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Ale, Teo, Vì (Concerto - andante)// Seconda parte

Minuetto (Ale, Teo, Vì - Andante)

A Teo piaceva, passando per i vicoli, starsene ad ascoltare la musica che usciva dalle finestre, rubare conversazioni degli abitanti dei piano terra, annusare gli odori che uscivano prepotenti dalle cucine, osservare i colori delle case alternarsi sensa un minimo di criterio logico. Gli piacevano i segnali di vita quotidiana, avere la certezze che il mondo gli si muovesse intorno. A Vì e Ale bastava camminare.
Li rilassava, lo consideravano piacevole.
A una decina di metri dall'arrivo, mentre Vì era intenta a cercare le chiavi nella borsa, Ale cominciò a starnutire.
“C'è un qualche cazzo di gatto qui intorno.” affermò a fatica.
“Una gattina al guinzaglio, ad essere precisi.”
“E' quell'imbecille del piano terra, vero? A volte il mio cervello si rifiuta di credere che esista davvero. Li vendono da qualche parte i gomitoli di lana avvelenati?”
“No, ma i bastoni sono gratis! Però bisogna rimboccarsi le maniche, sudare un po' di più ed essere disposti a sporcarsi, ma il risultato è garantito.” gli rispose Teo.
Il destino decise di risparmiare loro il bis dell'incontro con la nevrotica coppia del primo piano, così poterono entrare in casa senza trovare ulteriori ostacoli.
“Pranzo?” chiese Vì.
“Pranzo!” le rispose Teo guardando Ale.
“E ti pareva.”
“Poco lamentare, tanto cucinare.A proposito, sai la novità?”
“Non mi farete pagare l'affitto per le notti che passerò qui, vero?”
“Mica male come idea...oh, non preoccuparti, nel caso ti faremmo un prezzo d'amico” disse Vì sorridendo.
“La buona notizia è che per la chiusura estiva il Katakali ha deciso di far tornare Vì a suonare di Sabato.”
“Oh oh oh, e brava.”
“Grazie cari, vi amo entrambi.”
“E come l'hanno presa i Creep Android?”
“Ovviamente malissimo, e questo mi rende ancora più soddisfatta! Giovedì sera me ne hanno dette di tutti i colori.”
“Bisogna capirli” li interruppe Teo “Stavano sognando da mesi di suonare alla serata di chiusura, l'addio a tutte quelle ragazzine truccate di nero in lacrime, e adesso che ce l'avevano fatta ad imparare quattro accordi arrivi tu, con la tua musica da capisco tutto io, e gli distruggi il sogno! Perchè non me l'hai detto ieri sera? Mi sarei divertito un mondo a farglielo presente!”
“Proprio per questo non te l'ho detto.”
“Teo, mi metti sull'acqua?”
“Col cazzo, Ale.”
“Grazie.”
Il Giovedì sera seguente Vì stava scoppiando dalla voglia di andare al Katakali, di correre a rinfacciare a quegli infangatori del buon nome del rock, che rispondevano al nome di Creep Android, che adesso era il suo turno. Vì stava spingendo i suoi comodissimi amici per arrivare al locale prima che il gruppo cominciasse a suonare, così da poter recapitare loro di persona le sue personali congratulazioni.
“E dai, vi volete muovere o no?” li esortò lei.
“Vì non cominciare a rompere le palle, adesso con calma ci alziamo e ce ne andiamo.” rispose Teo.
“E' quel con calma che mi preoccupa.”
Alla fine i due si videro costretti ad arrivare controvoglia in un locale ancora deserto. I quattro Creep Android erano già sul palco a regolare i volumi degli strumenti e a provare gli inserimenti delle basi elettroniche.
Quello che Rut, il proprietario del locale, chiamava palco era in realtà una fila di bancali che copriva in larghezza gli ultimi tre metri della pista da ballo, coperta con una moquette nera che odorava di morte e putrefazione, da tanto era là.
Vì si avvicinò loro in men che non si dica. Ale e Teo la videro iniziare a parlare accompagnata da quel sorrisetto tipico di chi si sta prendendo una giusta rivincita. Dopo pochi secondi il dialogo si restrinse tra lei e Pablo, il chitarrista del gruppo, che Vì odiava particolarmente. Lo odiava per via delle pose che era solito assumere mentre armeggiava con il suo strumento, che tra le altre cose era pure viola. Tutto quello che poterono vedere Teo e Ale da lontano era l'applauso a dir poco provocatorio con il quale lei concluse il suo discorsetto di incoraggiamento. Tornò al bancone, prese uno sgabello, si sedette e ordinò una mezza pinta di birra.
