche il suo nome sul bigliettino di congratulazioni.
Scesero le scale in fretta perchè la coppia bella ma litigarella del primo piano e l'avvocato praticante erano sempre in agguato.
Una volta in strada raggiunsero l'edicola davanti la fermata per comprare il biglietto.
“Scusate...è che avrei finito i soldi ieri sera...gli altri li ho a casa...non è che potreste....”
“Ale è Domenica, neanche se lo chiami a casa, il controllore, verrebbe mai a farti la multa!” Gli fece notare Teo.
“Fa' finta che io li abbia scalati dai soldi della bevuta che devo al tuo amichetto per colpa tua..” rispose sarcastica Vì.
Naturalmente, alla seconda fermata dalla partenza, il controllore salì sul pulman. Per fortuna Ale se ne accorse in tempo e riuscì ad uscire prima che il guardiano dei biglietti avesse l'occasione di accorgersi della sua presenza.
“Scendiamo anche noi?” chiese Vì.
“Neanche per sogno.” rispose Teo “Ale ci vediamo a casa di Daniela. Vedi di sbrigarti.”
“Ma io non so nemmendo dove sia!”
Le porte si chiusero e il pulman ripartì.
“Neanche se lo chiami a casa ti viene a fare la multa!” borbottò Ale scimmiottando l'amico mentre le porte del mezzo gli si chiudevano in faccia
Si incamminò lungo la strada imboccata dal pulman. Dopo due minuti lo perse di vista e non seppe più dove andare.
A bordo squillò un cellulare:
“Teo?”
“Sì.”
“Non è che per caso potresti gentilmente dirmi DOVE CAZZO ABITA DANIELA?”
“Certo, non capisco perchè ti arrabbi tanto...hai presente Via delle Lavandaie?”
“Assolutamente no.”
“Mmh...e quel bar fighetto con arredamento ultra moderno dove gli aperitivi costano cinque euro, non contengono alcol e non ti danno neanche da mangiare?”
“Bar Asturia?”
“Esatto, ci incontriamo là sotto.”
La faceva facile il motorizzato Teo, pensò Ale, saranno stati almeno tre chilometri di asfalto battuto dalla pioggia. Dopo quaranta minuti, infatti, un Ale stoico si presentò alla coppia di viaggiatori in pulman, chiedendo loro se potevano concedergli un secondo per andare al bagno, giusto per provare ad asciugarsi un po'.
“Provaci pure, ma ricorda che qui non sei dal tuo affezionato barista santone.” rispose il Teo più intollerante ad ogni forma di filosofia orientale.
“Bè, così non posso presentarmi di certo.”
Asciugarsi i capelli costò ad Ale un caffé, il che non sarebbe stato malaccio se non fosse costato un euro e sessanta. Neanche la bellissima tazza di vetro che lo conteneva e il dolcissimo strato di schiuma che lo ricopriva riuscivano a giustificare un prezzo così esorbitante.
“Cioè UN EURO E SESSANTA per un caffé!” si lamentò uscendo dal bar.
“E per la dozzina di buste di zucchero che ti sei fregato” gli fece notare Teo.
“Mezza dozzina, per la precisione”
"Niente carta ignienica stavolta?"
"Ma vaffanculo".
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Vì (Sonata - Largo)

Vì suonava ogni Giovedì sera nel locale del quartiere in occasione della serata universitaria.
I gestori del locale avevano capito da tempo che era molto più facile ed economico trovare una ragazza che cantasse regolarmente, con bella voce e repertorio variegato al seguito, piuttosto che sbattersi a cercare e ingaggiare gruppi della zona. Si risparmiavano così il tempo speso a negoziare la ricompensa e il rischio di incappare in un gruppetto di dilettanti che avrebbe potuto portare al risultato opposto, svuotando completamente il locale. Quel lavoro Vì l'aveva trovato grazie a Teo. Quando lo conobbe lui metteva dischi il Sabato sera. Non era un vero e proprio dee-jay, anzi era la persona più lontana da un dee-jay che avesse mai armeggiato con files e computer. Non mischiava le tracce, non le sovrapponeva. Semplicemente concordava con Rut il tema della serata e alternava pezzi per tre/quattro ore, e all'occorrenza anche di più. Lasciava la musica esprimersi, non metteva niente di suo, svolgeva la sua mansione nel modo più spersonalizzato possibile, e a lei questo era piaciuto fin dall'inizio.