Rimase immobile per tutta la durata del concerto, mentre Teo e Ale erano impegnati ad inventarsi qualcosa per non morire di sonno. All'inizio concentrarono le loro attenzioni sulla ragazza di uno dei componenti della band, che ad ogni concerto di ogni settimana era in prima fila a piangere e a strapparsi i capelli, come se ogni settimana assistesse ad un Woodstock tutto suo. Purtroppo per i due accompagnatori di Vì la distrazione durò pochissimo perchè, come da copione, dopo una manciata di canzoni la sfegatata fan si assentava per andare in bagno, devastata dallo shock emotivo e con il trucco lavato via dalle lacrime. Per loro fortuna però, le porte del Katakali erano una fiocina inesauribile di sorprese.
“Teo guarda un po' chi è appena entrata?”
“O cazzo, Sonia!”
“Finalmente stasera ci si diverte.”
“Ma quale divertimento, se mi vede mi uccide.”
“Suvvia Teo, sii uomo e affrontala...cosa vuoi che ti faccia?”
“Non lo so, e sarei felice di non scoprirlo.”
Intanto Vì, seduta sullo stesso sgabello nella stessa posizione da quasi un'ora, stava fissando Pablo spegnere la sua elettrica e imbracciare, con posa teatrale, la sua acustica per la solita cover di Creep.
Le sarebbe piaciuta poter bruciare con lo sguarda quell'arrogante finto alternativo, ma a guardarla da fuori sembrava più che gli stesse per vomitare addosso una secchiata d'acido muriatico.
Iniziarono a suonare il loro pezzo di punta. Le parole cominciarono a risuonare nel locale.
When you were here, couldn't look you in the eye, you're just like an angel, your skins make me cry...
“Bè, certo che fa la sua porca figura, la signorina.” esclamò Ale guardando Sonia aggirarsi per la stanza in cerca di facce amiche.
“E' quello che ti frega...cazzo, mi ha visto.”
...you float like a feather, in a beautiful word, i wish i was special, so fuckin' special...
“Tò, chi si vede! Teo il nichilista! Come stai?”
“Io bene. La mia ricerca della verità un po' peggio, ma non demordo. Vedo con piacere che sei venuta sola, hai lasciato a casa i tuoi sette chakra stasera?”
...but i'm a creep, i'm a weirdo, what the hell am i doing here?...
“Il tuo sarcasmo è in gran forma vedo.”
“E cosa vuoi, diciamo che è un po' la mia rosa dei venti!”
...i don't belong here, i don't belong hereeeeee.
Visto l'accoglienza non proprio amichevole di Teo, Sonia decise di andarsene.
“Certo che hanno tempismo 'sti dilettanti.” disse rivolto verso il palco.
“Perchè?”
“Niente, Ale, un giorno la lingua inglese avrà un significato anche per te. E adesso seguimi, dopo questo spiacevole incontro ho un disperato bisogno di alcol.”
Raggiunsero Vì intenta a fischiare e accompagnare i suoi applausi con sfottò raccolti da ogni parte d'Italia. Una vera signora, non c'è che dire. Appena finito di suonare, Pablo lanciò la chitarra a terra e si diresse con uno sguardo da assassino verso Vì. Teo e Ale fiutarono nitidamente puzza di battibecco e si dileguarono veloci come lampi nella sala freccette.
La sala freccette al Katakali era uno di quei luoghi sacri tipo Las Vegas o Tijuana. Era l'unica stanza del locale con i tavoli a sedere, e nelle serate live i camerieri se ne tenevano alla larga, dunque si prendeva da bere al bancone e lì si andava solo per smaltire le fasi più deliranti e difficoltose della sbornia. Come al solito l'odore di erba aveva sopraffatto quello di ossigeno, le luci erano soffuse, per non dire spente, e ogni angolo era occupato da una coppia che presto si sarebbe spostata in bagno a finire quello che stava già facendo.
“Non puoi non sentirti a casa qua dentro.” osservò Teo.
Si diresse verso il tavolo al centro, dove quattro metallari erano impegnati in una bisca clandestina di poker all'ultimo sangue.
“C'è posto per altri due?” chiese Teo al tizio con la delicata maglia dei Cannibal Corpse.
“Qui si gioca a bevute amico, ogni fish è una vodka secca. Pensate di farcela?”
“Questa fish?” domadò sollevando dal tavolo il tappo di una Becks.
Il metallaro annuì distrattamente senza distogliere lo sguardo dalle sue carte. Ale e Teo si lanciarono uno sguardo d'intesa.
“Pensiamo di farcela.”
“Accomodatevi allora.” disse un altro con una canna da trenta centimetri in mano.
Dopo un paio d'ore fatte di sguardi intensi e abili mosse, i due si alzarono dal tavolo con quattro fish in mano a testa, diretti al bancone per capitalizzare la loro vincita.
“Quattro doppie vodke, mio caro Rut.”
“Sei la mia più grande soddisfazione, Teo.”
“Ma hai visto da qualche parte Vì? Era qua fino a un paio d'ore fa!”
“Sì, si stava per prendere a schiaffi con Pablo, poi se ne sono andati insieme.”
“INSIEME?”
“Pare di sì.”
“Pare che qualcuno questa notte non potrà tornare a casa.” lo sfottè Ale.
“Oddio a casa no! Dài, avrà avuto un po' di buon senso...”
“Vì? Sicuramente...”
“Allora avrò bisogno anche di un Rum e Pera....doppio, magari.”
“Ottima idea, facciamo due, Rut. Sempre doppi.” propose Ale.
“Tutti vostri ragazzi. E fatene buon uso.”
“Non mancheremo.”
Pochi minuti dopo i due ragazzi stavano mantenendo la promessa fatta al buon vecchio Rut nel bel mezzo del corso principale della città. Ale era intento a molestare ogni svedese, americana, inglese, francese e tedesca che incontrava. O almeno queste erano le sue intenzioni, ma non conoscendo neanche una lingua straniera, per non cadere in banali errori si limtò ad importunare tutte le ragazze che gli capitavano a tiro. Teo si era invece fermato a smontare pezzo per pezzo la vitalità di un liceale che faceva bella mostra della sua maglietta dei Marlene Kuntz, come fosse la bandiera del proprio anticonformismo e prova della propria ribellione. Gli piaceva molto destabilizzare l'equilibrio psichico di chi gli si parava di fronte.
Le prime luci dell'alba sorpresero Teo intento ad arrampicarsi sulle scale che lo separavano dal suo appartamento mentre si domandava con cosa avrebbe riempito il buco che le vodke e compagnia bella gli avevano lasciato nello stomaco. In quanto ad Ale, nessuno, neanche l'alba stessa, riuscì a capire dove fosse scomparso ad un certo punto della nottata.

Duetto (Teo, Vì - Andante)

Proprio mentre Teo si apprestava a decidere con cosa riempire la piadina che aveva fra le mani, Vì rientrò inaspettatamente a casa.
“Uh uh, guarda chi si vede? Come mai sei a casa? T'è andato storto qualcosa?”
“No no, tutto molto bene, una prestazione sessuale da applausi, se è questo che intendevi...devo dire che non me lo aspettavo, davvero.” rispose lei, con una tranquillità eloquente.
"..."
Il bello di parlare con Vì, in quanto laureanda in lettere classiche, era che conosceva tante metafore e perifrasi quante ne servivano per non rendere mai scarna e troppo diretta una conversazione.
“Sono onorato dalla tua sincerità.” disse sorpreso “Ma preferirei che omettessi certi particolari.”
“Oh, poverino! Bè, adesso sai che la cicogna non esiste. Prepara qualcosa anche per me ché sono affamata.”
“E ti credo...”
Il bello di essere uno studente di matematica per Teo era che in un dialogo, nessuno si aspettava che usasse voli pindarici o giri di parole per arrivare al punto.
"Sai una cosa? Non capisco proprio perchè voi donne dopo il sesso diventate più belle mentre noi uomini riusciamo solo a puzzare di più!”
“Perchè siamo una razza superiore.” propose sorridendo con una sana punta di femminismo.
“....comunque, anche a noi razza inferiore piace svegliarci ogni tanto con una ragazza al fianco, sai?”
“No no, niente baci né abbracci. E' solo sesso occasionale.”
“La tua freddezza è commovente”, le porse una piadina, “Buon appetito.”
Lei rispose con un cenno.
Alla fine decisero di fare un altro giro, il pasto era piaciuto. Erano rimaste quattro piadine e abbastanza condimento per tutte, e dare fondo alle scorte sembrò un atto dovuto.
“Comunque...devi andarci piano con quel ragazzo, così hai rischiato di rovinare tutta la sua futura vita sessuale.”
“Non esagerare, scemo.”
“Non sto esagerando, pensaci: hai preso un ragazzo, che sarà anche patentato e abiterà da solo, ma ha sì e no vent'anni, e gli hai fatto passare la nottata più furiosa della sua vita. Ora probabilmente è felicissimo, ma pensa cosa succederà quando si ritroverà tra le mani una matricola in preda ai suoi dubbi e alle sue ansie!”
“Ma per chi m'hai preso?”
Nessuna risposta, poi Teo la guardò di traverso, come se le parole fossero superflue in quel momento. Vì ricevette il messaggio e abbassò lo sguardo.
Recuperò l'uso della parola e continuò: “E comunque, almeno adesso se la smetterà di rompermi le palle. Vedrai che da oggi non criticherà più i miei accordi imprecisi, la mia tecnica approssimativa. Da oggi quando mi guarderà al massimo riuscirà ad emettere qualche sospiro legato al più bel ricordo della sua vita recente. Lo dovevo fare!”