Un po' invidiava Teo perchè lui, nascosto dietro lo schermo del computer, non doveva mica metterci la faccia come faceva lei.
Un giorno, dopo averla ascoltata suonare la chitarra le propose di cantare sopra tracce di canzoni che avrebbe suonato la sera. La cosa riuscì perfettamente e così provarono a ripeterla un'altra volta, poi un'altra, poi un'altra ancora. Poi Teo decise di ritornare ad appropriarsi dei proprio fine settimana, così lasciò a Vì il compito di reggere da sola la serata. All'inizio era sempre nervosa prima di esibirsi, ma con il passare delle serate ci aveva preso gusto. In fondo le piaceva che per un'ora abbondante l'attenzione generale fosse rivolta a lei, che gli sguardi fossero puntati sul suo vestito accuratamente scelto e che tutte le orecchie presenti fossero protese a cogliere le sue parole.
Scegliere le canzoni da proporre per l'esibizione della settimana era diventato il suo passatempo preferito.
Aveva cominciato a scrivere anche dei pezzi suoi, ma non aveva mai trovato il coraggio di farli sentire in pubblico. Solo Ale, Teo e Daniela avevano avuto il privilegio di ascoltarli. Quello che colpiva nelle esibizioni di Vì non era tanto la sua bellissima voce, né la grazia della sua figura, era soprattutto quell'ombra che aleggiava su di lei, quel dolore e quella malinconia che neanche gli accordi pieni di chitarra e i suoi acuti riuscivano a nascondere. Era quell'incurabile male di vivere che le faceva da sfondo emotivo, che impregnava ogni suono che emetteva, che intrigava e teneva tutti incollati al proprio posto.
Inoltre essere la star del locale aveva altri vantaggi, le aveva dato la possibilità di conoscere un sacco di gente. Soprattutto un sacco di ragazzi che ci provavano, un po' per questioni di fama, un pò perchè Vì, fra tutto, non era certamente una brutta ragazza.
Fianchi stretti, seni piccoli, lineamenti delicati coperti da una cascata di impertinenti capelli biondi. Ma la cosa che le piaceva di più del suo fisico erano le mani dalla pelle liscia e morbida e dalle dita affusolate. Odiava invece i suoi polpacci, voluminosi e duri come quelli di un maschio di cinque chili più pesante. Odio che era fortunatamente superato dal suo amore per il calcio.
Restava il fatto che Vì aveva ricevuto molte proposte quel periodo, ma a lei serviva tempo per ricominciare a fidarsi delle persone. Sentiva che la strada era quella giusta. Teo, Ale e Daniela le ispiravano fiducia. Con loro si sentiva protetta, al sicuro. Tuttavia non si era preclusa nessuna via (tranne per quel metallaro con la lingua biforcuta che le propose di abbandonarsi alla lussuria più peccaminosa sotto l'altare di una chiesa sconsacrata...non è che i metallari la spaventassero, ma gli psicopatici sì).
Non era convinta di volere ulteriori cambiamenti nella sua vita, forse non ne aveva bisogno al momento. Tutto sommato era felice, con Teo si trovava a suo agio, a volte pensava che in qualche modo oscuro si fossero scelti l'un l'altra. Ale la faceva morire dal ridere, un pazzo scatenato senza capo né coda, un masnadiere metropolitano, uno che vive alla stagione invece che alla giornata. Molto spesso più che un amico era un figlio a carico, ma la sua presenza serviva se non altro a farla sentire più matura.