“Diabolica, inafferrabile e vendicativa. Potrei anche innamorarmi di te se continui così.”
“Certo, e io potrei anche volare un giorno. Pensa alle piadine piuttosto.”
“E se dovesse cominciare a tartassarti di squilli?”
“E secondo te io gli ho lasciato il mio numero?”
“Anche spietata...” disse con voce languida.
“Ma che ci stai provando?”
Teo scoppiò a ridere.
“Brutto stronzo.”
Inutile dire che in pochi secondi la situazione degenerò in un amalgama di risate, lanci di tovaglioli, piatti di plastica e qualunque cosa fosse a portata di mano. Quando finirono tutti gli oggetti lanciabili e contundenti, si passò agli schiaffi. Di Vì, per la precisione.
“Osi sfiorarmi dopo aver fatto scempio del tuo corpo, donna?”
“Ma senti che discorsetti da femminuccia, prova a difenderti piuttosto.” gli disse lei cominciando a tempestarlo di colpi.
“Mi farebbe schifo anche solo pensare di toccare una peccatrice come te.”
“Allora lasciami fare, non ho mica finito di picchiarti.”
“Sei fortunata che il mio retaggio cattolico mi impedisca di alzare le mani su una donna, per quanto sporca possa essere.”
In realtà era la fase calante della sbornia a fiaccare i suoi riflessi, ma questo era fin troppo ovvio.
“Cazzate.”
Era incredibile quanta energia avesse ancora in corpo Vì, con quanta velocità schiaffeggiasse le braccia e le spalle di Teo e con quanta precisione colpisse sempre nello stesso punto.
“BASTA PAZZA!”
“E va bene, basta così. Ma solo perchè mi fai pena, debole e arrendevole come sei.”
L'abilità che aveva Vì nel far notare a chi le stava intorno i propri difetti senza farglieli pesare era da ricondurre sempre al fatto che fosse una laureanda in lettere classiche, ovviamente.
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Ale, Teo, Vì (Concerto - Andante) // Prima parte

Duetto (Teo, Vì - Allegro)

Scendendo le scale Teo e Vì incontrarono tutte le persone che non avrebbero mai voluto incontrare quella mattina.
Il primo ostacolo a porsi loro davanti fu la compagna del ragazzo che abitava al piano di sotto. Ufficialmente vivevano insieme, ma dopo ogni nottata di sesso erano soliti litigare e andarsene ognuno per i fatti propri. Non appena lei attaccò a raccontar loro l'oggetto del contendere di turno, Vì piantò in asso Teo e si buttò nella tromba delle scale lasciandolo unico uditore, e lui, essendo un cinico dal cuore fragile, non ebbe il coraggio di interrompere l'oratrice fin da subito. Un altro errore, certo non grave quanto aver comprato il super cellulare.
A Teo quei due avevano sempre fatto ridere, erano la rivisitazione moderna di una coppia di sessantottini. Lui vestito sempre di nero, con i rasta che correvano lungo la schiena fino al coccige, tempie rasate, piercing al sopracciglio e al naso. Bello il primo, a suo parere, decisamente esagerato il secondo. Lei immersa sempre in vestiti lunghi dai colori sgargianti, mora con capelli lisci dai quali spuntava, all'altezza della nuca, una ciocca di rasta recentemente appartenuti al suo ragazzo, innestata come prova d'amore. Certo una fedina sarebbe stata più pratica, ma non avrebbe avuto lo stesso significato. Erano simpatici e molto ospitali, ma, come già detto, erano in grado di litigare per qualsiasi motivo, purché fosse del tutto inutile.
Dopo aver piantato Teo ad ascoltare la nevrastenica inquilina del piano inferiore, Vì continuò a scendere le scale rallentando il passo, non voleva certo incappare nel ragazzo del piano di sotto. Sporse appena la testa verso il pianerottolo per accertare che la via fosse libera e si diresse spedita verso il portone. Purtroppo in quel momento la porta dell'appartamento alla sua destra si aprì e Vì si trovò faccia a faccia con il logorroico praticante. Lui aveva una gattina che era solito portare a fare i suoi bisogni nel cortile del palazzo tutte le mattine in cui poteva. A volte si dimenticava di quanto le persone tendano ad essere solo delle caricature di persone. Cercò di svignarsela in tempo, ma fu inutile.
L'avvocato, nonchè perenne stagista, era anche maniaco dell'ordine e aveva dichiarato guerra a germi e batteri. Purtroppo per lui, però, abitando sul pianerottolo del palazzo, era costretto dalla sua idiosincrasia a passare lo straccio ogni maledetta mattina di ogni maledetto giorno di festa. Aveva già bloccato Vì, e ora minacciava anche Teo che era riuscito a divincolarsi, in modo maldestro, della ragazza al piano superiore. Era una vera minaccia alla viabilità interna.
Giunto alla fine della tromba delle scale, Teo si accostò al muro, e sentendo delle voci discutere, decise di aspettare la fine dello sproloquio forense del precario della legge. Proprio per la sua indole da avvocato infatti, gli era sembrato doveroso proporre un'arringa contro il loro inopportuno e rumoroso rientro a tarda notte.
"Festeggiato ieri sera, eh?".
Vì odiava quanto sapeva essere diretto.
"Eh sì, sai, ieri era il compleanno di un nostro amico."
"Tranquilla tanto non dormivo, sono stato a chattare con la mia ragazza fino a tarda ora."
Le bastò questo breve scambio di battute per invidiare Teo ancora fermo al primo piano. Vì sapeva quanto il ragazzo tenesse a far sapere a tutti della sua nuova ragazza. Da quando si erano messi insieme ce l'aveva sempre sulla punta della lingua, pronto a tirarla fuori ad ogni discussione. Teneva a far sapere a tutti di quanto fosse una persona realizzata. Era fiero del suo presentarsi alla soglia dei trent'anni con un buon (possibile) lavoro, un appartamento che darebbe del filo da torcere a un campo da golf in quanto a precisione, e una ragazza solo sua.
Una vita stabile e lineare, insomma.
"Meglio così, sono più tranquilla adesso che so di non averti svegliato. Comunque scusa se abbiamo fatto più rumore del necessario" disse, anche se in realtà le dispiaceva di non averlo infastidito neanche un po'. Di non averlo svegliato e costretto a rigirarsi almeno una ventina di minuti nel letto, giusto per rovinare un po' la sua vita perfetta.
"Svegliato! Adesso non esageriamo!".
A questo punto lei era quasi certa che Teo fosse nascosto dietro il muro delle scale ad aspettare la fine del loro amichevole colloquio, e per questo lo stava odiando.
“Ancora 'sta storia della ragazza!” pensò Teo. Davvero non sapeva contare quante volte l'avesse nominata. Decise di uscire allo scoperto.
“Salve Teo, ci sei anche tu?”
“Buongiorno caro, come andiamo?”
“Benissimo, una splendida giornata per fare le pulizie.”
Una frase completamente priva di senso. Avrebbe voluto dargli una delle sue classiche risposte di traverso, visto che l'avvocato si prendeva gusto a buttargli in faccia la sua vita perfetta, a lui più di ogni altro, a lui che non aveva la minima idea di dove la sua, di vita, stesse andando. Ma alla fine si trattenne, decise che il cerchio alla testa gli procurava già sufficiente sofferenza.
I rei di rientro fuori coprifuoco non avevano idea dell'ora in cui fossero rincasati la sera precedente, ma il guardiano del piano terra se lo immaginavano uno che alle ventuno in punto è in pantofole e vestaglietta rossa in poltrona a coccolare la sua gattina. In quanto a questa fantomatica ragazza poi, nessuno l'aveva mai vista, e nessuno aveva visto lui abbandonare l'appartamento per un intero week-end dalle vacanze di Pasqua, tre mesi almeno.
na volta avevano persino scommesso tra loro sull'esistenza della tanto citata fanciulla. Vì puntò due birre sul fatto che non esistesse affatto, ma a Teo piaceva immaginarla come una diciottenne con molta vita virtuale e poca sociale. E un sacco di brufoli. Puntò su una maniaca delle chat notturne con un nickname che comprendesse almeno una “k” e un cuoricino. Ad ogni modo non avevano proprio voglia di starlo a sentire oltre e, prima che cominciasse a parlare di bollette e turni di pulizia delle scale, lo salutarono e se ne andarono
"Buon dì anche a voi." rispose lui.
Assolutamente odioso.
Usciti in strada realizzarono che la vista sfocata di un Teo privo di occhiali, il gran sole e i postumi della sbronza avrebbero reso quella giornata molto, molto difficile. Naturalmente la strada era affollatissima: giovani coppie a spingere il passeggino, meno giovani con i quotidiani sotto braccio, anziani diretti al bar e lanciati in veraci commenti sul campionato appena terminato. Non ultimi gli immancabili sostenitori del jogging. Passò anche un ragazzo con una custodia a tracolla, forse di una chitarra, forse di un basso, o addirittura di un violoncello. Senza occhiali Teo non lo avrebbe mai saputo, in quanto a Vì, forse non lo aveva neanche notato da dietro i suoi occhiali da sole a goccia.
Guardare il mondo alle undici e trenta di Domenica mattina sorprendeva Teo ogni volta. Non era come negli altri giorni quando è il luogo in cui ti trovi a dettare le tue azioni. Se incontri qualcuno in facoltà è li per una lezione, al massimo per un esame. Se lo incontri in ufficio sarà li per svolgere il tuo stesso lavoro. Ma la Domenica potevi scatenare le tue fantasie, potevi essere in nessun luogo preciso e di conseguenza fare quello che volevi.