La sua vita le piaceva ancora di più da quando suonava al locale. Lo si capiva semplicemente guardando il suo guardaroba. Appena arrivata la gamma cromatica dei suoi vestiti spaziava dal grigio smunto al giallo ocra passando per il rosa pallido. Da qualche mese invece i suoi amici avevano salutato con piacere l'avvento del verde, del blu elettrico e del rosso sangue, colori che su di lei acquistavano personalità.
L'unica cosa che proprio non sopportava era il fatto che un gruppo le avesse rubato il Sabato, la serata madre, costringendola così ad accontentarsi del Giovedì. Riciclavano le ultime hits di Mtv e, per fare la figura degli intenditori, ogni tanto inserivano qualche pezzo dei Radiohead suonato in modo approssimativo, per usare un eufemismo. Creep Android, si chiamavano. Questo la faceva incazzare ancora di più perchè le ricordava la prima serata in cui suonò da sola presentandosi al pubblico con una sofferta versione accompagnata al piano di Like A Spinning Plate. Non scordò mai lo scrosciare degli applausi che seguì all'esecuzione del brano.
Quello fu anche il giorno in cui cominciò a credere di valere qualcosa.
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Ale, Teo, Vì (Concerto - Vivace) // Seconda parte

Preludio

Al suo risveglio Vì era ancora dominata dal suo istinto materno dalla marcata indole protettiva, e si era convinta di aver trovato una soluzione al problema delle sfuriate di Teo.
“Se la tua soluzione comprende un cerchio di gesso disegnato in terra, nel centro del quale dovrei sedermi, luci spente rimpiazzate da candele accese disposte intorno al cerchio di gesso, e incenso nell'aria, bè, sappi che preferisco finire in galera per omicidio.” la ammonì lui.
“Non fare lo scemo. Secondo me ti serve qualcosa che ti permetta di sfogarti. Che ne diresti di venire a correre con me e Daniela al parco? Magari smaltisci un po' di rabbia repressa.”
Teo fu sorpreso.
“Tutto sommato, mi sembra una proposta accettabile.” esclamò Ale uscendo dal bagno.
“E tu qui quando cazzo ci sei arrivato qui?” chiese Teo.
“Sta' calmo. Passavo nei dintorni e ho pensato di venirvi a trovare.”
“Guarda caso all'ora di pranzo! Ti spiego una cosa, se entri in un supermercato qualsiasi, puoi portarti via quelle confezioni colorate contenenti alimenti commestibili barattandole con quelle banconote altrettanto colorate che hai nel portafogli.”
“Tu dici?”
“Certo, scroccone. Quando il capitalismo approda allo stadio dell'opulenza, si risolve in una questione di affinità cromatiche.” Pausa teatrale. “Lo chiamano marketing.”
“In tanti anni che ti conosco non ho ancora capito se sei un genio o se per te è tutto una cazzata.”
“Comunque” si voltò verso Vì “Non è poi così male come proposta”
In quel momento stava pensando al regolare e ipnotico saltellare degli enormi seni di Daniela che corre, quella versione a chilometro zero di Marianne Faithfull dal viso tanto angelico quanto tentatrici le sue tette.
“Quand'è che ci andate la prossima volta?”
“Pensavamo a domani mattina. Sei dei nostri?”
"Mattina? Che intendete per mattina?"
"Non so, ad esempio quel lasso di tempo in cui dovresti essere alla prima lezione della giornata"
"Ma Vì..."
"Oh, poche storie: sì o no?"
"...ok, sì, agli ordini"
“Per una volta sei stato saggio, e così avremo la certezza che il metodo funzioni già da domani sera”
“Vieni anche tu Ale?” chiese Vì.
“Al parco? Certo, prendere un po' di sole non mi farà certo male.”
“Intendeva a correre.”
“A correre bè...no! Vi apetterò comodo sul mio asciugamano.”