Arrivò alla fermata del pulman senza mettere Vì al corrente di quanto il suo cervello stesse lavorando. Per fortuna non aveva bisogno di occhiali perchè di linee e orari era ormai esperto tanto era che abitava lì. Inoltre aveva portato la sua compagna di avventura proprio per risolvere questi problemini di ordine pratico.
Sull'autobus della Domenica mattina non c'era nessuno. I barboni ancora dormivano, chi andava in Chiesa usava la macchina e nessuno stava andando a scuola o a fare spesa.
E' decisamente il momento giusto per cercare un po' di pace in città, la Domenica mattina, anche meglio del parco. Peccato che loro non cercassero né pace né conforto dell'animo, semplicemente un paio di occhiali. Scesero quindi alla fermata che conoscevano e si diressero verso casa di Ale.

Interludio (Ale - Andante)

Il palazzo in cui abitava Ale sembrava guardarti male. Un palazzone qualunque con la facciata annerita dal tempo e soprattutto dallo smog, con quelle serrande grigie tutte uguali e gli aloni di umidità sotto ogni terrazzo.
Non proprio quello che si definirebbe un palazzo signorile, ecco.
Non ci si sarebbe mai aspettati che ci potesse abitare uno come Ale in un posto del genere. Per quanto la sua apparenza tradiva una parte scanzonata del suo carattere, aveva dei modi garbati e un discreto carisma sugli adulti. Caratteristiche queste che gli avrebbero potuto addirittura permettere di campare di espedienti, come effettivamente faceva.

Minuetto (Ale, Teo, Vì - Andante)

Il campanello era indecifrabile. A causa della pioggia e dell'incuria degli inquilini non riuscivano proprio ad associare un nome al proprio tasto. Teo poi non riconosceva nemmeno il suo di campanello, figuriamoci quello di un altro, e quando trovava il portone chiuso uno squillo a Vì era d'obbligo. Poi c'era sempre il problema degli occhiali a peggiorare la sua situazione. Fortunatamente la sua coinquilina aveva già elaborato una strategia, e senza dire niente, guardandolo assorto nella lettura dei campanelli, fece uno squillo ad Ale, che aveva però il cellulare spento. Quando si arrivava a questo punto la tattica era sempre la stessa: posizionarsi davanti il portone ed aspettare che qualcuno aprisse. A Teo era sempre piaciuto affidarsi al caso, lasciarsi guidare dagli eventi, farsi trasportare dalla vita...se non fosse che la vita, di Domenica mattina, non aveva tutta questa voglia di scorrere.
A Vì di Domenica era sempre piaciuto dormire, invece.
“Io lo sapevo che sarei rimasta fregata a seguirti.” lo rimproverò lei.
“Sempre meglio di stare a casa. Magari stamattina incontrerai l'amore della tua vita e il merito sarà solo mio.”
Lei non fece niente se non abbassarsi gli occhiali sul naso e guardarlo da sopra le lenti dritto in faccia. Dopo qualche decina di minuti, quando i due viaggiatori metropolitani cominciavano a familiarizzare con l'idea di morire disidratati, la porta si aprì.
Era proprio Ale.
“Ma guarda un po' che coincidenza! Proprio voi cercavo.”
“Cercavi noi o un pranzo?” lo provocò immediatamente Teo.
“Mi credi così veniale? Tu davvero mi credi...”
“Sentite!" li interruppe lei, per poi farsi propositiva: "Prima che cominciate a litigare come due fidanzatini con i dentini da latte, recuperiamo questi maledetti occhiali e torniamo a casa.”
Ale era un soggetto unico. Secondo gli standard universitari la casa in cui abitava era una reggia. Quattro singole e una doppia, tutte molto spaziose, due bagni enormi ed un soggiorno costruito apposta per organizzare una cena dietro l'altra. Bè, il sagace Ale aveva deciso di subaffittare il suo appartamento a studenti stranieri, così da poter decidere da solo l'ammontare dell'affitto da chiedere e tirare su qualche soldo in più. Cosa che di solito funzionava, tranne in quel periodo. Non aveva trovato nessuno da piazzare nelle diverse stanze e si era quindi ritrovato a dover pagare l'intera quota da solo. Ecco spiegato perchè il suo frigo ricordava una bara in esposizione. A guardarlo nessun lo avrebbe mai creduto, ma alla gente ispirava fiducia, era universalmente ritenuto un tipo affidabile. Aveva sempre la barba di tre giorni, capelli fino alle orecchie mai pettinati, magro come un grissino senza grassi aggiunti, ma con le persone ci sapeva fare, e con il tempo aveva anche imparato a sfruttare il fascino dei suoi occhi verdi dai riflessi azzurri.
"Quindi adesso io dovrei rifarmi otto rampe di scale a salire e altrettante a scendere per i tuoi occhiali? Sono anche un anno più vecchio oggi, abbi un po' di pietà per le mie gambe e i miei polmoni!" supplicò Ale.
"Fottiti. Dammi le chiavi, vado io." sbraitò Teo.
"Sempre al tuo servizio tesoro!"
Le scale erano veramente la cosa più vicina ad una fogna che avesse mai visto. Sul pavimento c'era uno sporco ancestrale, probabilmente era lì dall'inizio dei tempi. La muffa sembrava essere stata disegnata da un pittore dadaista, ma uno di quelli non tanto bravi. Nonostante questo però l'appartamento di Ale manteneva sempre una più che sostanziale decenza. Un'altra cosa che non si direbbe mai di lui a guardarlo è la sua maniacale pignoleria. In più andava considerato che doveva riaffittare le stanze ogni trimestre se voleva vivere, e per tale attività la cura e l'ordine erano prerogative imprescindibili. Teo cominciò a cercare in cucina, sala e bagno. Alla fine trovò gli occhiali in camera di Ale, appiccicati al contrario con il nastro adesivo sul faccione di Robert De Niro in Taxi driver. Li aveva messi li perchè, in preda ai fumi dell'alcol, considerò che si abbinavano perfettamente alla pettinatura eccentrica che aveva l'attore in quel film.
“Anche Andy Warhol dovrebbe inchinarsi al mio talento.” pensò soddisfatto di se stesso.
Trovò anche l'accendino di Vì in salone. Lo prese più per poter sfottere colei che non perdeva minuto per ricordargli la sua smemorataggine che per farle un favore.
Scese le scale di corsa per non inalare troppa aria salmastra e quando uscì vide Ale nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato e Vì che gli pizzicava il braccio per capire se fosse ancora vivo. Neanche l'espressione del viso era cambiata un pò.
"Cazzo, ma sei morto?"
"No, tranquillo, sto solo realizzando che a casa tua dovremmo arrivarci a piedi, così mi riprendo un attimo."
"Pessima idea. Andiamo."
“Pessima idea” ribattè Vì “Ma mai quanto quella di uscire di casa.”
Per fortuna all'ora di pranzo il traffico non era così caotico e la passeggiata si dimostrò meno impegnativa del previsto. Le tre figure iniziarono ad aggirarsi con inaspettata agilità per le strade e i vicoli della città, in un'ora a loro sicuramente non consona. Passarono davanti un bar, Ale si fermò.
“Aspettatemi un secondo, arrivo subito.”
Teo lo vide confabulare qualcosa con il barista, poi scomparve verso il bagno, naturalmente aveva già capito cosa fosse andato a fare.
Tre minuti scarsi dopo ricomparve Ale che salutò è uscì con un sorriso stampato. Pochi metri più in la tirò fuori dalle tasche due rotoli di carta igienica compressi all'inverosimile.
“Sei diventato prevedibile.” esclamò Teo.
“Sono prevedibile perchè non mi pulisco il culo con le mani?”
“Punto tuo.”
“Il proprietario del bar è un maestro di meditazione.” cominciò a spiegare “Entri una volta per caso, ordini un caffé e inizi a parlare. Ti fingi interessato alle sue teorie, ti fai vedere una volta alle sue lezioni e il gioco è fatto. Almeno un caffè gratis a settimana e puoi passare ore a leggere il giornale senza l'obbligo di consumare. Impara, pivello.”
“A volte mi sorprendi.” si congratulò Vì.
“Ti offre anche i panini?”
“No quelli no, e poi non sarei interessato: è vegetariano!”
“O mio dio, un altro pericoloso sobillatore del sistema...”, esclamò sarcastico Teo, “Per fortuna che gli alcolici non sono fatti di carne, altrimenti sarebbe già fallito.”
“Credo che l'umanità non abbia fatto ancora abbastanza per meritare una grappa alla costarella o una vodka al filetto.” considerò il suo amico con con lo sguardo perso nel vuoto.
“Già, sarebbe un sogno.”
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Overture (The Crimson Sunrise)

Era una brava ragazza, ma aveva il vizio di concedersi, ogni tanto, quelle uscite dal retrogusto un po' troppo zen.
"E' perchè il tuo corpo non è in sintonia con questa meravigliosa giornata", se ne uscì all'improvviso.
"E io che pensavo che la colpa fosse dei due litri di vino di ieri sera...che stupido!"
Quella mattina, infatti, si era svegliato a causa dei dolori lancinanti provenienti dal suo stomaco.
"Forse è ora che inizi a fare un po' di sport, non hai più sedici anni."
"Vedi che quando vuoi sai essere veramente saggia." le disse mentre cercava il suo cellulare.