Sinfonia (Ale, Daniela, Teo, Vì)

Fu così che la mattina successiva, un Teo scintillante nella sua tenuta da partitella amatoriale di calcetto era pronto a riconciliarsi con lo sport dopo anni passati ad evitarsi a vicenda. Teo e Ale si immaginavano che Daniela si sarebbe presentata in canotta bianca attillatissima e molto, molto scollata, invece dovettero registrare l'ennesimo fallimento delle loro aspettative. Lo sguardo affranto che si lanciarono l'un l'altro all'arrivo della procace atleta fu molto esplicativo in questo senso, La maglia che indossava la ragazza dal seno giunonico era almeno tre taglie più grande e, per loro sfortuna, lasciava tutto, ma proprio tutto, all'immaginazione.
“Ciao Dani, disturbo se mi unisco a voi?” disse sorridendo, anche se come sottotitolo scorreva “E che cazzo, mai una volta che mi vada bene.”
Vì spiegò alla sua amica il tentativo che stava facendo per disintossicare Teo dall'ira funesta che lo tormentava, e lei rispose subito che le sembrò un'ottima idea.
Ale, dal canto suo, le sorrise sornione e le mostrò il telo da mare.
“Via allora, prova a starci dietro finché puoi!” lo provocò Vì iniziando a correre.
“Non ti esaltare, bambina, del banale jogging non basterà certo a sfiancarmi.”
Dopo pochi chilometri Teo era scontatamente paonazzo e sconvolto dalla fatica, si accasciò sulla prima panchina libera in uno stato di pre-morte, portando a conoscenza delle due sportive, con uno sforzo notevole, che le avrebbe aspettate lì finché anche loro non si fossero stancate.
“Fa' un po' di stretching, altrimenti stasera non riuscirai a muovere le gambe.”
Teo riuscì solo ad alzare il pollice come risposta e non appena le due atlete si furono allontanate un attimo, si abbandonò sul prato nella canonica posa del quattro di spade. Poi, quando il cuore ritornò sotto i duecento battiti al minuto, si alzò per andare a raggiungere Ale qualche centinaio di metri più in la. Mentre stava per raggiungerlo, Teo vide il buon vecchio usurpatore di affitti intento a chiacchierare amabilmente con delle morette sedute accanto a lui.
“Ho visto zombie camminare in modo molto più disinvolto del tuo.” gli fece notare Ale quando lo vide avvicinarsi.
“Non puoi capire quanto sia lacerante e profondo il dolore che provo in questo momento.”
“Vogliamo parlare della maglietta di Daniela?”
“No grazie, sto già soffrendo abbastanza.”
“Ti presento Silvia, Sara e Maria, stanno studiando per l'esame di stato.”
“Ciao, Silvia Sara e Maria. Che state studiando?”
“Ciao! Mah, un po' di tutto. Ale ci stava giusto spiegando degli attentati di Bologna, Genova e di Aldo Moro.” disse una di loro, Sara forse.
"Guccini, De Andrè e Gaber" pensò Teo. Dovette ammettere che Ale era in grado di cavarsela in qualsiasi situazione.
“Già, il dottore qui presente e io siamo ricercatori del dipartimento di storia contemporanea. Ci stiamo giusto occupando in questi mesi degli ultimi studi pubblicati al riguardo.” se ne uscì brillantemente Teo senza avere una minima idea di quello che stesse dicendo.
Ma è risaputo che per rendere credibile un'enorme bugia bisogna portarla all'estremo, quindi continuò: “Che ne dite di proseguire questa chiacchierata stasera al Katakali, lo conoscete? E' un bel posto!”
“Ne abbiamo sentito parlare” rispose titubante Maria, forse, “Non è quel posto pieno di schizzati dove ogni sera finiscono in rissa?”
“No no no” rispose un Teo colto in castagna “Vi state sbagliando. E' un posto carino. Unico oserei dire!”