"Cercavi questo? Era nel frigo, sopra il formaggio."
"Un giorno ti sposerò."
"E io ti mollerò per un commercialista cinquantenne obeso con un matrimonio fallito alle spalle, tre figli a carico, gli alimenti da passare all’ex moglie e un progetto di fuga alle Hawaii."
Sapeva essere veramente adorabile quando voleva. Era una ragazza simpatica e solare, e come tutte le ragazze simpatiche e solari aveva una storia personale triste, della quale parlava poco e contro voglia e senza soffermarsi molto sui dettagli, e nessun uomo al fianco. In questi momenti Teo si ricordava perchè la scelse come coinquilina. Poi vivere con una ragazza aveva i suoi vantaggi, ad esempio nelle faccende domestiche, dove il gentil sesso è più esperto e pratico; in una parola: efficiente.
"Questa settimana tocca a te pulire il cesso." sentenziò lapidaria lei, con tanti saluti all'efficienza.
Riempì la bottiglia da due litri dal rubinetto e si diresse in quella desolazione post-atomica che era camera sua. Dovette faticare non poco per trovare uno spiraglio sulla scrivania nel quale appoggiare la bottiglia.
Teo era sicuramente la persona più disordinata che conoscesse, ma questo a lui non dava fastidio. Nel suo disordine ci si ritrovava bene, non perdeva mai niente e ogni cosa, invece del proprio posto, aveva la sua zona della stanza dove stazionava regolarmente. Non lo definiva neanche disordine, piuttosto un altro stile di ordine, proprio perchè, a detta sua, il disordine è casuale mentre il suo diverso ordine era frutto di anni e anni di studi sull'efficienza logistica dei piccoli spazi. Gli piaceva pensare che il suo modus vivendi fosse una lotta ad ogni forma di arredamento. Dall'extreme design al minimalismo, da Philippe Starck all'Ikea, dall'artigianato alla produzione globale. Una lotta totale, un non ordine funzionale. La prima volta che fece questo discorso a Vì, lei gli rispose con un compassionevole "Certo certo" e pacca sulla spalla annessa. Per il cellulare il discorso era evidentemente diverso. Aveva deciso da poco di entrare di gran carriera nel mondo del high-tech comprando uno di quei nuovissimi prodotti ultra sottili e pesanti come un protone. Capì subito che fu un grosso errore quando realizzò che tastarsi le gambe continuamente per assicurarsi di non averlo smarrito poteva risultare, se visto dall'esterno, un odioso tic.
Ma avendo pagato il telefonino come una vasectomia decise di tenerlo ugualmente.
Guardava la camera di Vì attraverso la porta aperta. Non si poteva certo dire che fosse una maniaca dell'ordine ma, dannazione, l'impressione che restituiva era decisamente diversa. Innanzitutto un odore che ti faceva venir voglia di restare là dentro per una vita intera, per non parlare delle coperte arrotolate a chiocciola che, a differenza delle sue buttate a terra, non davano affatto l'impressione dell'incuria. Avrebbe potuto giurare che anche la luce fosse diversa.
Cercò di accendere lo stereo sepolto da fogliame di varia importanza e post-it variopinti. Pensò che un po' di musica lo avrebbe aiutato a riprendere il ritmo della giornata. Oddio, non che avesse molto da fare, ma non avrebbe mai accettato di arrivare alla sera sprofondato nel divano e darla così vinta ai postumi.
"A proposito, mi ha chiamato Ale, visto che il tuo cellulare era spento. E nel frigo." Fece una pausa, probabilmente per compatirlo. Poi continuò:"Comunque, mi ha detto che hai lasciato gli occhiali a casa sua ieri sera."
Si parlava appunto del disordine.
"Grazie cara. Sempre imprescindibile."
Poteva giurare, anche se non aveva sentito niente, che dall'altra stanza lei lo avesse mandato a quel celeberrimo paese.
Trascorsa qualche canzone decise di riattivarsi e andare a recuperare i suoi occhiali. Vestizione: magliette sul pavimento tra comodino e scrivania, scarpe sotto il letto e calzini sopra, probabilmente appesi alla mensola. Dal mucchio estrasse addirittura la sua maglietta preferita, inutile dire che la cercava da giorni. Gliela avevano regalata Ale, Lucio e Katrien, la sua ex-ragazza mezza inglese mezza irlandese, in occasione di qualche compleanno fa. Aveva stampata la faccia di Bart, alias Libero De Rienzo, nel film Santa Maradona. Decise che per portare a termine una missione così importante quella era la maglietta giusta.
“Che fai ancora in pigiama? Dài, vestiti.”
“Non mi trascinerai in questa cosa. Non oggi.”
“Sai che non posso farcela senza di te.”
“Fanculo, Teo” sospirò “Dammi due minuti.”