“Occhei allora, ci vediamo lì stasera.”
Silvia Sara e Maria se ne andarono.
“Ale che cazzo raccontiamo loro stasera? Non sappiamo niente di queste cose. Anzi, tu non sai niente di niente.”
“Ehi, abbassa i toni. Io sono uno dei massimi esperti di contratti di locazione, di affitto e dei tipi di clausole annesse. E poi non ci metteremo certo a parlare di anarchici e brigate rosse o nere di Sabato sera in un posto come il Katakali! Piuttosto, va' a sparare a Vì e Daniela, altrimenti stasera siamo ancora qua ad aspettare che si stanchino di correre.”
La sera stessa, entrando al Katatkali, i due furono sorpresi di trovare Silvia Sara e Maria ad aspettarli al bancone. Avevano l'aria spaesata e spaventata di chi si ritrova di colpo scaraventato nella rivisitazione nazi-punk dei gironi dell'inferno dantesco senza sapere il perchè, e certamente tutti i coloriti clienti del locale che le avevano circondate, increduli di vedere carne così fresca entrare in un postaccio del genere, non le aiutavano ad entrare in sintonia con l'ambiente.
I due si avvicinarono e le salutarono, Vì capì subito quello che stava succedendo.
“O schifosi, siete almeno sicuri che siano maggiorenni?”
“Ehi, sono delle esaminande, avranno sicuramente quasi diciannove anni a testa.” le rispose Ale deciso.
“Bah, se lo dite voi! Resta comunque il fatto che buttarsi sulle liceali è il punto più basso che abbiate raggiunto da quando vi conosco.”
Ripresero il discorso dove interrotto al parco ricominciando a parlare di storia, ma solo per poco per evidente mancanza di argomento. Cominciarono quindi a bullarsi di quanto fosse bello fare gli assistenti all'università, delle bestialità che sentivano dire alle esaminande durante le loro interrogazioni, dei loro seminari a cui nessuno partecipava. Passarono poi a descrivere agi e vantaggi della vita universitaria: vivere da soli, nessuno che ti dica a che ora rientrare o che ti interroghi su dove andrai a passare la serata, niente genitori che ti intimano di abbassare la musica e di non indossare quegli stracci di vestiti. Vì assisteva disgustata, poi decise di raggiungere Daniela alla sala dei biliardi.
I due usurpatori della storia reggevano botta alle domande delle tre liceali con fare sicuro e senza dimostrare segni di cedimento. Tutto scorreva regolare dunque, ma il destino è beffardo e si sa, e i due improvvisati assistenti di storia contemporanea non avrebbero certo immaginato che i tre sbarbatelli che stavano appena entrando avrebbero interferito sul loro piano.
“A casa a studiare, eh! Brutta troia.” esordì simpaticamente uno di loro, riferendosi a Sara, forse.
“E 'sti due deficienti chi cazzo sono?” chiese disinteressatamente, a titolo puramente informativo, un altro ragazzino.
“Non pensate male, sono solo amici, ci stanno aiutando a studiare storia. Sono due ricercatori dell'università.” disse Maria, forse.
Nel sentire pronunciare questa scusa ridicola, Ale si buttò la mano contro la fronte. Teo stava sproloquiando fra sè e sè vista la situazione in cui si era cacciato e visto che, se avesse anche solo provato a difendersi da eventuali attacchi, Vì lo avrebbe preso per le orecchie e portato in un centro di terapia. Decise di prendere in mano la situazione.
“Calmi calmi, ci siamo incontrati qui per puro caso...non abbiamo nessuna cattiva intenzione...guardate, adesso ce ne andiamo e vi lasciamo divertire tra di voi.”
Avrebbe potuto fare di meglio, il geniale Teo.
“Adesso ve ne andate un cazzo, brutti bastardi. Prima facciamo i conti. Se credete di avere a che fare con tre stupidi ragazzini, vi sbagliate di grosso.” proclamò uno dei ragazzini.
Ale nel sentire queste parole tirò un sospiro di sollievo, a questo punto c'erano buone probabilità che i tre fossero addirittura maggiorenni, e che quindi un eventuale scazzottata non avrebbe avuto risvolti penali.
“Che cazzo volevate fare con le nostre ragazze eh? Tutti così voi universitari, sempre pronti ad infilare il cazzo in qualsiasi buco che cammini. Ma questa volta vi è andata male, avete puntato le ragazze sbagliate. Queste sono proprietà privata.”
“Fai il magnaccia?” rispose allora Teo, che si era stancato di essere insultato da un ragazzino esaltato con la maglia di Calvin Klein che le poche ore di palestra non erano riuscite a riempire. Continuò “Ti ho già detto che non stiamo qui per infilare niente dentro nessuna. Adesso ce ne andiamo.”
“Voi adesso non vi muovete chè facciamo i conti.” ritornò a sottolineare il concetto un altro di loro.
“Senti, stronzetto” fu allora chiaro che la corsetta pomeridiana non aveva neanche minimamente intaccato le mura del castello di rabbia repressa di Teo “Usciamo in questo locale da più o meno due anni, ci conoscono tutti, buttafuori compresi, e se mi metti le mani addosso non sarò certo io ad essere malmenato da uno di loro e sbattuto fuori senza più gli incisivi. Datti una calmata. Adesso te e i tuoi amichetti belli induriti vi riprendete le vostre ragazze e ve ne andate affanculo.”
Un eccellente esempio di self-control.
“Credi di spaventarmi, brutto pezzo di merda? Credi che le tue minacce mi spaventino? A me non frega un cazzo di dove siamo, non ve la passerete certo liscia 'sto giro.”
“Bla bla bla” gli rispose Teo appoggiando la sua fronte su quella del malcapitato ragazzino “Se credi che qualche oretta a settimana di palestra possa bastarti a spaventare la gente ti sbagli di grosso. Adesso prendi la tua ragazza, salti sul tuo motorino con i tuoi amici, te ne torni a casa tua e te la smetti di fare l'eroe"
In quel momento per fortuna arrivò Vì che, conoscendo bene i suoi polli irrequieti, era tornata per vedere appunto in che guaio si stessero cacciando questa volta. Alla visione degli occhi terrorizzati delle tre ragazze al bancone e del ringhio di Teo che stava per fagocitare l'ignaro liceale, decise subito di intervenire in qualche modo. Purtroppo, prima che potesse proferire parola, il capobranco rifilò una potente testata al naso di Teo, che, inaspettatamente, non reagì, Mentre gli altri due maschietti beta si allontanarono da Ale per accerchiare Teo, Vì si buttò in mezzo e cominciò ad urlare “CALMI CALMI CALMI. Sono la sua ragazza, posso spiegarvi tutto. Sono insieme alla SUA, di ragazza”, disse indicando Ale. Continuò sperando di portare un po' di calma: “Quando siamo arrivati le vostre amichette erano già qua, le hanno salutate e si sono messi a parlare di storia. Non vi dovete preoccupare.”
“Va a prendere per culo qualcun altro, troia.” disse il capobranco, che forse non aveva gradito il vezzeggiativo usato da Vì. Quello che successe fu che il ragazzo impettito le diede uno schiaffo talmente forte che la fece cadere a terra.
Gli occhi di Teo si iniettarono di sangue nel vedere Vì scaraventata a terra, e veloce come un lampo aveva già steso il capobranco e si era avventato contro i denti e gli organi genitali dei poveri maschietti beta, così indifesi ora che erano rimasti senza il loro timoniere.
Quando i buttafuori, che stavano tenendo d'occhio la situazione già da un po', intervennero per difendere la stella del Giovedì sera, Teo aveva già finito con i due malcapitati che ora erano doloranti a terra a tenersi i testicoli con le mani. Vennero portati fuori tutti e cinque: i tre evirati, Teo e Ale.
“Come stai Vì?” le chiese Ale.
“Bene” rispose decisamente arrabbiata “Solo un livido.”
“Scusaci, non volevamo che ci finissi di mezzo tu.”
“Ogni volta che penso di avervi visto fare tutte le cose più stupide del mondo, riuscite a lasciarmi senza parole. Siete una bella coppia di imbecilli.”
“Hai rag...”
“Sta zitto per favore.” lo interruppe seccata.
Arrivò di corsa anche Daniela preceduta dalle sue enormi tette.
“Che sta succedendo?”
“Niente niente, tutto finito.” la tranquillizzò Vì.
“Ma cosa hai in faccia?”
“Niente, non preoccuparti. Uno stupido ragazzino, domani mi passerà.”
Si girò verso Ale con uno sguardo feroce e gli intimò
“Adesso mi racconti tutto per filo e per segno.”
Nel momento in cui si voltò per vedere i liceali andarsene spingendo i loro motorini truccati, Sara-Mara-Maria urlavano che questa sarebbe stata la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso, Vì si accorse che Teo era appoggiato al muro in disparte. Stava tremando dalla rabbia.
“Teo...”
“Come stai?”
“E' solo un livido, domani mi passerà”
“Non parlo solo di quello”
“Sono abbastanza incazzata con voi, effettivamente, vi siete comportati come due idioti. Ma tu calmati, sembri un tossico in crisi d'astinenza”
“Non dire niente, mi sento un verme. Ho provato a trattenermi, a non reagire, davvero mi ci ero impegnato, ma quando ho visto che ti ha colpita non ho capito più niente. Sono andato in tilt. Non volevo coinvolgerti in nessun modo. Non voglio che ti succeda mai più una cosa del genere.”
La strinse forte fra le braccia e le accarezzò i capelli. Vì rimase stupita, era abituata a vedere Teo non prendere mai niente sul serio. Era sempre stato uno di quelli che fra Beatles e Rolling Stones sceglieva il dissacrante Frank Zappa, ma con Sympathy For The Devil nel cuore. Ma questa volta non era ironico, i suoi denti non erano scoperti a causa di un sorriso. Era veramente arrabbiato con se stesso.
“Ora torna dentro, non voglio rovinarti ulteriormente la serata. Lasciami perdere, ho bisogno di stare un po' da solo.”
Mentre Ale era intento a descrivere la situazione a Daniela senza apparire troppo colpevole, i buttafuori rassicurarono Teo sul fatto di non averlo visto attaccare per primo e che solo per difendere Vì fosse ricorso alla violenza, da solo contro tre.
Lui li ringraziò, conosceva quei ragazzi che lavoravano al locale da un anno, uno lo incontrava ogni tanto anche in facoltà. Erano delle brave persone, certo ricorrevano spesso alle mani, ma in fondo li pagavano per questo, era solo il loro lavoro. Gli dissero anche che se voleva poteva rientrare, lui li ringraziò e continuò a stare appoggiato al muro.
Dopo qualche ora Vì, Daniela e Ale uscirono dal locale. La serata, dopo l'incidente, aveva ricominciato a scorrere tranquilla tra qualche birra e qualche caloria bruciata in pista da ballo. Quando uscirono trovarono Teo nello stesso punto in cui lo avevano lasciato rientrando nel locale. Vì lo guardò e gli fece notare che loro stavano tornando a casa, lui fece un cenno con la testa e li salutò. Rimase immobile.
La mattina dopo, quando Vì si svegliò, trovo Teo sul divano. La televisione era spenta e lui stava fissando l'intonaco del muro, lo salutò e gli chiese come stesse, ma lui non rispose. Non lo aveva neanche sentito rientrare durante la notte, quindi probabilmente era tornato tardissimo e non aveva chiuso occhio neanche per un minuto.

Interludio

“Ale ti ho svegliato?”
“Si Vì...ma ormai è fatta, dimmi tutto.”
“Teo è sul divano immobile, non parla e non si muove. Non so a che ora sia rientrato"
"E tu sembri molto preoccupata"
"Ale, ma mi stai ascoltando? Certo che sono preoccupata!"
Fece un sospiro lungo, sembrava pensare.
“Tranquilla, Vì, sta solo cercando di perdonarsi. Dagli qualche ora, al massimo qualche giorno, e vedrai che tornerà l'idiota di sempre.”
“Ma non c'è un qualche modo per, diciamo così, accelerare il processo?”
"Ci sarebbe, ma..."
"Ma?"
"Teo ti ha mai parlato della Scorta Mestruale?"

Ballata (Teo, Vì - Allegro)

Qualche giorno più tardi Vì tornò a casa per pranzo e vide Teo ai fornelli col sorriso che gli era proprio.
“Finalmente t'è passata!”
“Sì, finalmente sì.”
Lei gli saltò addosso.
“Sei ancora dei nostri dunque?”
“E certo, cosa fareste senza di me!....ma perchè sei così appiccicosa oggi?”
“Così." Spallucce "Sono contenta.” Poi il suo sguardo diventò serio “ Grazie per quello che hai fatto per me. Mi hai fatta sentire importante.”
“Ah, è questo quindi! Pensi che io l'abbia fatto per te? Per difenderti? Non ti starai sopravvalutando troppo? Ho solo protetto il mio affitto, non voglio neanche pensare a pagarlo tutto da solo.”
“Certo certo, parla pure.”
“Pensi di lasciarmi andare prima o poi?”
Fu contenta nel sentirgli dire queste parole. Le parole che avrebbe pronunciato il Teo dei giorni qualunque.
“Non lo so, ci penserò. Per adesso sto bene così.”
“Ah, che bello...esiste qualcosa che io possa dire o fare per riavere indietro l'uso del mio corpo?”
“Al momento no, mi dispiace.”
“Che fastidio...dài Vì, su, so che ce la puoi fare...”
Il sorriso di Vì era quello di chi, dopo tanto cercare, si sentiva finalmente a casa. Teo sapeva di quanto avesse avuto di che penarsi durante la sua vita, ed era consapevole che era merito del suo modo di fare scientificamente scanzonato se ora lei si sentiva finalmente felice. Era orgoglioso di se stesso in quel momento.
“Non fare l'orso come sempre. Sta zitto un momento.”
“Ma non riesco neanche a cucinare! Se Lucio mi avesse detto che eri così affettuosa non ti avrei mai presa a vivere qua....sto per piantarti una coltellata nella schiena.”
"Non ne avresti il coraggio."
"Sicura? Ti ricordo che me ne vengo da una rissa appena qualche giorno fa!"
"Bene bene, ho capito." Lo lasciò: "Ecco, contento?"
Teo sparì subito in camera lasciandole precise istruzioni: “Butta i funghi nel soffritto fra qualche minuto, aggiungi una spruzzata di vino bianco a intervalli regolari e gira lentamente. A fuoco lento, mi raccomando. Poi, una volta che si sarà assorbito il vino aggiungi un cucchiaio di passata, copri il tutto e aspetta. Chiamami quando avrai finito di aspettare. A dopo”
Sparì in camera sua.
“Occhèi, suor Germana.”
La testa di Teo riapparve dalla camera avvolta in una canottiera bianca, più simile ad un burqa che ad un velo da suora in realtà. La differenza fra diverse concezioni della vita, anche fra religioni quindi, per quanto lontane tra loro possano apparire, risiede nei dettagli, e questo Teo lo aveva capito bene. Naturalmente Vì, che conosceva perfettamente il suo geniale coinquilino, colse la feroce critica a chi ritiene migliore degli altri il proprio sistema.
Era ufficialmente tornato il Teo di sempre.
Oddio, non che fosse necessariamente una cosa positiva.